Trump e il duro scontro interno al capitalismo. Intervista ad Alessandro Volpi
di Luca Busca
Alessandro Volpi, ex sindaco di Massa, docente di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, è reduce dall’ultima fatica letteraria, pubblicata nel 2025 con Laterza, dal titolo emblematico: “La guerra della Finanza – Trump e la fine del capitalismo globale”.
Il libro s’inserisce perfettamente in un quadro geopolitico che appare sempre più confuso, facendo luce su dinamiche che sembrano sconvolgere i canoni classici del neoliberismo. Abbiamo così chiesto “lumi” al professor Volpi.
L.B. Con il secondo mandato di Donald Trump come è cambiata la comunicazione geopolitica e soprattutto cosa è cambiato “nel duro scontro interno al capitalismo contemporaneo ... in seguito all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti”?
A.V. L’elezione di Trump ha segnato una forte tensione all’interno del capitalismo finanziario Usa, dominato da diversi anni dall’assoluta centralità dei grandi fondi di raccolta del risparmio gestito; le cosiddette Big Three, rappresentate da BlackRock, Vanguard e State Street, capaci di raccogliere quasi 50 mila miliardi di dollari di asset in giro per il mondo e di indirizzarli verso i principali titoli dello S&P 500, divenendo così le principali azioniste di vasti settori, dai colossi come Amazon, Alphabet, Microsoft, Meta e Nvidia ad una sequenza di major dell’energia, delle armi, della grande distribuzione e del divertimento. L’arrivo di Trump ha comportato un almeno parziale indebolimento di questo monopolio perché il nuovo presidente aveva e ha una finanza decisamente più organica alle sue posizioni, da Musk, a Thiel, a Ellison, a Bessent e Lutnick, figure legate al mondo delle criptovalute, delle commesse statali, della finanza hedge e che lo stesso Trump ha addirittura inserito in posti chiave del suo governo. Questa compresenza di Big Three e finanza trumpiana è stato, e continua ad essere, un elemento di forte instabilità nel mercato finanziario americano, decisamente appesantito peraltro da una ipertrofia finanziaria, con titoli che hanno un prezzo 50 volte gli utili, e da una profonda crisi dell’indebitamento pubblico e privato.
L.B. Alcuni analisti hanno interpretato la politica dei “dazi”, e gli attacchi militari a paesi non allineati ma ricchi di risorse energetiche (Nigeria, Venezuela e Iran) come segnali di debolezza dovuti alla perdita sostanziale di egemonia economica e politica nel panorama mondiale. Qual è il tuo parere in proposito?
A.V. Penso che si tratti di una valutazione corretta. Trump è stato costretto a introdurre i dazi per due ragioni fondamentali. La prima è rintracciabile nella necessità di fare cassa, di trovare risorse per coprire un debito federale che ormai sfiora i 40mila miliardi di dollari e impone il pagamento di 1300 miliardi di dollari d’interessi ogni anno. In tale ottica, i dazi sono un modo per far pagare agli esportatori negli Stati Uniti una parte di tale debito, nella convinzione, maturata dallo stesso Trump, che numerosi dei partner americani non possano far a meno del mercato Usa e quindi pagheranno i dazi, magari operando in modo da ridurre il costo di produzione e dunque il prezzo finale delle loro merci per non perdere la fondamentale clientela degli Stati Uniti. La seconda ragione dei dazi si trova nel tentativo degli Stati Uniti di ridurre il disavanzo commerciale, oggi vicino ai 1000 miliardi di dollari l’anno, e di riportare in patria intere fasi produttive ora dislocate in giro per il mondo per effetto della globalizzazione che, a detta di Trump, è una responsabilità dei democratici. Tuttavia i dazi non bastano a centrare questi obiettivi perché il debito americano è troppo grande e sta perdendo compratori, dalla Cina, all’India, alle petromonarchie, così come appare complicatissima una ripresa produttiva statunitense. Dunque, Trump ha affiancato alla strategia dei dazi quella dell’aggressività militare, con l’obiettivo di mettere le mani su aree del pianeta particolarmente ricche di materie prime ed energia. Queste sarebbero destinate a costituire il sottostante reale di un’economia finanziaria a stelle e strisce altrimenti debole. La finalità sarebbe anche quella di spingere i BRICS e le altre potenze emergenti a tornare a comprare debito USA e a non abbandonare il dollaro. In sintesi, dazi e aggressione militare nascono dalla profonda crisi degli Stati Uniti, che Trump ha in larga misura ereditato.
L.B. La dedollarizzazione; la dismissione progressiva dei titoli di indebitamento da parte di paesi come Cina e Arabia Saudita; l’aumento delle aree economico-commerciali che non includono gli Stati Uniti (Mercosur - BRICS+ - Asean - Shanghai Cooperation Organisation - African Continental Free Trade Area – etc.) sono segnali di un “declino” progressivo dell’egemonia statunitense. Quali sono le cause di questi fenomeni e in che modo Trump pensa di affrontare o risolvere tali problemi?
