L'Italia ha ancora un futuro nel settore automobilistico? E l'Ue?

1980
L'Italia ha ancora un futuro nel settore automobilistico? E l'Ue?

 

di Federico Giusti

Il regolamento della Unione Europea prevederebbe ( e il condizionale è d'obbligo per le ragioni che andremo a spiegare più avanti) prima una forte riduzione delle emissioni da scarico per le autovetture fino al fatidico anno 2035, data prevista per il dominio assoluto dell'elettrico.
 
Sempre secondo i dettami Ue, a partire dal 1 gennaio 2035, dovrebbero essere vendute solo auto elettriche, quindi l'obiettivo condiviso è quello di raggiungere zero emissioni di CO2 ossia anidride carbonica.
 
Nell'arco di pochi mesi, soprattutto da un anno a questa parte ossia da quando Trump è tornato ad essere il Presidente Usa, quello che sembrava essere un obiettivo comune ed irrinunciabile per combattere l'inquinamento e il cambio climatico si è presto tramutato in una sorta di imposizione da combattere, per questo anche dentro la Ue l'obiettivo di raggiungere, nel 2035, zero emissioni ha iniziato a suscitare polemiche infinite per individuare regole meno severe, ad esempio il  limite massimo delle emissioni pari al 90% che determinerebbe la possibilità di continuare a produrre motori termici lavorando sulle tecnologie, su carburanti alternativi per abbattere l'inquinamento.
 
La notizia di oggi arriva da Stellantis che annuncia di avere riportato una grande perdita economica nell'anno appena trascorso, negli Usa il ridimensionamento del gruppo italo francese è già iniziato con una forte riduzione delle vendite e un certo calo produttivo, in Italia da anni hanno ridotto le produzioni, pochissimi i prodotti nuovi e innovativi, forte riduzione delle maestranze, stabilimenti da lustri in cassa integrazione.
 
Oggi Stellantis parla di  una stima sovradimensionata, di analisi errate per le quali le auto elettriche avrebbero rappresentato la sola strada percorribile, se guardiamo ai risultati del gruppo e di altri marchi dislocati tra Usa e UE di motivi  per i quali preoccuparsi ve ne sono fin troppi, se invece consideriamo il numero di vetture vendute a livello globale non solo il settore delle auto è in ascesa ma le notizie migliori arrivano dai mercati asiatici ove gli investimenti elettrici sono cospicui. Il dietro front di Stellantis conferma che i marchi occidentali non sono quelli maggiormente attenti al cambiamento climatico e agli effetti dell'inquinamento, investono e innovano meno di multinazionali e paesi del sud esta asiatico, ben poche sono le colonnine elettriche per le ricariche presenti in tanti paesi UE, perfino alle voci  di spesa tecnologia, ricerca e sviluppo siamo messi decisamente male.
 
 
Dopo anni di licenziamenti e cali produttivi, Stellantis, proprio negli Usa, annuncia quello che forse è il suo più grande investimento pari a 13 miliardi di dollari nel prossimo quadriennio, nel frattempo Volkswagen rallenta l’introduzione di alcuni modelli ampliando la gamma ibrida, i marchi tedeschi mostrano maggiore prudenza e mantengono la loro produzione di auto elettriche pensando anche alle join venture costruite con colossi cinesi e asiatici.
 
Stellantis diventa decisamente più Trumpiana dello stesso Trump (e sembrerebbe ricalcare la politica estera italiana) considerata la lontananza dell'attuale amministrazione repubblicana da direttive e battaglie di natura ambientalista. Forse la scommessa non riguarda solo il mercato statunitense, specie dopo l'abbandono di tavoli e convenzioni dedicate alla lotte al cambiamento climatico, entrano in gioco nuovi equilibri che potrebbero rallentare nei paesi Ue le spinte verso il green deal.
 
Già negli anni ottanta l'Organizzazione mondiale della sanità riconosceva all'inquinamento atmosferico la prima causa di malattia e di morte nelle città europee, tra degrado ambientale, piogge chimiche e inquinamento abbiamo impiegato quasi 40 anni prima di arrivare a una norma, la fine dei motori endotermici per il 2035, che oggi viene invece rimessa in discussione.
 
