Italia e vincolo esterno
I costi della permanenza, i rischi dell’uscita e le condizioni per un'alternativa economica
di Gilberto Trombetta per l'AntiDiplomatico
Il dibattito italiano sull’Unione europea e sull’euro è spesso impostato su un’alternativa falsa: da una parte una permanenza descritta come stabilità, dall’altra un’uscita rappresentata come caos. Ma questa contrapposizione non regge all’analisi dei fatti. La realtà è che l’Italia non si trova di fronte a una scelta tra sicurezza e rischio. Si trova di fronte a una scelta tra due modelli di costo: uno già in atto, lento, strutturale e senza via di uscita, e uno potenziale, più intenso ma concentrato nel tempo e, soprattutto, a cui potrebbe seguire una nuova fase di crescita.

Negli ultimi 35 anni l’economia italiana ha vissuto una stagnazione che non può essere ridotta a semplice ciclo economico. La crescita del PIL è stata tra le più basse delle economie avanzate, la produzione industriale è crollata e i salari reali sono stati compressi. Secondo i dati ISTAT, a marzo 2026 il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali risultava ancora inferiore del 9,2% rispetto a gennaio 2019. In una prospettiva di più lungo periodo, i salari reali italiani sono diminuiti di circa il 12% rispetto al 1990. Allo stesso tempo, la produzione industriale ha subito una contrazione significativa - superiore al 20% rispetto ai livelli precedenti all’adozione dell’euro - e la crescita cumulata del PIL è risultata molto inferiore al trend storico del dopoguerra, con una mancata crescita di centinaia di miliardi (circa 500 miliardi di euro). Questi non sono numeri astratti. Sono il risultato di un modello economico che ha progressivamente compresso la domanda interna, i salari e lo spazio per la politica pubblica.
La bassa produttività italiana non è soltanto una causa della stagnazione, ma anche una sua conseguenza. Quando la domanda interna è debole, le imprese investono meno, innovano meno, sfruttano meno le economie di scala e si spostano verso segmenti produttivi a più basso valore aggiunto. La produttività, in altre parole, non è indipendente dalla domanda: ne è funzione.
Questo quadro va letto dentro il contesto europeo. Nell’euro, il cambio non è più uno strumento di aggiustamento. Le politiche fiscali sono vincolate, gli aiuti di Stato ostacolati quando non apertamente vietati, e la competizione tra Paesi avviene spesso attraverso salari, fiscalità e compressione della domanda. È quello che viene definito un regime di “svalutazione interna”.
Ma questo regime non colpisce tutti allo stesso modo. Alcuni Paesi hanno beneficiato di una posizione più favorevole: sono stati percettori netti di risorse europee, oppure sono rimasti fuori dall’euro, oppure hanno fatto leva su modelli fiscali più aggressivi o su un uso più flessibile degli strumenti nazionali. L’Italia, invece, è un contributore netto - circa 500 miliardi di euro di contributi lordi dal 1992 a oggi, circa 200 miliardi di contributi netti -, è dentro l’euro, ha perseguito una disciplina fiscale più rigorosa rispetto ad altri grandi Paesi europei e una maggiore conformità ai vincoli. Dal 1992 a oggi ha cumulato oltre 800 miliardi di euro di avanzi primari, mentre nello stesso periodo la Francia ha accumulato circa 1.200 miliardi di disavanzi primari e la Spagna circa 600 miliardi. In un contesto già fragile, questa impostazione ha amplificato gli effetti restrittivi.
Per questo è importante ribaltare la domanda. Non si tratta di chiedersi se uscire dall’euro e dall’UE comporti dei costi. Certamente sì. La vera domanda è: i costi dell’uscita sono maggiori o minori dei costi già sostenuti e ancora in corso della permanenza?
Nello scenario centrale qui ipotizzato, che include non soltanto il riallineamento monetario ma anche i costi istituzionali, commerciali e finanziari dell’uscita dall’Unione Europea, il PIL potrebbe ridursi nel primo anno dell’1,5–2,5%. Le simulazioni macroeconometriche disponibili sulla sola uscita dall’euro indicano effetti più contenuti: circa 0,7 punti di crescita sotto il baseline nello scenario passivo e nessuna contrazione statisticamente significativa in presenza di politiche anticicliche. L’inflazione potrebbe aumentare temporaneamente tra il 3% e il 5%, mentre la nuova valuta potrebbe subire una svalutazione iniziale contenuta, intorno all’8–12%. Il costo fiscale netto della transizione potrebbe collocarsi tra il 3% e il 5% del PIL, cioè circa 75–125 miliardi, con interventi complessivi tra l’8% e il 12% del PIL.
Si tratta di numeri rilevanti. Ma hanno una caratteristica fondamentale: sono concentrati nel breve periodo. Qui il confronto diventa chiaro. Da un lato abbiamo una stagnazione che dura da decenni, con perdita di crescita, salari compressi e indebolimento industriale. Dall’altro, una crisi iniziale intensa ma circoscritta, che aprirebbe lo spazio per una successiva fase di ricostruzione.

