La Colombia degli ultimi spera nel Pacto Histórico

La Colombia degli ultimi spera nel Pacto Histórico

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La Colombia si prepara al secondo turno delle presidenziali, il prossimo 19 giugno. Al primo turno, che si è svolto il 29 maggio, hanno votato 21.146.287 aventi diritto. L’astensione è stata del 45,2%. Il più votato è stato Gustavo Petro, candidato del Pacto Historico, la coalizione che raccoglie forze di sinistra e progressiste. Ex senatore ed ex sindaco della capitale, Bogotà, Petro ha ottenuto 8.526.352 di voti, più del 40%. All’ex primo cittadino della città di Bucaramanga, Rodolfo Hernández, che si presentava come “indipendente”, sono andate 5.952.748 preferenze, poco più del 28%.

Federico Fico Gutiérrez, sostenuto dalla compagine governativa, che ha corso per la coalizione Equipo por Colombia, ha totalizzato quasi il 24%. E ha già dichiarato che i suoi voti andranno a Hernández, ingegnere e imprenditore miliardario, soprannominato “il Trump colombiano”, leader del Movimento politico Liga de Gobernantes Anticorrupción. Un mantra, quello anticorruzione, con il quale Hernández martella l’opinione pubblica sulle reti sociali, dove spopola come “il re del tik tok”, o “il vecchietto del tik tok”, cercando di nascondere le accuse per corruzione che lo riguardano.

Il suo discorso oscilla fra dichiarazioni maschiliste, dichiarazioni di fede al nazismo subito ritirate, e strizzate d’occhio al sociale: per smarcarsi dall’uribismo e presentarsi come l’uomo giusto per la Colombia. Finora ha evitato i dibattiti pubblici, limitandosi a presentare in twitter 20 proposte incoerenti che vanno dalla depenalizzazione dell’aborto (quando l’interruzione d gravidanza è già legge dello Stato), alla legalizzazione della cannabis medicinale, all’accordo di pace con le Farc (pur avendo votato “no” al referendum). “La mia proposta è quella di non rubare ai colombiani”, ha detto Hernández, sperando di convogliare su di sé tutto il voto “anti-Petro”.

Queste sono le seconde elezioni, in Colombia, dalla firma degli accordi di pace del 2016. Le prime ebbero luogo nel 2018, proprio mentre quell’accordo cercava di muovere i primi passi. Con una isterica campagna, basata sulla paura e sulla disinformazione, le élite riuscirono a imporre il proprio candidato, Ivan Duque, delfino di Alvaro Uribe, del Partito Centro Democratico. Duque promise di fare carta straccia degli accordi di pace, trasformandoli in una politica denominata “Pace con legalità”: la pace del sepolcro per le classi popolari e la legalità dei potenti, che uccide con le mani pulite. A suo modo, ha mantenuto la promessa.

Queste presidenziali sono anche le prime dopo la pandemia, che ha reso ancor più deflagranti le contraddizioni di un paese enormemente ingiusto, come si è visto con l’esplosione delle proteste nel 2021.  Proteste durate mesi, annunciate da altre minori, nel 2019 e nel 2020. Duque ha cercato di imporre una riforma fiscale a scapito dei settori popolari già ampiamente colpiti dalla crisi e dalla pandemia, provocando grandi proteste pacifiche in forma di sciopero generale.

Contro la piazza, il suo governo ha scatenato una repressione senza precedenti a cui ha risposto una lunga e generalizzata resistenza popolare. La polizia ha torturato, violentato e compiuto esecuzioni extragiudiziarie. Almeno 87 persone sono state uccise, vi sono stati centinaia di feriti, molti dei quali con danni permanenti alla vista, come accadde durante la repressione in Cile. Il mix di incapacità, repressione e impunità, che ha caratterizzato il governo Duque, ha accelerato la crisi dell’uribismo in un paese che conta 15,4 milioni di disoccupati, un’inflazione del 5,26% e il debito pubblico più alto della storia, al 65,3% del Pil.

