Il caso Ranucci e la questione woke

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Il caso Ranucci e la questione woke

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di Giuseppe Giannini

I dibattiti intorno al caso Ranucci e la questione woke contraddistinguono l’arretratezza culturale di un Paese in perenne campagna elettorale. Temi e figure, che diventano segni di identificazione, feticci da sbandierare, opportunisticamente, ma che nella pratica sono divisivi.

Soprattutto per chi, preso dalle difficoltà materiali, sa di essere stato per troppo tempo abbandonato da una parte politica e sindacale, ed oggi paga l’involuzione sociale e civile dell’Italia. L’imbarbarimento dei costumi, il clima d’odio, la mancanza di appartenenza. Isolati all’interno del mondo globalizzato, che corre veloce e non aspetta. Proiettati in una dimensione altra, quella virtuale dei social, come via di fuga dal quotidiano insopportabile, in cerca di accettazione, ma anche come occasione dove tutto il risentimento accumulato prende forma. In mancanza di tangibili punti di riferimento - le ideologie - idonee ad indicare la direzione, i singoli, massificati nel consumo, alienati nelle esistenze, incapaci di trovare una narrazione credibile cercano riparo, spesso, inseguendo personalità in grado di sopperire al vuoto di una società sempre più instabile.

Nell’assenza della politica come arte del possibile, di figure autorevoli (gli intellettuali), ecco che emergono, oltre le proprie possibilità e reali volontà, altri soggetti. Solo che queste persone, del tutto rispettabili per le competenze e l’onestà, hanno ruoli e responsabilità diverse.

Così, accade che Travaglio, la Gabanelli e Ranucci vengano forzatamente immessi in un circuito che non gli appartiene e che parla il linguaggio dei leader. La personalizzazione della politica, il culto della personalità, fino all’uomo solo al comando. Il capo capace di parlare alle masse come un novello demiurgo. Osannata oltre il dovuto questa tendenza - il leaderismo - produce e brucia capipolo in un battito di ciglia. Portata agli estremi corre il rischio di dare forma a gestioni dittatoriali nelle ipotesi dei presidenti di governi e Stati. Nel nostro caso, parliamo di persone che non decidono sulle masse, ma alle stesse parlano. Cercando di svelare ciò che il potere occulta. E, poichè nell’Italia che ha subito il fascismo, prodotto le mafie, partorito le stragi, e che ha fatto della corruzione un fattore endemico dopo Tangentopoli, il rispetto delle regole e le buone maniere sono merce rara, il rischio è la mitizzazione.

Un conto è la stima, cosa diversa è idolatrare. Ed è quanto sta accadendo a Ranucci. Visto come uomo, culturalmente di sinistra, che si occupa di inchieste scomode, perché toccano il mondo della politica e degli affari. Siccome, insieme a quel poco di giornalismo libero ed indipendente ed alla Magistratura “non dogmatica e giustizialista” rappresentano gli anticorpi rimasti all’interno di un Paese deviato e corrotto moralmente, il processo mediatico a cui è sottoposto chiama in causa mille ipotesi. Non si tratta di evidenziare superficialità, come può essere la frequentazione col faccendiere Lavitola, anche perché Ranucci fa parte di un gruppo di lavoro abituato a querele e pressioni di ogni tipo. Piuttosto, forse, chi trama è a sua volta pedina di un gioco più grande. C’è chi chiama in causa il connubio destra eversiva-criminalità organizzata. Altri, ancora, la capacità dello Stato di Israele di ingerirsi e condizionare il dibattito pubblico, in anni in cui la critica al sionismo è vietata.

Da noi, invece, il chiacchiericcio viene ridotto a difensori di parte (certa sinistra) ed accusatori in cerca di rivalsa (i liberali e le destre). La stessa divaricazione che accomuna diritti sociali e civili, da quando la tematica woke all’interno del mondo progressista è oggetto di discussione. Per troppo tempo la classe dirigente della sinistra mondiale è sembrata preoccuparsi solo della trattazione di questioni inerenti il giusto allargamento dei diritti civili. Dimenticando, però, la materialità delle esistenze, sacrificando quelli sociali. Le faccende quotidiane, il lavoro povero e precario, persi di vista, insieme alla fiducia di quelle classi sociali, che, una volta, erano il naturale bacino di riferimento.

Le riflessioni accese nel mondo della sinistra che, dai democratici americani alle sinistre nostrane, sembrano essere una tardiva ammissione di colpa sono una questione che non dovrebbe esistere. Per il fatto stesso che parlare di diritti civili, isolatamente da quelli sociali, vorrebbe dire, non solo non aver capito le tendenze presenti nella società, ma soprattutto che queste non vanno tenute disgiunte dalle problematiche reali. E’ inutile girarci intorno e separare le questioni. Il focus è dato dalla stratificazione sociale. E’ proprio la condizione (il lavoro, l’accessibilità ai servizi, il welfare) a fare la differenza. Senza la garanzia dei diritti sociali diventa complicato poter esercitare i secondi (riconoscere la cittadinanza e la diversità di provenienza e di genere). Per puro tornaconto elettorale la sinistra, diventata elitaria, adesso, vorrebbe accantonare questioni, che non sono affatto rimandabili.

E’ la stessa strategia messa in campo dalle forze moderate e liberali, che rincorrono le destre estreme sul terreno riguardante le politiche migratorie o della gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza. Se c’è un punto che unisce sinistra e destra come forze sistemiche, che ambiscono al potere, ma soggiacciono ad interessi extra statali (i poteri superiori) è dato dal comune sostegno alla corsa agli armamenti. Questa ambiguità è riscontrabile anche sul tema della cd. green economy. Di un cambiamento necessario, però tardivo, da non affidare agli stessi gestori del fossile e alle speculazioni capitalistiche, e che oggi è drammaticamente superato dalle “contingenze” di guerra. Finiamola con queste ipocrisie. Vogliamo rendere effettivi i diritti? Allora, rispettiamo l’art.3 della nostra Costituzione. Senza dimenticare che è la divisione in classi della società a fare la differenza. Che rende i diritti esercitabili secondo la scala gerarchica di appartenenza. Il razzismo, l’omofobia, sono maggiormente sentiti da chi vive i luoghi (andando al lavoro, a scuola, prendendo i mezzi pubblici, vivendo nei quartieri marginalizzati dalla gentrificazione). Problematiche che toccano, in misura minore, chi vive altrove: i ricchi (sportivi, personaggi del mondo dello spettacolo) che abitano nelle zone del lusso e frequentano altri posti per il consumo.

Non essendo destinatari di apprezzamenti popolari, al massimo sono vittime dei cori razzisti negli stadi o di insulti sui social. Ciò non toglie che il tema è tristemente attuale. L’intolleranza viene alimentata dalla povertà esistenziale. Da forze (partiti e media) e da retaggi culturali, che, altrimenti, non sarebbero percepibili. Solo superando gli steccati è possibile ripensare la convivenza. Le identità che creano muri con le alterità sono foriere di discriminazioni. Invece, soltanto la garanzia di condizioni di vita dignitose (la certezza del reddito e della usufruibilità dei servizi, l’autonomia delle scelte) potrà rendere effettiva l’emancipazione e concretizzare sia i diritti sociali che quelli civili.

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