Xi varca il Rubicon e e sfida il dollaro
Secondo il Financial Times Xi avrebbe dato ordine di trasformare il Renminbi in una moneta di riserva mondiale e da usare per gli scambi internazionali. Una notizia di portata storica che pone le premesse per la sostituzione del dollaro statunitense.
di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico
Da anni proviamo a spiegare da queste colonne che la radice dell'enorme crisi geopolitica in corso va ricercata nel disastroso stato dei conti nazionali statunitensi che - di fondo - minano la credibilità del dollaro come moneta standard per gli scambi i.
Un chiarimento fondamentale: per conti nazionali non si intendono i conti dello stato e dunque il bilancio pubblico, ma la Bilancia Commerciale, il Saldo delle Partite Correnti e il suo cumulato, ovvero la Posizione Finanziaria Netta (in inglese, NIIP, Net International Investment Position). Si tratta di una categoria specifica di conti che consente di valutare la reale competitività del sistema produttivo di una nazione, ma anche la sua capacità di attrarre investimenti e, al contrario, anche di valutare l'eccessiva dipendenza di un paese dagli stessi capitali esteri. Circostanza questa ultima che espone il paese in questione agli umori e alle speculazioni del grande capitale apolide interessato solamente ai rendimenti e incurante dei danni sociali che può creare in una nazione ogni qualvolta innesca una crisi a causa del ritiro dei capitali.
La stabilità finanziaria dei conti nazionali statunitensi ha iniziato a traballare con la deflagrazione della crisi dei mutui sub prime del 2008 che portò, oltre che al crollo di Wall Street anche al fallimento della celebre banca d'affari Lehman Brothers. Ma dal punto di vista strutturale la crisi era iniziata con la globalizzazione; l'enorme migrazione delle imprese americane a caccia di manodopera a bassissimo costo nei paesi in via di sviluppo a partire dalla Cina Popolare. Una scelta questa che aveva anche una matrice filosofica, oltre che utilitaristica fondata sulla ricerca del massimo profitto. L'idea di fondo era che la Storia dopo il crollo dell'Unione Sovietica era finita; l'umanità avrebbe vissuto per i secoli a venire in un mondo fondato sul libero mercato e sul sistema politico liberal-democratico e che tutto questo sarebbe stato vigilato dall'unica potenza globale rimasta: gli Stati Uniti d'America.
E' chiaro che in un panorama del genere l'equilibrio dei conti con l'estero, e l'evidente sbilanciamento della Bilancia Commerciale statunitense poteva apparire irrilevante. Chi mai avrebbe potuto mettere in discussione l'egemonia americana per lo stato dei conti con l'estero se l'estero stesso era terreno di caccia di Washington?
Con il tempo però sono emerse due potenze in grado di svolgere il ruolo di antagoniste degli Stati Uniti. La prima, la Russia di Putin, pur non avendo una forza demografica e industriale in grado di contrastare Washington ha riguadagnato il suo antico status di potenza globale dal punto di vista militare. Inoltre Mosca può vantare un ruolo di primo piano nello strategico mercato dell'energia. Dall'altro lato, la Cina Popolare, ha potuto mettere sul piatto un enorme peso demografico, al quale si è aggiunto un tessuto industriale sempre più importante che ha portato il Celeste Impero ad essere considerato come la “fabbrica del mondo”.
Non basta, a danneggiare ulteriormente gli USA è stato il particolare congegno con il quale è stata costituita l'Unione Europea, fondata sul lavoro a basso costo e sull'energia a prezzi politici importata dalla Russia. Circostanze queste che hanno portato l'Europa (o meglio, i paesi nord europei a partire dalla Germania) a conquistare il ricchissimo (ma sempre più a debito) mercato americano.