Un sistema che ha chiuso gli spazi di agibilità politica all’opposizione dall’assassinio del leader liberale Eliecer Gaitán, nel 1948, e in cui la violenza è diventata un dato strutturale. Sono già 42 i massacri avvenuti in Colombia nel corso dell’anno, durante il quale sono stati uccisi 76 leader sociali e 21 ex-guerriglieri.

In questo contesto, assume particolare valenza simbolica la figura di Francia Márquez, candidata alla vicepresidenza di Petro. Un inedito nella politica colombiana: afro-discendente, madre single, ecologista… Rappresenta gli esclusi e le escluse: le lavoratrici domestiche, gli spazzini, i contadini poveri..., quelli che non hanno mai avuto incarichi politici, e che hanno dato voce alle proteste popolari denunciando il volto feroce di una società razzista e classista.

Il fatto che altri quattro candidati abbiano presentato nella loro formula presidenziale degli afro-discendenti, di diverso orientamento politico, è comunque il segno di una trasformazione in corso quanto all’idea di rappresentanza. Un segno che i dibattiti sui temi del razzismo, del femminismo e sui bisogni delle zone povere delle campagne stanno facendo breccia anche in settori più ampi della società. L’Accordo di Pace, che Ivan Duque si è dedicato a demolire, ha comunque aperto la strada, mettendo sul tavolo la possibilità di arrivare a una riforma agraria e consentire la partecipazione politica in sicurezza anche alla sinistra, in un paese che, principalmente per questo, aveva visto sorgere due guerriglie lungo oltre mezzo secolo.

Finora, non c’è mai stato nessun candidato di una sinistra degna di questo nome che sia arrivato a vincere un primo turno delle presidenziali, e che sia riuscito a rimanere vivo, considerando la consuetudine a seppellire nel sangue l’opposizione sociale, ogni volta che si è tentato di dar corso a un processo di pace in Colombia.

Vale ricordare quel che accadde dopo la fondazione dell’Union Patriotica (Up), un partito fondato nel 1984 come parte degli accordi di pace conclusi allora tra il governo di Belisario Betancur e la guerriglia delle Farc-Ep, per consentire la partecipazione politica anche agli ex-guerriglieri. In un rapporto del 2022, la Giurisdizione Speciale per la Pace ha calcolato che, tra il 1984 e il 2016 sono stati uccisi almeno 5.733 militanti della Up, fra i quali: due candidati presidenziali, 5 senatori in carica, 11 parlamentari, 109 consiglieri e vari ex consiglieri, 8 sindaci e altrettanti ex-sindaci…

La frammentazione del voto conservatore è stato un altro sintomo della profonda crisi in cui versa il blocco di potere rappresentato dal Centro Democratico dell’ex presidente Alvaro Uribe. Già alle elezioni politiche del 13 marzo, il Pacto Historico ha ottenuto la maggioranza al Senato ed è la seconda forza rappresentata alla Camera. Petro, imponendosi su altri 6 candidati, variamente modulati a destra, ha vinto in 18 dei 32 dipartimenti. Nella precedente elezione, ne aveva conquistati solo 9.  Questa è la terza volta che l’ex guerrigliero si candida alla presidenza. L’ultima volta fu a un passo dal vincere al secondo turno, e sicuramente ha scontato le frodi messe in atto da un sistema politico avvezzo a piegare la cosa pubblica a vantaggio dell’elite di potere, forte di un sistema elettorale per niente automatizzato, che favorisce i brogli.

Trappole e imbrogli si sono già verificati per impedire o condizionare il voto dei colombiani all’estero, soprattutto quelli che vivono in Venezuela. Duque ha abilitato al voto 320.000 migranti venezuelani, manipolati dalla propaganda antichavista, e oggetto di grandi finanziamenti internazionali “umanitari”, intascati dal governo colombiano e di cui non hanno mai visto una lira. Ora presteranno il proprio nome al voto uribista, e saranno invitati al concerto di addio organizzato da Duque il 7 agosto.

La destra ce la sta mettendo tutta per impedire un cambio di indirizzo. Appoggiata dai continui appelli di Alvaro Uribe, la Forza armata, istituzione tradizionalmente conservatrice e prona ai voleri degli Stati Uniti, si è già fatta sentire contro il Patto Historico in campagna elettorale. La Colombia è il secondo paese dell’America Latina per numero di militari dopo il Brasile, e il primo in relazione alla quantità di abitanti. Intorno alle forze armate si muove un’ampia rete di organizzazioni sociali fornita di potenti mezzi comunicativi, che si è messa in moto contro Petro, considerandolo un nemico della “famiglia militare”.

