Il nesso Epstein-Israele è un tabù, nonostante sia il più rilevante
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Il nesso tra Jeffrey Epstein e Israele costituisce ancora oggi un tabù, nonostante rappresenti l’elemento strutturalmente più significativo dell’intera vicenda.
Messaggi recentemente resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti hanno riaperto, su basi documentali solide, la questione del possibile ruolo di Jeffrey Epstein all’interno di una rete transnazionale di criminalità organizzata. Con l’espressione “rete di Epstein” si intende l’insieme di relazioni, contatti e presunti complici che ruotavano attorno a Jeffrey Epstein, finanziere statunitense accusato di abusi sessuali e traffico di minori. Tuttavia, ridurre Epstein alla figura di un semplice intermediario criminale significa eludere il nodo centrale della questione. Le informazioni oggi disponibili indicano piuttosto un soggetto funzionale a dinamiche di intelligence, inserito in un sistema di potere più ampio.
Questi elementi riportano al centro dell’analisi interrogativi rimasti a lungo irrisolti sullo spionaggio, sul ricatto e sull’uso politico dello sfruttamento sessuale. Si tratta di aspetti che per anni sono stati sistematicamente marginalizzati, depoliticizzati o espulsi dal dibattito pubblico, non per mancanza di prove, ma per l’elevato grado di compromissione che essi implicano.
È in questo quadro che il filone israeliano delle evidenze, lungi dall’essere un dettaglio secondario o una suggestione marginale, assume un rilievo strutturale e sistemico.
L’enorme quantità di materiale reso pubblico su Jeffrey Epstein, un individuo che frequentava politici, imprenditori, accademici e membri dell’alta società internazionale, avrebbe dovuto provocare una reazione profonda da parte delle istituzioni politiche, dei media e dell’opinione pubblica. Ciò non è avvenuto. Né si è prodotto lo shock collettivo che sarebbe stato legittimo attendersi, né la stampa mainstream ha trattato la vicenda in modo proporzionato, rigoroso e coerente con la gravità dei fatti.
Al contrario, con il progressivo afflusso nel dominio pubblico di milioni di pagine, email e sintesi investigative, la narrazione dominante si è via via ristretta e indebolita. Rivelazioni che rimandano a un sistema politico profondamente corrotto e compromesso sono state minimizzate, mentre sono stati oscurati i legami che collegano figure di primo piano negli Stati Uniti ad attori operanti in altri Paesi e a diversi apparati di intelligence.
La vicenda Epstein viene abitualmente incorniciata come una storia di patologia individuale. L’attenzione si concentra sull’abuso di ragazze vulnerabili, spesso minorenni, reclutate attraverso denaro o false promesse e inserite in un sistema di sfruttamento che le danneggiava e le rendeva dipendenti. Tuttavia, questa lettura parziale omette deliberatamente l’aspetto politicamente più rilevante: Epstein utilizzava questo sistema per attirare politici nel suo circuito, documentare incontri compromettenti e servirsi di tali materiali per esercitare pressioni, ricatti e coercizione, costringendo figure pubbliche ad assumere posizioni o ad accettare determinate politiche nell’interesse degli Stati Uniti e del loro alleato strategico, Israele.
La rete operava dunque come uno strumento di corruzione delle élite politiche e mediatiche. Mentre l’attenzione viene spesso deviata verso elementi sensazionalistici, talvolta inverosimili, ciò che viene sistematicamente rimosso è un’analisi coerente del modo in cui queste pratiche si intrecciano con la politica di potenza.
È necessario partire da ciò che è documentalmente accertato. Epstein intrattenne una relazione stretta, continuativa e fiduciaria con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Questa relazione comprendeva visite ripetute nella residenza newyorkese di Epstein e collaborazioni d’affari.
A ciò si aggiungono atti ufficiali delle forze dell’ordine statunitensi che riportano dichiarazioni di una fonte riservata secondo cui Epstein avrebbe avuto legami con apparati di intelligence, con esplicito riferimento al Mossad.
Questa sistematica rimozione dal dibattito pubblico rappresenta un fatto di estrema gravità. Le dinamiche di protezione, influenza e silenzio selettivo che hanno caratterizzato il caso Epstein continuano a proiettare un’ombra sulle decisioni strategiche degli Stati Uniti e di alcuni Stati europei.
Il caso Epstein deve essere letto per ciò che è: la manifestazione di un sistema criminale e perverso che deve essere giudicato storicamente e smantellato politicamente.
NOTE SUGLI AUTORI
Tawfiq Al-Ghussein è analista politico e saggista. Scrive di politica internazionale, diritto internazionale e dinamiche di potere in Medio Oriente, con particolare attenzione alla Palestina.
Rania Hammad è ricercatrice e scrittrice. Il suo lavoro si concentra su politica internazionale, media, diritti umani e strutture dell’impunità.

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