Gli ultimi lustri sono stati caratterizzati da infinite discussioni , e normative conseguenti, per ridurre  l'inquinamento atmosferico puntando sulla ricerca e sullo sviluppo di nuove tecnologie. In questa ottica, la Ue si è mossa imponendo le norme Euro al fine di unire la competitività delle industrie con il rispetto dell'ambiente. E un impulso particolare a questa volta green è arrivata direttamente dalla Germania dopo lo scandalo sul diesel di un decennio fa con la falsificazione dei test, e dei risultati ottenuti,  sulle emissioni inquinanti.
 
La scoperta che uno dei grandi produttori di macchine avesse venduto almeno 11 milioni di vetture con dispositivi "fraudolenti" ha prodotto un vero dramma nella industria automobilistica tedesca (e anche la immagine della affidabilità dei prodotti tedeschi è stata offuscata dallo scandalo) determinando le condizioni per la svolta verde che oggi, in epoca trumpiana, viene  invece messa in discussione.
 
Sono in molti a pensare, in Europa, che la data del 2035 sia troppo ravvicinata e opterebbero per una nuova regola con la progressiva riduzione delle emissioni anno per anno offrendo maggiore spazio di manovra alle multinazionali del settore. Se Stellantis da tempo non lesina critiche ai produttori europei per posizioni spiccatamente a favore dell'elettrico, i marchi comunitari provano ad innovarsi superando la competizione del sud est asiatico, ad esempio con  l'ingegneria del software, le tecnologie delle batterie che per essere costruite hanno bisogno di quei metalli rari che mancano al vecchio continente.
 
Le aziende del settore da tempo sono alle prese con la contrazione delle vendite, parliamo dei marchi occidentali, anche per la scarsa capacità di innovarsi e per un listino prezzi decisamente alto al cospetto di vetture asiatiche dotate per altro di tecnologia anche più avanzata. L'idea che in Asia non vi siano prodotti e processi innovativi ha giocato un brutto scherzo alla Ue specie dopo avere scoperto che questo luogo comune era infondato e frutto di un vecchio pregiudizio coloniale. Sempre le principali case automobilistiche europee sono alle prese con una scarsa qualità e formazione delle proprie maestranze, stabilimenti spesso vecchi, pochi aggiornamenti delle competenze, disparità evidenti all'interno dell'area euro.
 
Ma soffermiamoci in conclusione proprio sul cambio delle regole dato per imminente proprio al fine di disinnescare una produzione interamente elettrica, già in questi ultimi anni alcune norme sono state aggiustate per evitare ai marchi  multe salate. Ad esempio i produttori di auto elettriche avrebbero potuto vendere i loro crediti a marchi legati a prodotti tradizionali, posticipando invece le multe si sono favorite le case meno innovative. Ma con queste modifiche normative si ottiene un altro obiettivo ossia deviare l'attenzione dei consumatori dal cambiamento climatico e dai processi innovativi in ambito produttivo con ripercussioni su tutta la filiera industriale, sui servizi , sulle infrastrutture.
 
Cambiare obiettivi e adeguare le norme a tale scopo determina il successo di alcuni interessi a discapito di altri ma getta anche discredito alla lunga sulla tenuta di un 'alleanza politica come la Unione Europea. Se imponi una svolta green per il 2035 dovresti prima avere fatto i conti con lo sviluppo e la ricerca delle tue aziende meccaniche, se a prevalere invece è l'interesse per la vendita delle auto a trazione endotermica, incluse quelle ibride, ti muovi per favorire una marginalità più alta, rinunci ad abbattere drasticamente le emissioni, leghi il vecchio continente a produzioni vecchie e nocive, agiti lo spettro della delocalizzazione produttiva per ridurre il costo del lavoro, aggirare le normative e incrementare i margini di profitti.
 
E il rischio di una feroce desertificazione industriale induce i sindacati a cambiare atteggiamento rispetto al cambiamento climatico e all'impatto ambientale legandosi al carro dell'inquinamento e soprattutto restando subalterni alla visione di insieme dei loro sfruttatori
 
Quando parliamo del settore automobilistico si fa riferimento a oltre 13 milioni e mezzo di dipendenti europei pari all'8 per cento della forza lavoro nel settore manifatturiero, a innumerevoli entrate fiscali per i governi europei, a un surplus commerciale non indifferente, numeri da capogiro che inducono a guardare con particolare attenzione agli sviluppi immediati del settore e all'evolversi delle normative in materia di inquinamento.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "

Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… 
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:

https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/

 

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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