Il fervore anticomunista delle forze armate colombiane data almeno della guerra di Corea. Nel 1950, la Colombia fu l’unico paese latinoamericano che mandò le sue truppe agli ordini degli Usa contro i comunisti coreani. Una tradizione rinfocolata nel corso della guerra sporca contro le guerriglie e l’opposizione sociale.

Le denunce per le violazioni compiute dai militari, presentate dalle organizzazioni per i diritti umani, non si contano, ma la forza della propaganda ufficiale ha comunque prodotto i suoi risultati. Secondo l’Istituto di statistica, in base a un’inchiesta del 2021, la Forza Armata risulta essere l’istituzione considerata più prestigiosa dal 26,8% della popolazione. All’ultimo posto, figurano i partiti e i movimenti politici, con solo un 8,5% di gradimento.

Il territorio colombiano alberga il maggior numero di basi militari nordamericane che esistono nel continente. Ognuna di queste, situate in zone strategiche per il controllo delle risorse o dei territori, è fornita di sistemi satellitari di sorveglianza, all’occorrenza utilizzabili a fini destabilizzanti contro il Venezuela bolivariano. La Colombia è un socio importante degli Usa nell’economia di guerra e nella space-economy, settore utilissimo al controllo sociale, come si è visto durante le proteste popolari.

Washington cercherà dunque di non farsi sfuggire il controllo del suo principale gendarme. La Colombia è l’unico paese ad essere socio della Nato in America Latina. L’ex presidente colombiano Manuel Santos, il giorno dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace, ha chiesto l’adesione alla Nato. Duque ha già inviato militari a supportare il pattugliamento nordamericano nell’Indo-pacifico, e ha offerto ai nazisti ucraini addestramento alle tecniche di sminamento.

Per quanto Petro, sperimentato uomo delle istituzioni, non appartenga alla sinistra radicale, e per quanto cacciare le basi militari Usa non faccia parte del suo programma, la sua vittoria produrrebbe uno spostamento nella politica estera colombiana, uno sguardo più rivolto a sud. Sia Petro che il suo antagonista Hernández hanno incluso nel loro programma il ripristino delle relazioni con il Venezuela.

“Visto che fa tutti questi sforzi per avvicinarsi al nostro programma, propongo a Rodolfo un grande accordo nazionale, chiunque di noi vinca”. Così Petro si è rivolto al suo avversario durante un evento nel Congresso nel quale ha ricevuto l’appoggio dell’Alianza Social Independiente (ASI) alla sua campagna presidenziale. Una mossa tattica per impedire il ricompattamento di chi, “provenendo dalla politica che ha polarizzato la Colombia, in questo momento cerca disperatamente di appoggiare Hernández”.

Anche in caso di vittoria, infatti, Petro dovrebbe vedersela con un’opposizione molto dura, soprattutto in Parlamento, e con il tentativo uribista di ricompattare i suoi ranghi usando alcune zone geografiche di confine e alcuni suoi bastioni istituzionali, in vista delle elezioni dei sindaci e dei governatori dell’ottobre 2023. Ma, intanto, in un paese nel quale la concentrazione mediatica in poche mani accompagna quella della ricchezza (oltre 21 milioni di persone vivono in povertà e 7,4 milioni in povertà estrema), la battaglia per la seconda volta si fa, come sempre, anche a colpi di sondaggi.

Le ultime inchieste danno l’imprenditore miliardario al 52%, e Petro al 44%. Accompagnato da Francia Marquez, Petro ha incassato l’adesione di Alejandro Gaviria, membro della Coalizione moderata Centro Esperanza, che ha avuto come candidato Sergio Fajardo (il 4% dei consensi). I numeri, però, non sembrano essere dalla sua. A meno di non convincere e mobilitare quegli oltre 15 milioni di astenuti, rimasti lontani dalle urne, superando reticenze e divisioni.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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