Leggere Kanafani in Vietnam, pensare Gaza

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Leggere Kanafani in Vietnam, pensare Gaza

 

di Pasquale Liguori

Durante il mio recente viaggio in Vietnam, la lettura di un testo di Ghassan Kanafani del 1971, The Underlying Synthesis of the Revolution, ha preso forma come una chiave di riflessione. Un testo breve, certo, ma capace di aprire squarci: lontano dal chiacchiericcio e dai posizionamenti consunti delle bolle (e delle balle) social, scorrere quelle pagine sull’organizzazione rivoluzionaria vietnamita contro gli Stati Uniti proprio mentre attraversavo luoghi, fonti e memorie di quella storia significava ricerca di nitore, di sguardo libero. So che certi argomenti possono sembrare velleitari, perfino urticanti, per chi preferisce restare nell’alveo delle compatibilità accettabili. Va benissimo così, non importa: le medicine non sono mai piacevoli.

Ghassan Kanafani, nel saggio in questione riproposto nella pregevole raccolta Selected Political Writings pubblicata da Pluto Press, assumeva il Vietnam come paradigma e ne traeva una lezione limpida: la sproporzione di forze tra colonizzato e colonizzatore non può essere colmata con le intenzioni, ma soltanto con l’organizzazione. Non un dettaglio tecnico, né un marchingegno burocratico, ma l’essenza stessa della resistenza. Cioè a dire, il punto in cui teoria e prassi, ideologia e masse si fondono in un soggetto capace di tenere testa all’imperialismo.

Il Pentagono, paradossalmente, aveva compreso questa verità meglio di tanti “progressisti” occidentali di allora e di oggi. Gli uffici di ricerca della Difesa statunitense studiavano con scrupolo l’organizzazione vietnamita: le cellule, i legami interni, i rapporti con le masse. Sapevano che lì si giocava la partita, che non era questione di armi ma di organizzazione. Israele oggi fa lo stesso con la resistenza palestinese: conosce il pericolo non nelle dichiarazioni di tribunali, istituzioni, governi e Ong, ma nelle brigate, nei quadri, nella capacità organizzativa che ancora sopravvive sotto le macerie di Gaza.

Eppure, nel dibattito occidentale, la questione è ormai sistematicamente occultata. L’atto di fede è sempre lo stesso: “condanniamo Hamas senza se e senza ma”. Non è una frase innocente. È la formula con cui il mainstream - e le sodali “sinistre” occidentali con coscienza linda e mani pulite - si schiera, di fatto, contro la resistenza organizzata. Si concede al palestinese la sofferenza, ma non l’organizzazione; la vittima, ma non il combattente; il dolore umanitario, ma non la politica.

Chi condanna l’organizzazione condanna la possibilità stessa della liberazione. Ed è in questo vuoto che si insinuano le formule surrogate del collaborazionismo: prima i caschi blu, poi le piazze multicolori - sfondo “ragionevole” su cui innestare le alchimie del business della ricostruzione - il tutto sotto l’egida di facciata, rassicurante per il colonizzatore, delle cariatidi dell’Autorità Palestinese, affiancate da arabi ben candeggiati, emissari in conto terzi di Abramo. Un modello destinato a riprodurre lo stato coloniale, mai a scardinarlo. Si fa presto, allora, a dire “basta con lo sterminio, basta con il sangue, basta con la sofferenza”: parole sacrosante, ma che non producono alcuna via di liberazione. Non è un’autonomia quella che si suggerisce, ma un percorso vuoto, incapace di dare senso alla lotta perseguita da quasi un secolo, tra martiri e sangue versato, per la libertà e per il ritorno alla propria terra. Una “pace” che cancella la resistenza non è pace, è la continuazione del colonialismo con altri mezzi.

Come scriveva Kanafani nel suo saggio, “the only weapon that can be utilised by the colonised and oppressed peoples to resist the war of aggression … is the weapon of the masses themselves”. E i popoli hanno bisogno di una forma, di una disciplina, di un partito che guidi, che unisca, che trasformi la quantità in forza qualitativa.

Il 7 ottobre ha segnato uno spartiacque. Qui non si tratta di discuterne i dettagli, né di farsi trascinare dalle menzogne di propaganda israeliana: stupri di massa, decapitazioni di bambini, orrori inventati a uso mediatico. Si tratta di capire che ciò che l’Occidente non può tollerare non è l’eccesso di violenza, ma l’esistenza stessa di una resistenza organizzata. Hamas non viene demonizzato per ciò che ha fatto in un giorno, ma per ciò che rappresenta ogni giorno: il rifiuto di essere solo vittima e di consegnarsi a un destino umanitario senza soggetto politico.

Ed è qui che emerge un altro punto decisivo. La classificazione di Hamas come “organizzazione terroristica” da parte dei governi occidentali non è un fatto neutro, né universale: è una scelta politica. Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Canada hanno adottato questa definizione, ma non così Russia, Cina, Turchia, Iran e gran parte del Sud globale, che la riconoscono invece come movimento di resistenza. Questo dato di per sé dovrebbe far riflettere: quando in Occidente qualcuno condanna Hamas a prescindere, in realtà sta dicendo da quale lato del campo di gioco sceglie di restare e con quali regole intende continuare a giocare.

È questo che distingue chi si schiera davvero con la Palestina da chi, pur dicendosi solidale, rimane un ottimo complice del sionismo. Ripetere “Palestina sì, Hamas no” significa dire “Palestina sì, ma solo come ferita eterna, non come lotta”. È accettare l’idea che il popolo palestinese resti compatito, ma mai liberato.

Il Vietnam ha dimostrato che l’imperialismo non è invincibile. La Palestina oggi dimostra che la resistenza non può essere ridotta a un’immagine di dolore. Kanafani avvertiva: senza organizzazione non c’è rivoluzione. Condannarla in blocco significa condannare la libertà.

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