La storia economica offre analoghi utili, anche se nessuno perfettamente sovrapponibile. L’Islanda, dopo la crisi del 2008, ha utilizzato controlli sui capitali per stabilizzare il sistema finanziario e proteggere l’economia interna. L'Argentina, dopo il 2002, offre un precedente particolarmente interessante. L'aggancio rigido del peso al dollaro aveva contribuito ad alimentare una lunga crisi di competitività e indebitamento, descritta in letteratura come "ciclo di Frenkel". La rottura di quel regime monetario fu seguita da un rapido recupero produttivo, pur accompagnato da forti tensioni economiche e sociali nella fase iniziale. La separazione monetaria tra Repubblica Ceca e Slovacchia nel 1993 dimostra che una transizione tecnica ben organizzata è possibile. Il Giappone, da decenni, mostra che una banca centrale al servizio dello Stato può mantenere sotto controllo i rendimenti del debito. La Corea del Sud, dopo la crisi del 1997, è un esempio di ricostruzione industriale guidata da politiche pubbliche attive. Così come l’Italia nel dopo guerra che grazie a una politica industriale pubblica ha dato vita al miracolo economico italiano, quello del trentennio glorioso (1945-1975). Al contrario, l’esperienza della Russia degli anni 90 o del collasso sovietico mostra cosa accade quando una trasformazione sistemica avviene senza capacità statale: disorganizzazione, crollo produttivo e instabilità sociale. Questi precedenti non sono modelli da copiare, ma strumenti per capire una cosa: il fattore decisivo non è solo l’uscita in sé, ma anche la capacità di gestirla.
Ed è qui che il discorso diventa politico nel senso più profondo. L’uscita dall’euro e dall’UE non può essere concepita come un fine. Avrebbe senso solo come parte di un progetto più ampio: piena occupazione, banca centrale pubblica attiva, politica industriale, ricostruzione di un settore pubblico nei monopoli naturali e nei settori strategici, rilancio della domanda interna e del salario.
Dal punto di vista operativo, un’uscita unilaterale dell’Italia non sarebbe un evento improvviso, ma un processo articolato. Implicherebbe inizialmente la messa in sicurezza del sistema finanziario attraverso controlli sui movimenti di capitale, ricorrendo in una prima fase alle deroghe alla libera circolazione dei capitali previste dall’articolo 65 del TFUE. Il controllo sulla circolazione dei capitali non avrebbe soltanto la funzione di impedire fughe speculative durante la transizione, ma costituirebbe uno degli strumenti del nuovo sistema di regolamentazione finanziaria, finalizzato a limitare il rischio di crisi, bolle speculative e rendite finanziarie.

Parallelamente sarebbe necessario ripristinare un circuito nazionale dei pagamenti autonomo dall’Eurosistema e introdurre progressivamente la nuova valuta. L’Italia dispone già di infrastrutture che potrebbero costituire la base tecnica di questa transizione: BI-RTGS per il regolamento dei pagamenti di grande importo, BI-COMP per la compensazione dei pagamenti al dettaglio, oltre a piattaforme come pagoPA e CBILL per i rapporti finanziari tra cittadini, imprese, sistema bancario e Pubblica Amministrazione. Queste infrastrutture dovrebbero naturalmente essere adeguate e integrate in un nuovo sistema nazionale autonomo.
Seguirebbe la fase di uscita formale dall’Unione Europea (articolo 50 TUE), di introduzione della nuova valuta e di ridenominazione secondo la legislazione nazionale dei contratti interni. Nella successiva fase di stabilizzazione, la Banca d’Italia, tornata pienamente responsabile della politica monetaria, avrebbe il compito di gestire il cambio, garantire la liquidità del sistema finanziario, mantenere sotto controllo i rendimenti del debito pubblico e finanziare la spesa pubblica.
Parallelamente alla stabilizzazione inizierebbe la fase decisiva: la ricostruzione industriale e occupazionale. In altre parole, l’uscita non è il fine. È un mezzo. Senza un progetto di trasformazione economica, l’uscita rischia di essere un semplice cambio di regime monetario, incapace di modificare le cause strutturali della stagnazione pluridecennale. Con un progetto coerente, può invece diventare lo strumento di una transizione verso una nuova fase di sviluppo, piena occupazione e riduzione delle disuguaglianze.

Alla fine, la questione centrale non è tecnica. È politica. L’Italia deve decidere se accettare una stagnazione prolungata, già visibile nei dati di crescita, salari e industria, oppure se affrontare una transizione rischiosa ma potenzialmente foriera di enormi benefici economici e sociali.
E soprattutto deve chiedersi se esista oggi la capacità politica, statale e amministrativa per progettare e gestire una trasformazione di questo tipo. Perché è lì, più che nei modelli teorici, che si decide l'esito finale.
CRONOLOGIA USCITA
FASE 1- MESSA IN SICUREZZA
0–6 mesi
- 65 TFUE
- Controlli sui movimenti di capitale
- Protezione dei depositi
- Stabilizzazione del sistema bancario
- Comitato nazionale per la transizione monetaria
Obiettivo
Impedire la fuga di capitali e proteggere il sistema finanziario.
