Dalla flotta alle bombe: il costo esorbitante dell’offensiva USA contro il Venezuela
Negli ultimi mesi, i Caraibi sono tornati al centro della strategia militare di Stati Uniti, con un dispiegamento senza precedenti che sta pesando in modo significativo sul bilancio del Pentagono. L’operazione “Lanza del Sur” ha raggiunto, nel suo momento più intenso, un costo superiore ai 20 milioni di dollari al giorno, concentrando fino al 20% della flotta di superficie della Marina statunitense nella regione.
Il fulcro di questa dimostrazione di forza è una massiccia presenza navale e anfibia, pensata non solo per proiettare potenza militare, ma anche per esercitare una pressione diretta sui governi considerati ostili come quello della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Secondo diversi analisti, si tratta di una delle più onerose operazioni di controllo coercitivo mai viste nel bacino caraibico, con risorse sottratte a bisogni sociali interni. Dal 2025, la spesa complessiva per munizioni e riarmo ha superato i 2 miliardi di dollari, mentre al Congresso crescono le critiche verso una strategia definita “estremamente costosa” e priva di reali limiti di bilancio. Un approccio che, di fatto, privilegia la forza militare a scapito della diplomazia.
In questo contesto si inseriscono anche le dichiarazioni del segretario di Stato USA, Marco Rubio, che ha difeso l’attacco statunitense contro il Venezuela del 3 gennaio scorso, ammettendo però il dissenso di numerosi Paesi alleati. Per Washington, ha ribadito, l’operazione risponde esclusivamente all’“interesse nazionale”. L’offensiva, ordinata dal presidente Donald Trump, ha colpito diverse aree del paese bolivariano, inclusa la capitale Caracas, e si è conclusa con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores.
Caracas ha parlato di “gravissima aggressione militare”, accusando gli Stati Uniti di voler mettere le mani sulle risorse strategiche del Paese. Mentre la spesa bellica cresce e l’isolamento diplomatico si accentua, questo dispiegamento conferma una politica estera sempre più fondata sulla coercizione. Un modello che solleva interrogativi profondi sulle reali priorità di Washington e sul prezzo, economico e politico, che il sistema internazionale è chiamato a pagare.
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