Se la stagnazione bussa alle nostre porte

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Se la stagnazione bussa alle nostre porte

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di Federico Giusti

In un dibattito pubblico alcuni relatori parlavano di stagnazione negli Usa, altri invece dubitavano della crisi strutturale degli Usa,  non certo per  negare i dati economici ma focalizzando l'attenzione sul complesso industrial militare e sulle politiche imperialiste capaci di superare ogni difficoltà.

Trattandosi di studiosi e ricercatori ben documentati era difficile stabilire quali tesi fossero degne di maggiore attenzione e da sposare, un atteggiamento prudenziale era del resto consigliabile alla luce degli interventi militari in Nigeria, in Venezuela.

Il tema dibattuto riguardava la stagnazione secolare negli Stati Uniti, la tenuta del dollaro negli scambi commerciali, l'ascesa della Cina e di altre nazioni del l'Asia.
 
Chi scrive non è un economista e ha letto una decima parte dei testi degli illustri intellettuali presenti nel dibattito, il timore reverenziale diventa salutare se impedisce di avventurarsi su strade sconosciute.
 
La crescita del PIL spesso è onnicomprensiva, non tiene conto del rapporto con le ore lavorate, con il maggiore utilizzo del lavoro, se analizzo il PIL pro capite dovrei essere in presenza di un utilizzo del lavoro costante nel tempo. E anche la minore o la maggiore crescita delle economie occidentali viene assunta come valore assoluto di riferimento senza tenere conto di alcuni fattori legati al boom delle nascite, all'ingresso sul mercato del lavoro delle donne, ai flussi migratori, ai livelli di scolarizzazione fino al rapporto tra tasso di interesse e profitto
Alcuni economisti sono perfino convinti che il PIL non sia  il solo parametro di analisi 
 
Sull'economia statunitense rischiamo di scrivere sciocchezze, ad esempio esiste una relazione, pur di lungo periodo, tra crescita economica e dinamica dei salari, fermo restando che la sfera distributiva da 50 anni ad oggi non assume la medesima rilevanza dei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, o alla prima, il neoliberismo non crede infatti che la disparità sociale ed economica sia un fattore di crisi stessa della società.
Dati alla mano il tasso di crescita del PIL statunitense sta in media intorno al 2% dalla fine del XIX secolo, cresceva assai di più negli anni della cosiddetta età dell'oro.
Ma attenzione che parliamo di crescita quando le economie europei sono in condizioni decisamente peggiori, aumentano di pochissimo il loro PIL o finiscono dopo anni di benessere in stagnazione come la Germania.
 
La domanda che ci poniamo è se il settore bellico rappresenti una via di uscita per il capitalismo, stando ai dati economici il suo peso sulla economia europea è ancora assai modesto, alcuni economisti bacchettano con dati e analisi quanti ritengono di essere davanti a una sorta di Neokeynesismo di guerra.
 
Negli Usa il rapporto investimenti/PIL rimane tutto sommato costante nonostante la crescita degli investimenti privati ??sia diminuita come la adesione ai sindacati, basti pensare che tra il 1980 e il periodo precedente alla pandemia gli iscritti erano più che dimezzati. E qui entrano in gioco altre spiegazioni come la feroce repressione, i licenziamenti avvenuti, la lotta al nemico interno ed esterno che oggi sperimentiamo con grande ritardo nel vecchio continente dove i venti della reazione pseudo sovranista soffiano sempre più forti.
 
E veniamo alla globalizzazione che ha prodotto almeno due grandi risultati ossia la integrazione di Cina e India , il raddoppio  della forza lavoro disponibile a livello mondiale con un evidente vantaggio a favore di capitalisti e aziende. E quanto sta accadendo con le autovetture dovrebbe indurre a qualche riflessione se pensiamo al salto tecnologico e produttivo raggiunto dalla Cina e da altri paesi asiatici,
 
Dinanzi alla crescente disuguaglianza sociale ed economica le letture possibili sono due e tra loro contrapposte: le contraddizioni arriveranno ad esplodere in un conflitto vero e proprio tra dominanti e dominati, l'altra ipotesi è quella che il capitalismo riesca a superare questa contraddizione che si presenterà anche nei paesi oggi in via di sviluppo.
 
Una soluzione politica ai problemi della disuguaglianza esisterebbe, qualcuno come Piketty pensa che i ricchi dovrebbero essere subordinati ai governi e debitamente tassati. Difficile dargli torto ricordando che una tassazione del reddito progressiva prima o poi diventerà tema dirimente come anche superare  l'eccessivo debito delle famiglie che resta tra le cause di stagnazione secolare.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "

Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… 
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:

https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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