FASE 2 - AUTONOMIA DEI PAGAMENTI
1–6 mesi
- BI-RTGS
- BI-COMP
- pagoPA
- CBILL
- Adeguamento ATM, POS e sistemi bancari
Obiettivo
Garantire la continuità dei pagamenti indipendentemente dall’Eurosistema.
FASE 3 - NUOVA VALUTA
6–12 mesi
- Introduzione della Nuova Lira
- Conti bancari nella nuova valuta
- PA, stipendi e imposte in valuta nazionale
- Nuovi titoli di Stato
- Ridenominazione dei contratti interni
Obiettivo
Recuperare la sovranità monetaria.
FASE 4 - USCITA FORMALE E STABILIZZAZIONE
12–24 mesi
- 50 TUE
- Uscita dall’UE
- Banca d’Italia pienamente sovrana
- Controllo dei tassi
- Gestione del cambio
- Sostegno a banche e imprese
- Contrasto all’inflazione importata
Obiettivo
Assorbire lo shock iniziale.
FASE 5 - RICOSTRUZIONE
dal secondo anno
- Nuovo IRI
- Nazionalizzazioni strategiche
- Politica industriale
- Piena occupazione
- Rilancio dei salari
- Sostituzione delle importazioni strategiche
- Nuovi accordi commerciali
Obiettivo
Trasformare la sovranità monetaria in sviluppo economico.
GLOSSARIO
- Infrastrutture di regolamento (Banca d'Italia)
BI-RTGS (Banca d'Italia - Real Time Gross Settlement): È il sistema di regolamento lordo in tempo reale della Banca d'Italia. Gestisce pagamenti di importo rilevante in modo individuale, immediato e definitivo.
BI-COMP (Banca d'Italia - Compensazione): È il sistema di compensazione multilaterale per i pagamenti al dettaglio (importi minori). Invece di regolare ogni singola operazione, nell’assetto attuale, BI-COMP compensa le reciproche posizioni di debito e credito tra banche e regola i saldi finali attraverso i sistemi dell’Eurosistema.
- Piattaforme di pagamento (Utenti e PA)
pagoPA: È il sistema nazionale obbligatorio per i pagamenti verso la Pubblica Amministrazione. Garantisce che i pagamenti siano sicuri, tracciabili e che la PA riceva i fondi in modo tempestivo. PagoPA controlla la posizione debitoria in tempo reale.
CBILL: È un servizio che permette di consultare e pagare bollette e avvisi (inclusi quelli pagoPA) tramite l'home banking della propria banca. È integrato con pagoPA, permettendo di pagare usando lo IUV (Identificativo Unico di Versamento) tramite i canali bancari online o gli ATM.
NOTA METODOLOGICA
Le stime sui possibili effetti dell’uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dall’euro non costituiscono previsioni econometriche puntuali, ma ordini di grandezza elaborati attraverso un’analisi comparativa e di scenario. Tengono conto delle caratteristiche strutturali dell’economia italiana - base industriale, elevato risparmio privato, basso debito delle famiglie, posizione patrimoniale netta sull’estero positiva e saldo commerciale strutturalmente favorevole - e presuppongono un’uscita programmata e gestita attraverso controlli sui movimenti di capitale, protezione del sistema finanziario, introduzione progressiva della nuova valuta, recupero della sovranità monetaria e politiche fiscali e industriali espansive.
Gli intervalli stimati per la contrazione iniziale del PIL (1,5–2,5%), l’aumento temporaneo dell’inflazione (3–5%), la svalutazione della nuova valuta (8–12%) e il costo fiscale netto della transizione (3–5% del PIL) sono ottenute bilanciando tra i possibili effetti recessivi dello shock iniziale e le misure previste per contenerli. La valutazione tiene conto anche dei risultati delle simulazioni macroeconometriche disponibili sulla sola uscita dell’Italia dall’euro, dell’andamento del tasso di cambio effettivo reale (REER), degli effetti della svalutazione su importazioni ed esportazioni, della possibilità per la Banca d’Italia di intervenire sui rendimenti del debito e della distinzione tra costo fiscale netto e risorse complessivamente mobilitate dallo Stato, stimate nell’8–12% del PIL e comprendenti anche garanzie, prestiti, investimenti, acquisizioni e nazionalizzazioni.
Come riferimenti comparativi sono state considerate esperienze storiche diverse e non direttamente sovrapponibili, tra cui l’Italia degli anni Cinquanta-Settanta, l’Argentina dopo il 2002, l’Islanda dopo il 2008, la separazione monetaria tra Repubblica Ceca e Slovacchia, il Giappone e la Corea del Sud dopo il 1997. Le stime devono pertanto essere interpretate come intervalli di scenario condizionati alle ipotesi adottate e non come previsioni puntuali: l’esito effettivo dipenderebbe dalle modalità della transizione, dal contesto internazionale, dalle reazioni dei mercati e dei partner commerciali, dall’eventuale tenuta o dissoluzione dell’UE e dell’eurozona e, soprattutto, dalla capacità politica, statale e amministrativa di gestire il processo.


