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L'Ecuador di Lenin Moreno smonta un altro pezzo dell'integrazione latinoamericana. Ma Evo Morales dice: “Non si torna indietro”. E il Venezuela di Maduro detta l'agenda della resistenza

 

Il presidente boliviano Evo Morales ha inaugurato un San Benito, dipartimento centrale di Cochabamba, l'edificio del Parlamento dell'Unione delle Nazioni sudamericane (Unasur)



di Geraldina Colotti
 

I venezuelani non perdono mai la battuta, e la satira si esercita anche sul tema di una possibile invasione militare, mascherata da “intervento umanitario” alle frontiere. La tensione, però, si fa sentire, soprattutto negli stati di confine come il Tachira. Lì l'opposizione è forte, e le mafie che controlla sono sul piede di guerra a seguito delle misure emanate dal governo per stoppare il traffico di benzina verso la Colombia.


Il rombo di aerei militari che si levano dalla Colombia, agitano il sonno dei venezuelani e aumentano la vigilanza della Forza Armata Nazionale Bolivariana. Dopo l'attentato con i droni all'esplosivo, disinnescato dalle forze di sicurezza, l'ordine di uccidere Maduro non viene sottaciuto. C'è chi, come il grottesco Segretario generale dell'OSA, Luis Almagro, mette a rischio le coronarie urlando a squarciagola, da Miami a Bogotà, che occorre con ogni mezzo rovesciare “il dittatore”.


Ora Almagro si trova, per l'appunto, in Colombia dove cerca di istituire un gruppo “specializzato” per occuparsi della presunta “catastrofe umanitaria” dei “profughi venezuelani”. C'è l'offensiva dell'estrema destra, frammentata ma furiosa perché le nuove misure economiche varate da Maduro possono vanificare i loro tentativi destabilizzanti, ben sostenuti dalle sanzioni degli Usa e della Unione Europea.


Come ha rivelato recentemente il New York Times, frange golpiste provenienti dalle Forze armate venezuelane si erano recate negli Stati Uniti, chiedendo a più riprese appoggio per portare a termine i loro piani. Un sostegno che gli Usa sembrano più intenzionati a subappaltare alla manovalanza colombiana, che in questo ha esperienza. All'articolo del NYT è seguita una “lettera aperta” da parte della redazione del giornale, pubblicata a ridosso dell'11 settembre, nella quale vengono prese le distanze dalle riunioni golpiste e in cui si invita il governo Usa a “non dimenticare le lezioni del passato” (per esempio il colpo di Stato in Cile del 1973).


Della possibilità di un intervento armato discute anche la destra moderata, quella che ha accettato di partecipare alle elezioni, seppur con qualche mal di pancia, appoggiando il candidato Henry Falcon. Un centro-destra che rifiuta sia i progetti della implosa coalizione MUD, che quelli “dei suoi cloni”.


In questa chiave, l'opinionista di centro-destra, Domingo Alberto Rangel, esamina un possibile scenario di intervento armato “foss'anche mascherato da intervento umanitario”, ritenendolo troppo oneroso, anche per gli Stati Uniti. Siamo sicuri – si chiede – che ci guadagnerebbero dal ridurre il Venezuela a una nuova Somalia, perdendo la sicurezza del petrolio che Maduro comunque assicura in tempo di pace?


In caso contrario – spiega – il Brasile metterebbe in avanti la formazione di uno stato-tampone, formato dagli stati Bolivar, Amazonas e Delta Amacuro. I colombiani si vorrebbero annettere il Zulia e gli stati andini, che sono più simili per geografia e cultura. A mettere “ordine” nella Somalia venezuelana, dovrebbero pensare le Forze armate Usa. Ma a che prezzo? Di sicuro a quello di migliaia di vittime, considerando solo i 6 milioni di iscritti al Partito socialista unito del Venezuela, la milizia popolare, le Fanb...


