ICE ferma anche i nativi, l’American Indian Movement torna in pattuglia

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ICE ferma anche i nativi, l’American Indian Movement torna in pattuglia

 

Minneapolis, gennaio: l’aria è piena di lampeggianti e frasi che iniziano con “documenti”. Ma la notizia che brucia non è il numero di agenti. È la deformazione del senso: un apparato “dell’immigrazione” che, nella pratica, finisce per impigliare anche cittadini nativi — persone che non hanno “attraversato” alcun confine, perché quel confine è arrivato dopo di loro.

E proprio per questo, le due notizie principali non sono nei comunicati federali: sono nelle comunità e nelle riserve. Da un lato, AIM, l’American Indian Movement è tornato a pattugliare Franklin Avenue — “full circle”, sì, ma con turni e volontari reali. Dall’altro, alcune Nazioni stanno scegliendo la via più netta: limitare o negare l’accesso a ICE sulle proprie terre, rivendicando sovranità come pratica quotidiana, non come parola cerimoniale.

Quando le Nazioni chiudono la porta a ICE

Qui non si parla di “opinioni”. Si parla di confini giuridici, di consenso negato, di procedure imposte. Standing Rock Sioux Tribe ha messo la frase più chiara di tutte: l’attività ICE non è autorizzata né benvenuta sulle terre della Standing Rock Reservation; personale non autorizzato verrà scortato fuori. È un atto di sovranità espresso con parole da ordine di servizio.

In Minnesota, la Mille Lacs Band of Ojibwe ha scelto la forma più “moderna” della stessa sostanza: un ordine esecutivo del Chief Executive Virgil Wind che richiede agli agenti ICE di consultare il governo tribale prima di entrare o intraprendere azioni su terre Mille Lacs. Non solo una protesta: una regola. E dentro questo scenario si inserisce anche il tema 287(g) — cioè l’accordo che permette a forze dell’ordine statali/locali e anche tribali di collaborare formalmente con ICE svolgendo specifiche funzioni migratorie. Molte Nazioni lo vedono come una frattura di fiducia: trasformare la polizia tribale in protesi dell’immigrazione federale significa cambiare la relazione con la comunità.  

AIM in strada: chi pattuglia, come, quando, e dove sta il rischio

 A South Minneapolis, lungo Franklin Avenue, la presenza è tornata visibile: AIM patrols e volontari indigeni che presidiano il “cultural corridor”, cuore dell’urban Native Minneapolis.

I dettagli contano, perché qui non è simbolismo:

  • Numeri: le ricostruzioni parlano di pattuglie cresciute fino a quasi 100 persone.
  • Orari: presenza “dal mattino” fino a sera inoltrata; più fonti descrivono una finestra operativa che parte presto e può estendersi fino a tarda notte, secondo necessità.
  • Logistica sul posto: punti di calore e supporto (anche semplicemente un fuoco/“warming station”), coordinamento e risposta rapida davanti a luoghi frequentati dalla comunità.
  • Volti e continuità: Indian Country Today collega questa ripresa a una linea storica che passa anche dall’Indigenous Protector Movement e da figure come Crow Bellecourt, raccontando un ritorno “full circle” nel senso più concreto: proteggere la gente quando la strada diventa imprevedibile.

Il punto dolente è che una pattuglia comunitaria funziona perché produce testimoni e deterrenza, ma vive sempre sul filo dell’escalation: più tensione, più rischio di incidenti. E nelle ultime settimane, quel filo si è irrigidito anche sul piano legale, con contenziosi su tattiche e uso della forza contro i manifestanti.  

Nota — Che cos’è AIM

L’American Indian Movement (AIM) nasce a Minneapolis nel 1968: un movimento di base che, tra le prime iniziative, crea l’AIM Patrol, pattuglie civiche per osservare e contrastare abusi e brutalità di polizia contro i nativi in città. AIM diventa un simbolo internazionale con azioni e campagne nazionali, soprattutto l’occupazione di Wounded Knee (1973), un confronto durato 71 giorni con le autorità federali a Pine Ridge.

