Ha stato Putin! Epstein e il "giornalismo" di Repubblica...

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Ha stato Putin! Epstein e il "giornalismo" di Repubblica...

 

Il 30 gennaio, con la messa on line da parte del Governo Usa di più di tre milioni di documenti (tra i quali 180.000 immagini e più di 2.000 video) si è scoperchiato il verminaio del “caso Epstein”: una rete di pedofilia e, verosimilmente, di ricatti ad esponenti del mondo della finanza, della politica, dell’informazione…  filmati di nascosto mentre stuprano minorenni.

E potrebbe esserci qualcosa di ancora peggiore, come ipotizza su Facebook Marcello Foa: “Il procuratore generale aggiunto statunitense Todd Blanche ha ammesso che il ministero ha escluso dagli Epstein Files le immagini che mostravano “morte, abusi fisici o ferite”. Tutto questo mentre, dalle email pubblicate, emergono crescenti riscontri su pratiche inimmaginabili, ben oltre i già orribili abusi sessuali. Si parla di bambine e bambini torturati e addirittura uccisi durante le feste — ma forse dovremmo chiamarli riti — praticati da Epstein e dai suoi ospiti. Il che è semplicemente agghiacciante, ma non sorprendente per chi abbia visto il documentario francese “Les survivantes” (Le sopravvissute). Nonostante la ritrosia della stampa mainstream a trattare questo aspetto della vicenda, sta cadendo la maschera di un’élite che non era solo depravata, né solo criminale: era verosimilmente satanica (…)”

Il miliardario Jeffrey Epstein viene alla ribalta nel luglio 2008: già inquisito per reati legati alla prostituzione minorile, grazie a un controverso accordo di patteggiamento segreto viene condannato ad appena 13 mesi di arresti domiciliari. Ben presto, una serie di inchieste giornalistiche ipotizzano che dietro Epstein potesse celarsi una colossale rete di ricatti per condizionare la politica USA. Una rete gestita da chi? L’analisi della fulminante carriera di Epstein (da maestro di scuola a miliardario), la sua vicinanza a  Ehud Barak (già dirigente del Mossad e Capo del governo in Israele) e alla sua procacciatrice di minorenni Ghislaine Maxwell, figlia di un alto esponente del Mossad… fecero, logicamente, supporre che a tessere la ragnatela di ricatti potesse esserci lo stato di Israele. Ipotesi che, magicamente si dissolse nel 2019 quando Epstein, arrestato il 6 luglio per reati sessuali, il 10 agosto fu trovato morto nella sua cella al Metropolitan Correctional Center di New York: un evidentissimo omicidio spacciato dai media come “suicidio”.

Oggi, davanti al mare di documenti e video resi pubblici, risulta davvero improponibile escludere che Epstein lavorasse per qualcuno. E allora, ci si industria per scovare il suo burattinaio. Che, ovviamente, è Putin! Lo attesta  Repubblica (“Mille volte il nome di Putin: nei file Epstein riemerge l’ombra del ricatto di Mosca”), Il Corriere della sera (“Epstein, quei legami russi del finanziere e le donne usate come trappole. L'ombra di manovre dei Servizi segreti”), La Stampa  (“La fonte del Fbi negli Epstein fìles: “Epstein era anche il gestore patrimoniale di Vladimir Putin”) i quali (oltre ad affidarsi a imperscrutabili  “fonti dell’Intelligence” o – addirittura!-  al pataccaro tabloid inglese Mail on Sunday,) sbandierano quante volte il nome di Putin o di Russia è citato nel data base del governo USA www.justice.gov/epstein pubblicamente consultabile. Un metodo assolutamente fallace in quanto tra i 3,5 milioni di documenti molti sono rassegne stampa o lettere anonime ricevute dall’FBI nelle quali, ad esempio, il nome di qualcuno lì riportato (Putin: 1056 volte; Berlusconi: 1100 volte; Conte: 1340 volte; Salvini: 860 volte; Napolitano: 610 volte…) non significa niente.

Ben altro sarebbe il lavoro investigativo da fare sull’enorme mole di documenti oggi desecretati. Ad esempio, quello intrapreso dai redattori di Infopal che riportando alcune mail di  Epstein - una per tutte: “i “goym” (i non ebrei) esistono per servire il popolo di Israele”- rivelano il suo totale asservimento al Sionismo. Peccato che ora, considerato che criticare il Sionismo sarà considerato un crimine, non ce ne saranno molti di giornalisti così coraggiosi.

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