I governi di Colombia e Brasile – si chiede ancora Rangel – non sanno che uno scenario simile sarebbe ben più destabilizzante per loro della situazione attuale? La soluzione “ai nostri problemi – conclude l'opinionista – non può venire “da fuori”, ma dalla costruzione “di un grande movimento pro-mercato”. Un progetto che va in senso opposto al piano economico proposto da Maduro per “risolvere la contraddizione capitale-lavoro a favore del popolo”.

E da qui lo scontro.


Di sicuro, navigare nelle acque putride della globalizzazione capitalista richiede un'attrezzatura adeguata ma anche una bussola capace di riconoscere la rotta giusta. Quali sono i compromessi accettabili per raggiungere l'obiettivo? Questo è uno dei punti in discussione in Venezuela. Questo è uno dei nodi storici quando si vince in un solo paese, che si moltiplica quando la vittoria è una vittoria parziale come in Venezuela, e quando il suo sviluppo è legato al rafforzamento di dinamiche continentali che adesso sono state fortemente rimesse in causa dal ritorno dei neoliberismo in America Latina.


Che due dei giganti latinomericani – Brasile e Argentina – siano andati a destra, conta. Conta sul piano commerciale ma anche su quello militare, perché il Brasile del golpista Temer ha permesso le esercitazioni militari congiunte in Amazzonia insieme a Colombia e Perù, tre zone confinanti con il Venezuela, e alle quali per la prima volta partecipano gli Stati Uniti.


Conta anche che, per la prima volta, vi partecipi l'Ecuador, che con la presidenza di Lenin Moreno sta gettando via la revolucion ciudadana. E appare quantomai grottesca la dichiarazione di Moreno quando dice, di fronte a una scolaresca di “aver realizzato le sua aspirazioni da pirata”.


Un pirata agli ordini dei poteri forti. Non solo, infatti, ha voltato le spalle alla Unasur, ma ora il suo governo sta intaccando gli accordi commerciali che hanno caratterizzato gli scambi sud-sud. L'Ecuador romperà gli accordi con Pdvsa, la petrolifera statale venezuelana per una raffineria congiunta nel paese. Dopo il cambiamento di Moreno rispetto alle grandi multinazionali Usa, l'atteggiamento del governo ecuadoriano nei confronti della Chevron – che ha vinto di nuovo una puntata della causa contro il governo ecuadoriano per i disastri ambientali provocati alle comunità indigene – già si annuncia ben diverso da quello avuto da Correa, contro il quale è stato aperto un procedimento giudiziario per farlo fuori dalla politica come per Lula in Brasile.


Le battaglie che intraprende il Venezuela a livello internazionale, quindi, assumono una portata molto più ampia di una semplice denuncia: prima di tutto quella per chiedere lo stesso “aiuto umanitario” che si vorrebbe usare strumentalmente contro la rivoluzione bolivariana sulla questione dei “profughi” venga adottato anche per i migranti colombiani accolti in Venezuela – più di 5 milioni. E poi, e più di tutte, quella per sbugiardare la doppia morale dell'imperialismo, che erige muri dagli Usa all'Europa, fino a nascondere lo scandalo delle detenzioni di minori nelle carceri di Trump, ma che pretende di creare una falsa questione dei migranti alle frontiere venezuelane: mentre – unico stato al mondo – il governo bolivariano sta organizzando un vero corridoio umanitario per riportare a casa quei suoi concittadini che si sono fatti ingannare dalla propaganda mediatica del sistema imperialista: e che hanno potuto verificare in prima persona quando questa menzogna potesse colpire la loro vita concreta.


Ma la partita, nel Latinoamerica, è tutt'altro che persa. Il presidente boliviano Evo Morales ha inaugurato un San Benito, dipartimento centrale di Cochabamba, l'edificio del Parlamento dell'Unione delle Nazioni sudamericane (Unasur), cacciata da lenin Moreno, e ha sostenuto che sarà la «Casa grande del Sudamerica». Dall'integrazione latinoamericana – ha dichiarato Morales - «non si torna indietro».


Intanto, in Cina, dove si trova in visita, il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, tesse le fila di altre possibili configurazioni geopolitiche e anche prospettiche, basate su un inedito rapporto tra memoria e futuro.

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