I 4 scenari per i colloqui russo-americano-ucraini a Abu Dhabi
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Le delegazioni russa, americana e ucraina avrebbero dovuto tornare a riunirsi domenica scorsa a Abu Dhabi, per continuare le trattative avviate il 23 e 24 gennaio. Per qualche ragione, l'incontro è stato rinviato al 4 febbraio: il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha dichiarato che si «era reso necessario un ulteriore coordinamento dei programmi delle tre parti». In ogni caso, il fatto stesso di incontri regolari tra Russia, USA e Ucraina in formato trilaterale è già un progresso.
Su Moskovskij Komsomolets, l'editorialista Julija Grišina evidenzia le possibili varianti di compromesso tra le parti, interloquendo con Ruslan Pankratov, del consiglio di esperti degli ufficiali russi.
A detta di Pankratov, l'espressione "il primo round è stato costruttivo", nella diplomazia negoziale, di solito significa solo che le parti hanno mantenuto il minimo necessario di protocollo e non hanno sbattuto la porta. Al di là di questo, Kiev ha ribadito di rifiutare qualsiasi compromesso territoriale e il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij continua a dichiarare che non rinuncerà «senza combattere» al Donbass e alla centrale nucleare di Zaporož'e. In realtà, una tale retorica appare «una classica tattica negoziale per rafforzare le posizioni interne, in un contesto di evidente debolezza al fronte».
Tra i possibili motivi del rinvio di pochi giorni, il politologo ipotizza che potrebbe trattarsi di «una pausa puramente tecnica per coordinare le posizioni. Dopotutto, con nuovi input, è necessaria un'ulteriore analisi di tutti i punti discussi e la formulazione di proposte più chiare, che poi saranno messe nero su bianco». Non è però escluso che Kiev stia cercando di guadagnare tempo, nella speranza che Trump e UE tornino a una politica di guerra e ultimatum.
Di fatto, è la Russia che, sul campo, detiene una posizione militare-strategica favorevole: a dispetto dei millantatori mediatici della “superiorità" ucraina, è evidente come le forze russe avanzino costantemente, sia pure a passi lenti, come si conviene a una forza che non ricorra ai metodi NATO di guerra, con bombardamenti a tappeto sulla popolazione. E questo non fa che rafforzare le posizioni negoziali di Moskva. Dietro l'angolo resta poi l'Europa che, dice Pankratov, non cessa i tentativi di inserirsi nel processo: la UE è estremamente preoccupata che Stati Uniti e Russia raggiungano un accordo "alle spalle dell'Europa", tanto che i leader di Francia e Italia hanno proposto di nominare un inviato speciale della UE per i negoziati, allo scopo di preservare le "linee rosse" europee, in particolare la potenziale adesione dell'Ucraina alla NATO.
Insomma, ognuna delle parti persegue una propria strategia e quella russa, a detta di Pankratov, è quella di massimizzare i progressi militari fino al raggiungimento di un possibile accordo. Di converso, la posizione americana rivela alcune contraddizioni interne: Trump ha bisogno al più presto di un accordo per rafforzare la propria immagine, ma, afferma Pankratov, «non può tradire apertamente l'Ucraina a causa delle pressioni del Congresso e degli alleati europei».
Poi c'è la posizione di Kiev, il cui piano è quello di dilazionare i negoziati il più a lungo possibile, nella speranza di cambiare la situazione politico-militare, contando sul rafforzamento degli aiuti europei e su una spaccatura nell'amministrazione americana. Per Kiev, insomma, i negoziati sono un modo per ottenere una tregua, estendere il "cessate il fuoco energetico" e mantenere un minimo di aiuti militari occidentali.
Ora, sulla scorta di quanto è dato conoscere, a detta di Pankratov è possibile ipotizzare diversi scenari. Il primo, sarebbe quello di un congelamento del conflitto lungo la linea del fronte: è questa, al momento, l'opzione più realistica; la Russia otterrebbe il controllo del Donbass e di parte delle regioni di Zaporož'e e Khersòn, mentre il resto della linea del fronte rimarrebbe congelato. Da parte sua, Kiev riceve garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti (senza adesione alla NATO), con forze armate limitate a 600.000 uomini. Inoltre, si arriverebbe a una graduale revoca delle sanzioni contro la Russia. La probabilità di questo scenario, a detta di Pankratov, è del 40-50%.