L'egemonia americana in sostanza fu presa a tiro incrociato sul piano commerciale (Unione Europea), industriale (Cina) e militare (Russia) e la cosa divenne sempre più pericolosa, fino a quando Washington non decise di far deflagrare un grande conflitto europeo per rompere il cordone ombelicale energetico tra l'Europa e la Russia. Il metodo prescelto fu quello classico e già ampiamente collaudato dalla Storia: portare sotto il dominio occidentale gli enormi spazi delle pianure sarmatiche dell'Ucraina. La Russia tutto può tollerare, fuorché di trovarsi truppe occidentali sul Dnepr. Ed era esattamente questo che gli occidentali minacciavano quando parlavano di entrata di Kiev nella Nato.
Una crisi, quella ucraina scoppiata nel 2014 che ha avuto due grandi effetti geopolitici: da un lato quello ampiamente auspicato da Washington di rimettere in riga i vassalli europei, orfani dell'energia a basso costo proveniente dalla Siberia e quello inaspettato di saldare Mosca e Pechino in un asse che appare inscalfibile.
E siamo arrivati ai giorni nostri con gli USA in crisi sempre più nera a causa dei suoi conti con l'estero sempre più disastrati (ormai la Posizione Finanziaria Netta statunitense ha superato i 27mila miliardi di dollari di passivo) e in una posizione geostrategica che un arguto commentatore ha definito di Zugzwang, ovvero quella particolare condizione del giocatore degli scacchi “obbligato a muovere” ma che, qualunque mossa faccia peggiora comunque la sua situazione. E questa è in effetti la condizione degli USA, che passa da un conflitto commerciale con tutto il mondo, al rapimento del presidente venezuelano, alle rivendicazioni sulla Groenlandia, alla minaccia di intervento a Cuba e in Iran senza soluzione di continuità. Una azione politica che da gli interlocutori l'impressione che a Washington si viva una situazione di completa confusione mentale che a sua volta genera l'incapacità di elaborare una strategia razionale in grado di fermare il declino statunitense.
Ad onor del vero però va detto che questa enorme crisi geostrategica e geoeconomica ormai di portata storica non vada considerata come una crisi solamente americana ma come una crisi del “Sistema-Mondo” nel suo complesso: se l'impero americano è in decadenza e con esso è in decadenza anche la sua moneta il mondo non è però stato - fino ad ora - in grado di generare una moneta capace di sostituire il dollaro come moneta di conto per gli scambi internazionali e riserva di valore mondiale. Non basta dire che l'Impero e la sua moneta sono in crisi irreversibile se però gli antagonisti non sono in grado di offrire una valida e credibile alternativa.
Tema questo che non poteva sfuggire ai politici, agli economisti e agli strateghi cinesi. Che il tema fosse dibattuto nelle segrete stanze della Città Proibita di Pechino era cosa abbastanza scontata, anche perché solo la Cina ha la forza economica per offrire al mondo una alternativa al dollaro.
Questa notizia è stata pubblicata su Qiushi, la rivista di punta di teoria e critica marxista del partito comunista cinese. Nell'articolo si sostiene che Xi avrebbe fatto propria la tesi per la quale la Cina debba avere una “valuta potente” che potrebbe essere “ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi e raggiungere lo status di valuta di riserva”.
Una notizia questa che ha del clamoroso perché si rende pubblica la sfida cinese all'egemonia USA non solo in ambito monetario e finanziario ma anche politico e geostrategico.
Non solo, la volontà cinese di fare questo passo di rilevanza storica, indica che la Cina vuole abbandonare il ruolo di “fabbrica del mondo” perchè rendere il renminbi moneta standard dei commerci internazionali e riserva di valore necessita del fatto che questa moneta deve fluire in tutto il mondo. Il metodo principe per fare questo è che chi la emette deve acquistare beni e servizi dal resto del mondo dando a cambio la propria moneta.
Non solo, è chiaro che una simile prospettiva deve portare alla creazione di grandi piazze finanziarie in grado di sfidare Wall Street e la City di Londra. Sotto questo aspetto la Cina si sta comunque attrezzando da anni con le piazze di Hong Kong e di Shangai.
Stiamo assistendo a una fase che rischia di cambiare il volto del “Sistema-Mondo” anche se, va detto, nessun impero decadente accetta la propria fine senza provare a bloccare la potenza emergente che lo vuole sostituire. Non tarderemo a vedere le contromosse di Washington.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/


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