Riepilogo breve sui nativi fermati: ciò che è certo e ciò che è diventato “nebbia”

 Il caso più documentato, con data e luogo, resta quello di Jose Roberto “Beto” Ramirez (20 anni): 8 gennaio, parcheggio Hy-Vee di Robbinsdale, detenzione e rilascio dopo verifica documentale (con la madre che presenta certificato di nascita).  

Il dossier Oglala Sioux Tribe è diventato invece un esempio da manuale di opacità: inizialmente, la tribù — con il presidente Frank Star Comes Out — ha denunciato arresti/detenzioni e mancanza di chiarezza sulla localizzazione dei membri; poi DHS ha negato di trovare riscontri e Star Comes Out ha riformulato alcune affermazioni. L’Associated Press ha ricostruito entrambe le fasi. Questo non cancella la questione: la sposta sul punto più inquietante — la fragilità del tracciamento e della trasparenza quando, in teoria, dovrebbe essere granitica.

 “Istruzioni per cittadini tribali”: il dettaglio che fa più male

In Wisconsin, la Oneida Nation ha diffuso un comunicato ufficiale che dice, in sostanza: tenete una guida “in auto” e “alla porta di casa”, e portate due forme di identificazione, perché gli agenti ICE potrebbero non riconoscere sempre l’ID tribale. È una frase da brivido, perché è rivolta a cittadini tribali, non a “immigrati”. La NARF ha pubblicato un “Know Your Rights” specifico: dichiarare la propria cittadinanza, chiedere perché si viene trattenuti, usare ID statale o tribale non scaduta, non firmare alla cieca. E la risposta più concreta, in queste ore, è diventata infrastruttura: la Spirit Lake Tribe è tornata nelle Twin Cities per aiutare i membri a ottenere Tribal ID e CDIB, con ritiro degli ID oggi 28 gennaio (14:00–18:00): la comunità non aspetta che “il sistema migliori”, si attrezza.

Scenario generale: cosa sta succedendo “fuori” dal focus nativo

 

Per capire perché AIM pattuglia e perché le Nazioni chiudono la porta, bastano tre punti.

  1. Due uccisioni di cittadini USA durante l’operazione in Minnesota: Renée Nicole Good (7 gennaio, colpita da un agente ICE) e Alex Pretti (24 gennaio, ucciso durante un “tentativo di arresto”; AP conferma che due agenti federali hanno sparato).
  2. Scontro con i giudici: il Chief Judge federale Patrick Schiltz ha convocato l’acting director di ICE Todd Lyons, ventilando l’ipotesi di possibile disobbedienza a un ordine del giudice per mancata esecuzione di ordini del tribunale (bond hearings/garanzie procedurali).  
  3. Cambio di regia e “de-escalation” promessa: dopo l’esplosione politica, l’amministrazione ha messo Tom Homan a gestire l’operazione sul terreno e sta sostituendo/ricollocando figure di comando legate alle fasi più controverse; Reuters descrive la mossa come damage control e tentativo di abbassare la temperatura.

 Concludendo

 Se l’America vuole capire cosa sta succedendo davvero, deve guardare dove la storia si ripete con un nome nuovo. A Minneapolis, AIM torna a pattugliare perché la strada è diventata un rischio. E nelle riserve, alcune Nazioni stanno facendo il gesto più politico di tutti: dire a ICE che sulle loro terre non si entra come se fossero un quartiere qualsiasi. Standing Rock lo dice esplicitamente. Mille Lacs lo scrive in forma di procedura.

Non è folklore. È sovranità in tempo reale.

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Raffaella Milandri

Raffaella Milandri

 

Scrittrice e giornalista, attivista per i diritti umani dei Popoli Indigeni, è esperta studiosa dei Nativi Americani e laureata in Antropologia.
Membro onorario della Four Winds Cherokee Tribe in Louisiana e della tribù Crow in Montana. Ha pubblicato oltre dieci libri, tutti sui Nativi Americani e sui Popoli Indigeni, con particolare attenzione ai diritti umani, in un contesto sia storico che contemporaneo. Si occupa della divulgazione della cultura e letteratura nativa americana in Italia e attualmente si sta dedicando alla cura e traduzione di opere di autori nativi. Attualmente conduce un programma radiofonico sulla musica nativa americana, "Nativi Americani ieri e oggi" e cura la riubrica "Nativi" su L'AntiDiplomatico.

 

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