La scuola del neo liberalismo che fa rima con autoritarismo

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La scuola del neo liberalismo che fa rima con autoritarismo

 

di Federico Giusti

La settimana di mobilitazione per la libertà di insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado è stata lanciata per la metà di Febbraio (non è uno scherzo carnevalizio, siatene certi) dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e dell’Università, con l’adesione di sindacati del mondo scolastico, dopo le ispezioni nelle scuole ordinate dal Ministro del Merito e della Istruzione Valditara, a seguito dell’invito a Francesca Albanese che, in qualità di relatrice Onu, ha parlato del genocidio palestinese. L’obiettivo degli atti ispettivi è quello di evitare in futuro dibattiti e inviti su argomenti scivolosi e con relatori invisi al Governo, si alza un incredibile polverone sapendo che Presidi e docenti saranno, in futuro, assai più cauti e timorosi nell’organizzare dibattiti su argomenti di attualità.

Fin qui i fatti di cronaca che vanno presi per quello che sono ossia la minaccia alla autonomia didattica, alla libertà di insegnamento, a una scuola aperta e incline al confronto e alla discussione.

Molto probabilmente non è stata sufficientemente valutata la pericolosità dei codici etici e comportamentali nella Pubblica amministrazione come percorso atto a ridurre gli spazi di agibilità sindacali imbrigliando l’agire conflittuale nelle reti degli obblighi di fedeltà. E prova ne sia lo stupore che accompagna la presenza degli ispettori e la campagna contro i docenti di sinistra o presunti tali oggetto di provvedimenti disciplinari dopo la lezione di Francesca Albanese,

La scuola di oggi è il risultato di quanto avvenuto negli ultimi 35 o 40 anni, dalla scuola azienda al potere manageriale assegnato ai presidi, dalla esaltazione del liberalismo e del mercato alla retorica della new economy, con i diritti civili preponderanti rispetto a quelli sociali.

Ci limitiamo all’essenziale provando a dimostrare che il centrosinistra con la cultura del merito, gli Invalsi e le competenze ha prodotto danni irreversibili alla scuola e alla istruzione tanto che oggi si fa estrema confusione tra progresso e innovazione,  il modello reazionario e conservatore assunto dalle destre non appare tale per quanto seminato dalla scuola neoliberista del centro sinistra, un po’ come accade con la presenza dei militari nelle scuole che accomuna la gestione del centro sinistra e del centro destra, dal primo infatti arrivano  politici oggi a capo delle Fondazioni legate alle imprese di armi .

E’ assai pericoloso assegnare un ruolo ideologico alla istruzione, si finisce con il credere che in fondo la funzione della scuola sia solo quella di preparare al mondo reale, quello del lavoro accettando il vivo interessamento di riviste, fondazioni e istituti legati al settore militare che ormai si vanno a sostituire sovente al corpo docente.

L’interessamento di Leonardo per le materie Stem è già stato analizzato in un articolo scritto con Emiliano Gentili, in questa sede vorremmo invece ricordare quando negli anni novanta si chiedeva alla scuola maggiore praticità, formare non ideali ma competenze spendibili nel mondo del lavoro.

E quelle competenze, parenti strette dei quiz a crocette, pensano ad una scuola non strumento di emancipazione democratica, riflettono quella scarsa mobilità sociale esistente da 40 anni a questa parte, la scuola di oggi risente delle influenze esercitate da quel modello ideologico basato sull’approccio individualista e di mercato.

Sono oggi oggetto di studio e di analisi gli anni novanta nei quali la stessa Commissione europea pensava che la scuola dovesse occuparsi sempre meno di pedagogia e valori universali per svolgere invece un ruolo attivo di inserimento degli studenti nel mondo del lavoro, proponeva un modello sociale appiattito sui valori di mercato e sullo sfruttamento, ben lontano dall’idea di cittadinanza, di libera discussione, di formazione a tutto campo dell’essere umano.  Istruire insomma piuttosto che educare con lo stravolgimento dei programmi di studio, la riscrittura dei libri di testo, la fine di ogni interdisciplinarietà e il trionfo delle competenze.

La scuola delle destre è quella ove la contemporaneità è sempre meno attenzionata, ove il valore della identità e della patria diventano centrali a sancire anche una sostanziale chiusura ad altre culture. Ma è anche il tempo in cui le scuole si mettono in competizione tra loro per attrarre numeri più alti di studenti che permettano di accrescere le dimensioni dell’istituto e il suo prestigio.  Si sviluppa allora l’idea che governare la scuola sia come gestire una azienda, il Preside diventa una sorte di manager e i docenti dei quadri incaricati di far marciare la scuola senza intoppi di sorta dedicando a mille attività che con il ruolo educativo frontale hanno sempre meno da spartire.

L’idea delle competenze nasconde una idea ben determinata ossia che gli investimenti pubblici nella scuola debbano essere ripagati formando giovani allo svolgimento delle professioni richieste dal mercato soddisfacendo i desiderata delle imprese che una certa controriforma della scuola la caldeggiavano da tempo.

In questa ottica, il mito della produttività va a unirsi a quello del presunto merito come al principio della libertà democratica subentra quello della gerarchia e della obbedienza.