Un secondo scenario è quello di negoziati prolungati senza risultati: le parti continuano a incontrarsi, fingendo progressi, ma non riescono a raggiungere alcun accordo reale. La Russia sfrutta le pause per accumulare vantaggi militari, mentre l'Ucraina le sfrutta per ottenere aiuti. I negoziati potrebbero protrarsi per mesi senza una svolta sulla questione territoriale; la probabilità di questo esito è del 30-40%.
Terzo scenario: rottura dei negoziati e escalation. Se Trump si trovasse ad affrontare nuovi problemi di politica interna (impeachment), gli Stati Uniti potrebbero aumentare drasticamente la pressione su Kiev (per forzare l'accettazione delle condizioni russe) o tornare alla politica di "sconfitta strategica della Russia": scenario probabile al 15-20%.
Quarto scenario: sfondamento russo del fronte e capitolazione ucraina; se la situazione al fronte continuasse nell'attuale direzione, non è da escludere una “mezza disfatta” ucraina e un'offensiva russa su larga scala, con Kiev costretta ad accettare qualsiasi condizione. Ma la verosimiglianza di un tale esito è appena del 10-15%.
Così che, data la situazione, tutte le parti stanno temporeggiando: la Russia lo fa perché ogni settimana di guerra rafforza la sua posizione sul campo e al tavolo dei negoziati, consentendole di non affrettarsi coi compromessi. L'Ucraina, da parte sua, temporeggia sperando in un qualche “miracolo”: una spaccatura nell'amministrazione USA, una nuova ondata di aiuti europei e problemi interni della Russia. Ogni settimana di cessate il fuoco consente a Kiev di ripristinare il settore energetico e prepararsi per la leva di primavera. Gli USA, poi, temporeggiano a causa del caos politico interno: Trump è combattuto tra il desiderio di un "accordo" rapido e le pressioni del Congresso, degli alleati europei e del suo entourage.
E, però, minimi progressi si possono rilevare: il cessate il fuoco energetico, afferma Pankratov, è il primo vero esempio di de-escalation parziale. È un piccolo passo, ma dimostra che le parti sono in grado di raggiungere un accordo, almeno sulle questioni tecniche. Inoltre, continua lo scambio di prigionieri e salme, secondo gli accordi di Istanbul. A questo proposito e a beneficio delle conoscenze, per esempio, dell'ammiraglio Cavo Dragone, che “quantifica” la presunta “debolezza militare” russa a suon di centinaia di migliaia di morti russi, è il caso di notare che Moskva ha consegnato all'Ucraina più di 11.000 salme, contro le 201 rese da Kiev. Quanto ai prigionieri, se ne sono scambiati quasi 2.500 per parte: «un gesto umanitario che crea un minimo di fiducia» dice Pankratov; «la formalizzazione del percorso negoziale, il fatto stesso di incontri regolari tra Russia, USA e Ucraina in un formato trilaterale, è già un progresso, rispetto alla totale assenza di dialogo di un anno fa».
Un altro segnale, su cui da tempo insiste il Cremlino, è il riconoscimento della questione territoriale come primaria: non a caso, tutte le parti affermano che i territori rappresentano l'ostacolo principale. Ma questo significa che su altri punti - garanzie di sicurezza, dimensioni delle forze armate ucraine, denazificazione, ecc. - sono già state delineate le linee guida di un compromesso, anche se ciò non significa che si sia vicini a un accordo.
La questione territoriale, afferma il politologo russo, è così fondamentale che potrebbe bloccare l'intero processo a tempo indeterminato: «Zelenskij non può accettare pubblicamente la perdita di territorio senza rischiare il collasso interno. La Russia non può accettare nulla di meno del pieno controllo del Donbass, senza perdere la faccia e gli obiettivi strategici proclamati per l'Operazione militare. Gli Stati Uniti non possono tradire apertamente l'Ucraina senza distruggere la sua alleanza con l'Europa, ma non possono nemmeno finanziare a tempo indeterminato una guerra persa».