A.V. Le cause sono molteplici. La prima, e forse più evidente, è costituita dalla globalizzazione neoliberista. Di fronte all’accentuarsi delle tensioni sociali nei grandi spazi produttivi, di fronte alle incipienti proteste ambientali e di fronte all’erosione dei margini di profitto per l’aumento dei costi, il capitalismo occidentale ha scelto la strada del trasferimento in altre aree del mondo delle fasi produttive per recuperare proprio quei margini in caduta libera e per disinnescare la protesta sociale. Al tempo stesso, tale capitalismo ha scelto di assumere le sembianze monopolistiche della finanziarizzazione, eliminando ogni vincolo non solo alla circolazione dei capitali ma anche a ogni freno alla generazione di una finanza artificiale, composta da migliaia di tipologie di prodotti finanziari volti a moltiplicare all’infinito la prerogativa di tale settore di “inventare” ricchezza. Sono nate così le banche universali, gli strumenti derivati, trasformati da forme assicurative contro il rischio in vere e proprie forme di speculazione, la proliferazione dei fondi verso cui destinare masse crescenti di risparmio per supplire allo smantellamento dei sistemi di Welfare. Negli Stati Uniti questo processo è stato rapidissimo e ha disgregato il sistema produttivo interno, ha finanziarizzato praticamente per intero la vita degli individui, andando incontro allo scoppio di continue bolle i cui effetti venivano contenuti con la produzione di debito coperto dalla dollarizzazione. Ora questo schema si sta esaurendo perché la Cina ha ampiamente superato gli Stati Uniti in termini produttivi e perché la montagna del debito pubblico, pari come ricordato a quasi 40mila miliardi di dollari, e quello privato, stimato attorno ai 35mila miliardi, non è più sostenibile e, soprattutto, non più credibile, con conseguente fuga dal dollaro. Trump pensa di affrontare questa crisi con i dazi, con le minacce militari, con l’imposizione di una sorta di monopolio dei combustibili fossili, magari in condominio con la Russia, e con il ricorso alle “stable coin”, convertibili in dollari: un’operazione decisamente pericolosa e assai difficile da realizzare dato il carattere strutturale della crisi Usa.
L.B. nel tuo libro c’è un’analisi dettagliata sulle “origini storiche dei padroni del mondo” e sull’assalto al “risparmio europeo”, oltre che sulla corsa al riarmo come prossima bolla speculativa. Puoi spiegarci brevemente come questi fattori influenzano lo “scontro interno al capitalismo”. Ritieni che si tratti di strategie difensive concordate o d’improvvisazioni economiche e politiche?
A.V. Le già ricordate tensioni interne al capitalismo finanziario americano, hanno generato una non banale e rinata volatilità che ha spinto i grandi gestori del risparmio a trovare soluzioni alternative. Una di queste è stata fornita dalla classe dirigente europea, dal Rapporto Draghi per finire con il Rearm Europe. Se il capitalismo finanziario occupa una posizione centrale nel mondo occidentale, chiamato dalle scelte politiche neoliberali a garantire previdenza e assistenza attraverso il risparmio convogliato nei fondi gestiti dalle Big Three, e se la tenuta finanziaria degli Stati Uniti è minacciata dall’entità del debito pubblico, cui si aggiunge la concorrenza cinese anche nei settori della bolla tecnologica e dell’intelligenza artificiale, così decisivi per il mercato finanziario globale, allora il riarmo europeo si presenta come una possibile soluzione. Esso diventa la strada da percorrere per costruire un sistema di titoli finanziari ad alto rendimento, capaci di sostituire in parte quelli tecnologici. Inoltre, potrebbe offrire nuova stabilità ai milioni di portafogli dei risparmiatori. Con il riarmo, la Commissione von der Leyen ha indirizzato 800 miliardi di euro nella spesa militare, l’ha tolta dai vincoli del Patto di Stabilità e l’ha sostenuta con le risorse della Bei. Nel frattempo la Germania di Mertz ha annunciato un formidabile piano di riarmo, cui si è unito l’impegno europeo di portare la spesa per la Nato al 5% del Pil. Ciò ha determinato l’immediata impennata dei titoli e dei prodotti finanziari legati alle società che si occupano di sistemi d’arma, da Rehinmetall, a Thales, a Bae System, a Leonardo, costituendo così una nuova bolla in cui si sono gettate le Big Three.
L.B. Come evolverà questo conflitto interno al capitalismo nei prossimi tre anni di presidenza Trump? Quali futuri ci dobbiamo aspettare a livello mondiale?
