Come l’Iran ha spezzato l’architettura militare USA nel Golfo Persico
La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio, ha prodotto un riallineamento strategico di portata sismica nel Golfo Persico. La risposta di Teheran all’aggressione non si è limitata a colpire obiettivi militari: ha messo direttamente sotto pressione l’infrastruttura sulla quale Washington ha costruito per decenni la propria proiezione di potenza nella regione. Al centro di questo terremoto strategico c’è la Naval Support Activity Bahrain, la più importante installazione navale statunitense nell’Asia occidentale e quartier generale operativo della Quinta Flotta nordamericana. Per decenni, la base è stata il principale nodo di comando e controllo della presenza navale statunitense nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz, nel Mar Arabico e nel Mar Rosso.
Un’infrastruttura pensata per sostenere portaerei, cacciatorpediniere e gruppi anfibi e per garantire una presenza militare permanente alle porte dell’Iran. Ma il 28 febbraio questo presupposto è stato messo radicalmente in discussione. Le salve di missili e droni iraniani hanno colpito strutture di comando, depositi logistici e infrastrutture di supporto della base, compromettendone la capacità di operare come quartier generale avanzato. Il colpo ha costretto gli Stati Uniti a evacuare personale e ha interrotto quella che rappresentava la principale linea logistica della Quinta Flotta nella regione. Le conseguenze sono emerse con particolare chiarezza nelle parole dello stesso capo delle operazioni navali statunitensi, l’ammiraglio Daryl Caudle. Durante un incontro con il personale della Marina USA, un marinaio gli ha chiesto quando sarebbe stato possibile recuperare gli effetti personali rimasti in Bahrain.
La risposta è stata inequivocabile: «Non torneremo lì tanto presto». È una frase che racconta più di molti comunicati ufficiali. Il vertice della Marina statunitense non parlava soltanto di proiezione militare e capacità operativa, ma della necessità di trovare un modo per consentire ai propri uomini di recuperare i beni rimasti nella base evacuata. Il danno, inoltre, non si fermerebbe al Bahrain. La perdita del principale hub logistico nordamericano avrebbe prodotto un effetto domino sulle operazioni navali nel teatro regionale, costringendo le unità statunitensi a prolungare i propri dispiegamenti e complicando rifornimenti e manutenzione. Alcune portaerei avrebbero quindi superato i 250 giorni di dispiegamento senza le normali soste nei porti, con carenze di beni essenziali, arretrati nella manutenzione e crescenti difficoltà per il morale e la prontezza degli equipaggi. Washington sarebbe stata così costretta a ridistribuire le proprie risorse navali, modificando anche l’impiego delle proprie portaerei nel teatro regionale. Il significato strategico è difficile da ignorare: le basi avanzate statunitensi, concepite per garantire la supremazia militare nella regione, possono trasformarsi in vulnerabilità. La neutralizzazione della base in Bahrain dimostra così che la deterrenza iraniana ha cambiato i calcoli strategici nel Golfo.
Quello che per decenni è stato considerato un dispositivo militare USA pressoché inattaccabile si trova ora al centro di una crisi che mette in discussione l’intero modello della presenza statunitense nelle acque della regione. Il messaggio emerso dalla guerra è quindi di portata molto più ampia del singolo attacco: il predominio militare USA nel Golfo non può più essere dato per scontato.
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