Turismo, imposta di soggiorno e quel welfare che non si può nominare

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Turismo, imposta di soggiorno e quel welfare che non si può nominare

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La polemica sulla “tassa di soggiorno” ha un grande merito: almeno per qualche giorno, infatti, inceppa la narrazione patinata sul turismo e fa finalmente apparire quest’ultimo per quello che è in realtà.
 
Albergatori, gestori di B&B e Comune di Bari stanno discutendo animatamente su cosa farne della montagna di denaro che affluisce costantemente nelle casse pubbliche. Per i primi, quei soldi non possono finanziare welfare e cultura, ma continuare ad alimentare e migliorare l’offerta. I secondi rispondono che devono essere spesi per migliorare i servizi e implementare eventi e attrattività. Sembra uno scontro tra visioni contrapposte di città, ma in realtà è qualcosa di estremamente più interessante.
 
 
Se da una parte, infatti, si invoca la logica semplice del turista che paga e quindi i soldi devono tornare al settore di provenienza; dall’altra si cerca di tenere insieme sostenibilità e attrattività. Promettendo nel contempo decoro urbano, mobilità, destagionalizzazione, redistribuzione dei flussi e grandi eventi. Posizioni apparentemente diverse che però discutono dentro lo stesso modello di sviluppo senza mai metterlo davvero in discussione. Perché oggi l’impropriamente detta tassa di soggiorno non è più - soltanto - un balzello funzionale alla promozione turistica. Al contrario è diventata una delle principali voci di cassa degli enti locali e, come tale, al centro di una vera e propria materia del contendere. Uno dei perni sul quale ruota ciò che definisco welfare surrogato.
 
Quando lo Stato e gli enti locali riducono progressivamente (e inesorabilmente) la spesa pubblica, infatti, il turismo non è più solamente una forma di compensazione indiretta, ma una forma di finanziamento diretto. Flussi di denaro che generano liquidità e opportunità lavorative immediate sotto forma di entrate tributarie e occupazione, molto spesso precaria. Denaro che consente all’apparato pubblico di continuare a funzionare senza affrontare strutturalmente le cause della crisi economica e sociale. E a una parte di cittadinanza di sopravvivere in assenza di alternative concrete. Da tale prospettiva, quindi, le due posizioni apparentemente antitetiche tendono inevitabilmente a convergere.
 
Che il turista debba finanziare i servizi al turista (e non la città che lo accoglie) o che gli introiti da esso generati debbano essere destinati alla manutenzione dei marciapiedi e all’organizzazione di grandi eventi nella convinzione che si produrranno “ricadute positive sulla comunità”, infatti, significa ragionare di sviluppo muovendosi all’interno del medesimo perimetro ideologico. Vuol dire aver introiettato l’idea che il turismo sia ormai la principale voce di entrata, l’infrastruttura portante di un’intera economia. La leva economica e fiscale su cui basare - e con cui governare - sviluppo e squilibri sociali. Ed è in questo punto di saldatura che emerge la logica dello Stato-merce, uno Stato che non governa più, ma si limita a gestire la scarsità valorizzando il territorio come fosse un asset economico.
 
Dire che la tassa di soggiorno debba finanziare “manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali locali e servizi pubblici connessi all’accoglienza”; oppure sostenere che cultura e grandi eventi siano una “leva formidabile per attrarre nuovi pubblici e rafforzare la reputazione della città” significa infatti dire la stessa cosa. Destagionalizzare significa infatti aumentare i pernottamenti, spalmare i flussi estendere territorialmente la pressione, promuovere grandi eventi coincide col favorire nuova domanda. Tutto legittimo, per carità, ma nell’interesse di chi?
 
Se le risorse generate dall’indotto turistico non vanno redistribuite a chi quel fenomeno lo subisce quotidianamente senza cavarne un ragno dal buco - pagandone tra l’altro un prezzo altissimo in termini di aumento del costo della vita, canoni di locazione, trasporto, infruibilità degli spazi pubblici e disgregazione del tessuto sociale - allora l’obiettivo diventa evidente: devono restare funzionali alla crescita del mercato turistico stesso. Significa che l’obiettivo è alimentare un circuito chiuso. Un circuito nel quale più turismo significa migliori servizi e migliori servizi coincide con attrarre nuovo turismo. Detto in altri termini: il turismo deve finanziare il turismo, direttamente o meno poco importa.
 
Da questa angolazione, quindi, l’intera questione assume una prospettiva politica radicalmente diversa. Non riguarda più solo il come spendere quei soldi, ma chi ha il diritto di decidere come vanno spesi e - soprattutto - a chi serve la città. Se a decidere non è la cittadinanza, allora la città e la sua comunità altro non sono che un palcoscenico popolato di figuranti in costume. Una scenografia popolata di folklore a basso costo, o peggio totalmente gratuito, al servizio della rendita. E il welfare surrogato smette definitivamente di essere un’ipotesi interpretativa e diventa qualcosa di reale e concretissimo. Una lente per osservare una realtà in cui siamo diventati tutti

Antonio Di Siena

Antonio Di Siena

Direttore editoriale della LAD edizioni. Avvocato, blogger e autore di "Memorandum. Una moderna tragedia greca" 

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