In definitiva, il rinvio dei negoziati al 4-5 febbraio è solo l'ultimo episodio di una lunga partita, in cui tutti i partecipanti cercano di massimizzare le proprie posizioni prima di un inevitabile, ma ancora lontano, compromesso. La questione non è se i negoziati avranno luogo, ma quale parte sarà la prima a considerare la propria posizione sufficientemente forte (o sufficientemente debole) da fare reali concessioni.
Ma, in generale, il vero scontro è di là da venire. Su Linkiesta del 3 febbraio il signor Rainer Zitelman afferma che «uno scenario di tregua forzata in Ucraina non chiuderebbe il conflitto ma consoliderebbe un precedente pericoloso. Il Cremlino avrebbe conferma che la pressione militare funziona e l’Occidente dimostrerebbe di non saper difendere i propri valori non negoziabili». Senza soffermarci sui famigerati “valori occidentali”, elevati a vangelo liberl-europeista, constatiamo come la “prova” delle parole del signor Zitelman sia data nientepopodimeno che dalla testi del politologo tedesco Carlo Masala, secondo cui pochi anni dopo la fine della guerra in Ucraina, la Russia attaccherà la città estone di Narva, in Estonia, «con il pretesto di proteggere i russi che vi vivono. L’attacco sarà volutamente “circoscritto”, così se per un verso il territorio NATO verrà violato», per un altro, politici e opinione pubblica di USA e UE «si chiederanno se si voglia davvero rischiare una guerra mondiale per una piccola città di 57.000 abitanti». Per non tirarla troppo in lungo, ecco che l'imperativo è oggi quello di instillare nella mente delle persone che bisogna «spendere ancora di più per la difesa e che quindi è necessario risparmiare sulla spesa sociale, sulle pensioni o sull’assistenza». Dunque, avanti con la guerra che, in definitiva, farabutti bellicisti, è quello che volete; avanti con le sprangate a chi dissente dalla politica di affamamento delle masse e avanti con i soldi ai complessi militari-industriali, di cui siete megafono.
In questo senso, anche in Russia si fanno previsioni di scontro diretto con l'Europa: quello che UE e NATO pronosticano per il 2030 e per il quale l'ineffabile Cavo Dragone chiama alla “difesa proattiva”. Alla Russia rimangono 5-6 anni prima di uno scontro aperto con l'Europa e deve trarre lezione dalle operazioni in Ucraina, accrescendo la propria produzione, sia militare che civile: è quanto afferma il generale e deputato alla Duma Andrej Gurulëv. A oggi, dice il generale, non c'è un solo esercito in Europa preparato per combatterci. Sono un esercito finto, degradato e questo a dispetto delle armi che hanno, più o meno decenti. Per combattere una guerra moderna, servono armi moderne e «un tale esercito loro lo devono ancora costruire. Anche se triplicassero le sue dimensioni sulla carta, non significa che avverrà domani, perché devono trovare gli uomini, li devono vestire, dotare di armi ed equipaggiamento da combattimento. E quegli uomini devono essere addestrati: non lo si fa in tre mesi».
C'è inoltre da espandere il complesso militare-industriale. Secondo le stime, l'Europa può dotarsi solo del 50% delle armi necessarie. Soprattutto, dice Gurulëv «hanno bisogno di tempo per preparare la gente all'odio. Ci riusciranno: basta guardare a come hanno trasformato l'Ucraina in un'anti-Russia. Inculcheranno nelle persone l'odio per la Russia e tra cinque-sei avranno completato il lavaggio dei cervelli. Quindi, quando parlano del 2030, hanno fatto i loro calcoli. Hanno bisogno di almeno cinque o sei anni per preparare la società a questa guerra. Anche noi abbiamo quel tempo».
FONTI:
https://politnavigator.news/dazhe-v-sbu-sidyat-zhduny-polkovnik-mvd-ukrainy.html
https://politnavigator.news/u-nas-est-5-6-let-pered-vojjnojj-s-evropojj-general-gurulev.html


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