A.V. L’evoluzione delle tensioni interne al capitalismo è probabile che si articoli su più piani. Trump cercherà, infatti, di ricomporre lo scontro interno fra Larry Fink, Jamie Dimon, i grandi fondi e la “sua” finanza, da Palantir a Oracle, coinvolgendoli nella comune gestione delle commesse militari, delle risorse delle aree sottoposte a controllo militare, degli strumenti finanziari e monetari, iniziando dalle criptovalute: una sorta di patto per evitare che scoppi la bolla finanziaria e il dollaro sia travolto. Non bisogna dimenticare che oggi il debito Usa è per il 75% nelle mani di grandi fondi statunitensi, della Fed, di varie agenzie federali mentre la percentuale nelle mani del resto del mondo ha toccato il minimo storico del 25%. Quindi sistemare il conflitto interno al capitalismo nordamericano, è per Trump fondamentale, come del resto dimostra la nomina di una figura di chiaro compromesso come Kevin Warsh alla guida della Fed. Per operare questa ricongiunzione ed evitare la dedollarizzazione, tuttavia, Trump ha bisogno anche di mantenere relazioni non troppo conflittuali con la Cina, data la sua centralità nell’utilizzo del dollaro e nelle filiere produttive americane oltre che per la sua capacità, attraverso le esportazioni in Usa, di frenare l’inflazione. E’ possibile quindi che il presidente “Maga” immagini un quadro multipolare, con Cina, Russia in primis, dentro il quale collocare il capitalismo statunitense, certamente ridimensionato ma non demolito da una radicale svalutazione della propria moneta e dall’esplosione finanziaria.
L.B. In tutto questo l’Europa sembra subire le politiche statunitensi a prescindere dall’interlocutore presidenziale. Alcuni osservatori ritengono che Joe Biden abbia promosso lo scontro per procura con la Russia con l’intento di creare una nuova “cortina di ferro” tra l’Europa, molto allargata a est, e l’Eurasia. Donald Trump, facendo leva sulla retorica della pace, ha mantenuto le distanze create dal suo predecessore, risparmiando anche sui finanziamenti all’Ucraina delegandoli, in gran parte, alla colonia europea. Nel frattempo ha ottenuto lo sfruttamento delle risorse dell’Ucraina dell’Ovest e il “NATO 5% Defence Spending Pledge”. Questa politica genuflessa dove condurrà il Vecchio Continente?
A.V. L’Unione europea, e più generalmente l’Europa, così com’è governata sembra destinata a essere la vera vittima sacrificale. I vari paesi hanno scelto nel tempo, Italia e Germania in primis, politiche economiche di austerità che hanno distrutto i consumi interni e creato una dipendenza patologica dalle esportazioni, a cominciare da quelle verso gli Stati Uniti. Per la guerra in Ucraina, l’Europa si è privata dal suo principale fornitore di energia, sottoponendosi così alla dipendenza dal costoso gas liquido naturale statunitense. Le politiche neoliberali di finanziarizzazione hanno, nel tempo, determinato un vincolo di assoluta dipendenza dei capitali e dei risparmi europei dall’andamento delle Borse americane, per cui per l’Unione europea un crollo dello S&P 500 comporterebbe crisi bancarie e assicurative, con conseguenze pesanti per i risparmiatori. In tale ottica non è possibile neppure tassare il surplus di servizi che proviene dagli Usa perché i titoli finanziari di quei servizi sono i più presenti nei portafogli europei. La scommessa quindi, ancora una volta finanziaria, è allora quella del riarmo, ma è evidente che da una simile soluzione non può certo derivare una vera ripresa produttiva.
L.B. Se la “guerra della finanza” segna la crisi del capitalismo globale così come lo abbiamo conosciuto dagli anni Novanta in poi, quale modello sta emergendo al suo posto? Siamo di fronte a un ritorno del capitalismo nazionale, a una forma di capitalismo politico guidato dagli Stati, oppure a una nuova fase di concentrazione finanziaria ancora più radicale?
A.V. E’ molto difficile fare previsioni ma è probabile che il capitalismo finanziario, come fase storica, stia finendo; prima di terminare conoscerà una concentrazione monopolistica ancora più forte con il tentativo di trasformare gran parte della popolazione occidentale in risparmiatori forzati per la fine dello Stato sociale e dunque in soggetti finanziari nelle mani di pochissimi grandi gruppi che con tali risorse proveranno ad animare continue bolle. Ma la perdita di una reale capacità produttiva, il perdurare della dipendenza europea dagli Stati Uniti e l’avvento di Cina a BRICS segneranno il passaggio ad una fase nuova in cui, è possibile, che il capitalismo non trovi una soluzione al proprio interno ma debba fare i conti con formule politiche per lui sconosciute, destinate a trovare una declinazione a livello di singole nazioni piuttosto che su scala continentale.

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