La parentesi scolastica diventa accettabile se riesce a sfornare giovani con le competenze richieste dalle imprese, i diritti spariscono sostituiti dai doveri, chi resta indietro nei programmi scolastici potrà essere sacrificato e alla occorrenza per gli esclusi ci saranno corsi abilitanti alle professioni con il rilascio di attestati necessari per lo svolgimento di lavori poco gratificanti ove il nero è assai diffuso come i bassi salari.

Fin dagli anni novanta si rafforza la convinzione che lo Stato debba progressivamente decentrare le funzioni della scuola e in questo caso nasce l’equivoco che in fondo la governance sia più democratica perché il pubblico può, anzi deve, cedere ad altri la gestione di servizi come quelli sanitari, sociali ed educativi. Se si pensa che il pubblico debba essere gestito come il privato, passa l’idea che lo Stato debba assicurare non solo scuole pubbliche aperte e funzionanti ma garantire al cittadino dei bonus da spendere per iscrivere i figli ad istituti privati. E di conseguenza la idea di istruzione universale ed uniforme diventa sinonimo di ugualitarismo inutile e dannoso, lontano dai bisogni del mercato e ostacolo all’acquisizione di competenze spendibili nel mercato. Prima un servizio pubblico va depotenziato e svilito poi delegittimato agli occhi dei cittadini, queste sono le migliori premesse per far vincere i processi di esternalizzazione e per la supremazia del mercato.

E in questa ottica facciamo attenzione al mito della personalità come elemento aggiuntivo per una istruzione di qualità, prendiamo il caso dei curricula ove traspare la propensione alla obbedienza, ad accettare e subire un modello sociale ed educativo organizzato per valorizzare solo competenze settoriali e specifiche rispetto a conoscenze diffuse e variegate.

Stiamo esagerando? Probabilmente no, perfino le teorie pedagogiche subiscono uno stravolgimento bello e buono, basti pensare che negli enti locali si fa strada la figura del coordinatore pedagogico, figura chiamata a gestire i percorsi educativi nelle scuole pubbliche e in quelle in convenzione. Il coordinatore pedagogico, figura recente, viene presentato come supporto delle equipe educative e garanzia della qualità del servizio nelle scuole della infanzia e nei nidi ma intanto i Comuni stanno restituendo le scuole materne allo Stato e procedono con la esternalizzazione dei nidi alle cooperative. Il coordinatore è quindi frutto di una gerarchizzazione delle figure di coordinamento in un momento storico il cui il pubblico dismette gli ambiti educativi e si prova ad annullare ogni autonomia educativa dei collettivi presenti nei nidi.

Con le dovute differenze, anche questi processi in corso negli enti locali vanno nella medesima direzione intrapresa nel mondo della scuola annullando anche esperienze pedagogiche del passato giudicate troppo ideologizzate e orizzontali

Il trionfo del merito e della governance sono stati funzionali allora alla costruzione di una società meno equa e democratica, meno partecipativa e inclusiva, l’efficienza, o presunta tale, sbandierata ai quattro venti con il trionfo degli enti di valutazione, i cosiddetti INVALSI, con i presidi manager e i meccanismi falsamente premiali per i docenti. Attenzione: da anni il tempo che gli insegnanti trascorrono in classe o nell’insegnamento frontale è stato diminuito per occupare il corpo docente in incombenze burocratiche, questa degenerazione della scuola è assolutamente negativa come l’idea che si debba accorciare la durata complessiva del superiore da 5 a 4 anni per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro da dove poi usciranno alle soglie dei 70 anni.

Chiudiamo sulla guerra perché oggi la scuola è il terreno di conquista di imprese che vogliono attrarre i migliori studenti, di Fondazioni legate ad imprese di armi per le quali le materie andrebbero insegnate in maniera diversa e funzionale alle esigenze delle loro aziende, senza dimenticare il ruolo ideologico svolto dal Governo attraverso circolari, linee guida e iniziative Ministeriali, riscrittura dei programmi scolastici e ripensamenti attorno alle funzioni dell’educazione civica.

 Non pensiamo solo al Governo di destra italiano ma anche alla Unione europea ove la cultura della difesa viene direttamente collegata all’ istruzione a conferma che il problema non riguarda solo le nazioni governate dalle destre come abbiamo provato a dimostrare collegando le riforme neoliberiste e di mercato degli anni novanta alla ferocia inquisitoria oggi palesata contro il corpo docente e la sua autonomia didattica.

Dovremmo quindi guardare alla Europa e ai miti fondativi della Ue prima di analizzare la lenta decadenza del pubblico, del resto il vocabolario oggi in uso arriva proprio dall’avvento di quella ideologia neoliberista e neo liberale che ha trasformato le conoscenze in competenze, il conflitto sociale in disordine assoluto, la mediazione in resilienza, il mondo della istruzione è stato quindi il banco di prova per l’affermazione delle ideologie dominanti e di questo fin troppi prendono atto solo oggi e con anni di ritardo

Se la scuola è anche apparato di riproduzione dell’ideologia dei dominanti sarà il caso di non pensare solo alle intromissioni dei governanti attuali nel mondo della istruzione ma a tutti i percorsi di controriforma avviati nel tempo e spesso trasversali ai due schieramenti. Il mondo della istruzione ha senza dubbio bisogno di cambiamenti e di innovazioni ma quelli presentati come tali restano interventi involutivi destinati a distruggere non tanto il modello pubblico di istruzione ma tutto quel percorso di libertà educativa e didattica nato con l’idea di costruire un modello sociale non governato dal mercato e dal militarismo.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "

Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… 
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:

https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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