"Ci stiamo avvicinando sempre più alla guerra"

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"Ci stiamo avvicinando sempre più alla guerra"

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di Paolo Desogus*

 

Ci stiamo avvicinando sempre più alla guerra. Non mi riferisco alla condizione di conflitto, da quel punto di vista siamo già in guerra, anche se fingiamo di non saperlo e senza che il nostro parlamento lo abbia apertamente deciso. Mi riferisco al coinvolgimento diretto dei nostri eserciti e dunque delle popolazioni europee.

Non riesco a capire molto bene la questione del drone russo a Lipsia. Non mi è chiaro quale sia l'interesse russo nell'inviare un drone carico di esplosivo senza farlo deflagrare. C'è chi dice che Putin vuole testare il limite di sopportazione europea e chi afferma che vuole provocare la guerra. Può darsi. Vorrei però osservare che queste letture sono fatte da chi da anni soffia sul fuoco e dà per certo l'attacco alla NATO attraverso l'occupazione dei paesi baltici.
Resta poi una serie di questioni: perché la Russia dovrebbe entrare in conflitto con la NATO? Perché dovrebbe farlo ora, in una situazione di stallo in Ucraina, con un paese evidentemente stanco? E poi qual è la ragione di un'occupazione dei baltici? Veramente il rischio di ritrovarsi gli eserciti polacchi, francesi, tedeschi e magari pure italiani vale l'annessione di quelle terre? Inoltre occupare oggi, nel 2026, dei territori con una popolazione largamente ostile non è cosa facile. Le pretese territoriali russe in Ucraina si limitano infatti alle zone russofone, quelle che hanno subito la guerra civile. L'eventuale annessione di Estonia, Lituania e Lettonia non è la stessa cosa. Comporterebbe, oltre che una guerra con l'Europa, anche la necessità di sottoporre a controllo militare questi tre stati con costi umani e politici molto grandi.

A me non sorprenderebbe di scoprire che quel drone fosse un nuovo false flag per impaurire l'opinione pubblica, magari in vista delle elezioni, e per giustificare il riarmo. Non mi sorprenderebbe perché i numeri dell'economia tedesca sono disastrosi. Volkswagen ha tagliato 50mila posti, cioè un quarto dei suoi dipendenti fra operai, quadri e dirigenti. Non era mai successo ed è un'enormità. Il pericolo di un tracollo industriale della Germania, il vero stato sovranista che per anni ha usato dell'Euro per drogare la propria economia, peraltro contro di noi, e che di fatto è il maggiore responsabile del fallimento dell'UE, è dunque tutt'altro che peregrino.

La guerra è diventata per la Germania la frontiera del suo capitalismo malato: l'ultimo sbocco di una realtà economica miope e provinciale rimasta indietro rispetto alla svolta tecnologica che arrivava dalla Cina e in parte dagli Stati Uniti. A questo si aggiunge anche l'insensata proposta di requisire i capitali russi all'estero e impiegarli per il conflitto.

Non so se si arriverà a questa scelta. Se fosse veramente approvata, rappresenterebbe un precedente e nessun paese potrebbe più considerare i propri capitali al sicuro. Anche noi italiani, dato che tra le tante cose abbiamo le riserve auree dislocate all'estero, non potremmo dire che i nostri beni sono in buone mani e saremmo ricattabili: o meglio saremmo ancor più ricattabili. La conversione a un capitalismo totalmente militare ci porterebbe a una situazione di precarietà estrema. Verrebbe a crearsi quella situazione di cui Lucio Caracciolo ha parlato recentemente e che ha già contagiato USA e soprattutto Israele.

Non saremmo cioè più in grado di controllare la guerra. Sarebbe semmai la guerra, con la sua logica distruttiva, il suo disprezzo per la diplomazia e il suo carico di razzismo, che finirebbe per prendere il sopravvento su tutto e sulle nostre decisioni.

In una certa misura è già così. Siamo già mossi dalla forza esterna della guerra. Siamo però ancora in tempo per tirare il freno a mano e per dire basta a una logica insensata e priva di sbocco.

Paolo Desogus

Paolo Desogus

Professore associato di letteratura italiana contemporanea alla Sorbonne Université, autore di Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema per Quodlibet.

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