Il sequestro

Quello che gli Stati Uniti rischiano dal primo marzo prossimo

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Il sequestro

di Alessandro Bianchi

Senza un accordo bipartisan, gli Stati Uniti dal primo marzo andranno incontro ad una serie di tagli incondizionati di circa 1,2 trilioni di dollari. L'ironia del “sequestro”, come è stato ribattezzato in America, è che si tratta di una punizione autoinflitta nell'agosto del 2011, quando il Congresso ha deciso di varare riduzioni così drastiche e gravi nella scadenza indicata, in modo tale da imporre un accordo tra Repubblicani e Democratici di riduzione bilanciato del debito. Al momento, tuttavia il partito dell'elefantino, che controlla il Congresso ed ha già dichiarato di non voler ulteriori aumenti delle tasse, ha assunto un atteggimento ostile rispetto alle proposte avanzate dal presidente Obama, responsabile di aver sottovalutato la questione fino a questo momento.
 
“Il sequestro”. Dopo aver scongiurato solo all'ultimo momento il cosiddetto fiscal cliff, vale a dire gli aumenti di tasse e riduzioni della spesa pubblica previsti in modo automatico dall'amministrazione Bush a partire dal primo gennaio 2013, i due partiti americani sono impegnati ad evitare una serie di tagli anche superiori entro il primo marzo al budget federale, che getterebbero il paese in una pericolosa spirale di recessione in una situazione di forte fragilità. Il tutto se il Congresso non dovesse intervenire con un piano bipartisan di riduzione del deficit.
Nello specifico, si tratta di tagli enormi ed indiscriminati per un valore complessivo di 1,1, trilioni di dollari - 85 miliardi previsti per il 2013 - egualmente divisi tra riduzione del budget alla Difesa ed alla spesa pubblica civile. Non verrebbero toccati i grandi programmi del Welfare americano – Social Security (il sistema pensionistico federale), Medicaid (l'assicurazione della sanità del fondo governativo per le fasce meno abbienti) e Medicare (l'assicurazione per le fasce più anziani) – che sarebbero esenti, così come gli stipendi dei militari e le prerogative guadagnate dai veterani. Per questo, il resto delle spese alla Difesa, soprattutto le spese negli sviluppi di nuovi armamenti e le missioni all'estero, dovrebbero diminuire di un incredibile 8% per quest'anno e le spese civili diverse dai tre programmi sociali indicati sopra di un 5%. Con conseguenze notevoli sull'economia reale.
 
I rischi. Il Pentagono ha già annunciato che qualora dovessero entrare in vigore i tagli del “sequestro” si vedrà costretto a licenziare 20 mila impiegati civili, oltre all'applicazione di inevitabili riduzioni per le assicurazioni sanitarie dei militari e dei loro famigliari. Gli effetti di questi tagli sarebbero drammatici soprattutto negli Stati come la Virginia, la cui economia è indissolubilmente concatenata con le aziende di produzione bellica. Secondo le stime pubblicate dal professore di economia all'Università di Dominion Vinod Agarwal, in Virginia il tasso di disoccupazione aumenterà in modo notevole: 165 mila lavori in meno nei prossimi due anni – quasi 5% del totale dello stato. Dati confermati dal governatore della Virginia Bob Mc Donnell, il quale ha già dichiarato di temere che il “sequestro” possa spingere lo stato in una drammatica spirale recessiva.
Il presidente americano Barack Obama propone un accordo ai repubblicani che prevede una nuovo aumento delle imposte alle fasce più alte, dopo quelli entrati in vigore quest'anno per i redditi superiori ai 450 mila dollari, bilanciato da tagli alla spesa pubblica da posticipare in una fase successiva di ripresa dell'economia. Ma i repubblicani hanno dichiarato che non accetteranno utlteriori aumenti delle tasse. E secondo alcune indiscrezioni interne, ci sarebbero diversi deputati repubblicani che considerano positivo l'entrata in vigore del “sequestro”, che permetterebbe di realizzare il loro principale obiettivo politico senza ulteriori incrementi delle tasse. Lo stallo politico attuale è tale che in molti negli Stati Uniti reputano possibile un mancato accordo entro il primo marzo.
 
Possibili soluzioni. Dalle colonne del New York Times, il noto economista americano Paul Krugman ha sostenuto come il ricatto repubblicano costerà all'America 750 mila posti di lavoro. Invece di prendere a riferimento il tasso di disoccupazione ed i tassi di interessi tra i più bassi nella storia con i quali il governo americano riesce a prendere a prestito per ripagare il proprio debito, la questione del debito è erroneamente al centro delle scelte di Washington. La migliore opzione, secondo l'economista americano, sarebbe semplicemente quella di dimenticare la questione, che del resto è solo un falso problema.
Al contrario John Makin su The Guardian critica l'atteggiamento tenuto dal presidente, che ha sottovalutato la questione fino alla fine convinto di poter obbligare i repubblicani e si ritrova ora in una posizione che potrebbe determinare il suo primo gravissimo fallimento della sua amministrazione. Del resto, prosegue Makin, Obama invece di incolpare i repubblicani per le conseguenze del “sequestro” dovrebbe considerare che gli aumenti delle tasse decisi dalla sua amministrazione ed in vigore dal primo gennaio stanno già avendo conseguenze ancora peggiori a livello politico ed economico, per il paese, pesando per circa 175 miliardi di dollari all'anno. 
Una soluzione intermedia, che potrebbe far arrivare i due partiti ad un accordo entro la prossima settimana, vale a dire tagli alla spesa abbinati ad un incremento delle tasse per le fasce più ricche, sarebbe comunque l'accettazione delle conseguenze del sequestro. Con una riduzione potenziale stimata, anche in questo caso, di almeno 700 mila posti di lavoro.

Per un approfondimento si consiglia la lettura di:

1) P. Krugman, Fuori da questa crisi adesso. Il noto economista americano è uno dei più ferventi oppositori in patria contro le politiche di riduzione del debito
2) C. Reinheart e K. Rogoff, Questa volta è diversa. Otto mesi di follia finanziaria. Illuminante storia del debito finanziario nel corso dei secoli attraverso il saggio curato da due dei massimi esperti mondiali sul tema.
 

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