Europlot/Luciano Barra Caracciolo, "Lo strano caso Italia"

Luciano Barra Caracciolo, "Lo strano caso Italia"

 

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di Musso



1 - Prima del Covid


«Lo strano caso Italia. Breviario di politiche economiche nella crisi del globalismo istituzionale aggiornato all'emergenza del Coronavirus», di Luciano Barra Caracciolo, pp. 236, Eclettica, 2020. Il volume è diviso in tre sezioni, la lunga introduzione scritta dopo il Covid, serve da introduzione alla prima e seconda parte scritte prima del Covid. Ci prenderemo la libertà di discutere della introduzione alla fine, seguendo un percorso narrativamente cronologico.

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L’autore parte dal patetico andamento dell’economia italiana dentro l’Euro. Prima la «debole crescita, accompagnata da perdita di competitività» dal 1996, culminata nella recessione del 2008. Poi la recessione-Monti nel 2011 a servizio della «correzione del debito commerciale esterno», continuata nel successivo «lungo periodo di stagnazione» del 2012-2020, caratterizzato da «una serie impressionante di avanzi primari» (calo costante della spesa pubblica complessiva, cioè inclusiva dell'onere dell'interesse, pro-capite in termini reali), nonché dalle continue riforme del mercato del lavoro (discesa della quota salari su Pil). Col bel risultato di aver ottenuto sì un rilevante avanzo commerciale con l’estero, ma al prezzo della perdita di «circa il 20% della produzione industriale» e del peggioramento dei tassi di disoccupazione. Insomma, di «una evidente compressione della domanda interna, col venir meno, per i produttori, di una parte consistente della domanda pubblica e la trasformazione in paese export-led». In altre parole, «è una crisi da domanda».


Fra le diverse componenti della domanda aggregata, nella spesa pubblica il contributo degli investimenti «risulta altrettanto scarso in Germania e in Francia, in termini di contributo alla variazione del Pil», mentre «il differenziale di crescita rispetto a Francia e Germania … è dato dal differenziale nella variazione in aumento della spesa corrente». Sino a descrivere un paradosso: la «logica dei conti in ordine … implica … la mancata crescita a causa della quale… la Commissione, ci imputa la violazione della regola del debito».


Conclusioni apparentemente radicali, ma è certamente vero che l’intervento sulla spesa pubblica corrente costituisce, per il decisore politico, lo strumento fiscale più semplice per raffreddare o tenere fredda una economia.

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Di tale esito, l’autore dà due interpretazioni motivazionali. La prima «l'attuazione, ideologico-culturale e giuridico-internazionalizzata della rivoluzione liberale», colla finalità di «combattere il socialismo, come espressamente enunciata da Hayek nel teorizzare tale rivoluzione liberale»: «i bilanci pubblici debbono rientrare: consolidarsi, aumentandosi l'imposizione fiscale, prima di poter procedere (verificatesi le condizioni politiche) al taglio strutturale della spesa pubblica. Alla fine, la gente, avvertendo come insopportabile il costo dei diritti sociali (cioè del welfare), invocherà il loro smantellamento, pur di vedersi sollevata da questa insopportabile tassazione». Al proposito egli fa notare come, nel 2019, l’Italia soffrisse «11 punti di pressione fiscale aggiuntiva rispetto all'epoca dell'Italietta e della liretta»; nonché come tale disegno «non segna alcuna fondamentale incompatibilità col disegno UE-UEM».


Ma non basta una ideologia a spiegare una volontà ferrea e costante nei decenni: occorre pure un interesse. Ed ecco la seconda interpretazione motivazionale offerta dall’autore, ossia che tale esito sia essenziale per la «l'autoconservazione della moneta unica» e, dunque, indifferente a «qualsiasi considerazione ciclica … non tollera scostamenti». Anzi, esso costituisce la «vera e propria Grund-Norm (cioè norma fondamentale che giustifica ogni altra) dell'eurozona».

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Tale Grund-Norm si esplicita in «un inestricabile assetto normativo (molto rigido) che considera il lato dell'offerta come l'unico ad avere una qualsiasi rilevanza per la (modesta e sempre più aleatoria) crescita», «modelli supply side che imputano invariabilmente i problemi di crescita alla mancata innovazione tecnologica e al sempre insufficiente taglio del costo del lavoro e della spesa pubblica».


Il mondo della Legge di Say, per la quale «l'assenza di vincoli all'aggiustamento dei prezzi porta ad escludere, per ipotesi, situazioni nelle quali esistano nel sistema economico lavoratori disoccupati e capacità produttiva inutilizzata» e, dunque, l’offerta di lavoro-merce, accettando salari più bassi, è sempre in grado di creare la propria domanda. Perciò l’Europa ordina anzitutto di liberalizzare il mercato del lavoro.


Il mondo del Teorema di Haavelmo, per il quale «l'incremento del reddito massimo dovuto alla spesa pubblica è massimo quando il disavanzo pubblico è zero. Un incremento di spesa pubblica in disavanzo non converrebbe, in quanto farebbe aumentare il reddito in misura meno che proporzionale» alla spesa sostenuta: fare deficit vuol dire buttare via i soldi. Perciò l’Europa ordina il pareggio di bilancio. In media, certo, cioè consentendo deficit in recessione ma compensati da avanzi in espansione.


Il mondo dell’assenza del Rischio Paese, «la presenza di un deficit e il conseguente incremento del debito pubblico … determinerebbe … un aggravamento delle condizioni di credito e dunque una riduzione degli investimenti privati; e ciò con la supposta conseguenza di una contrazione della domanda e del reddito, in grado potenzialmente di controbilanciare l'impatto espansivo dell'incremento di spesa pubblica».


L’autore lascia intuire che, delle tre, le prime due sono al servizio della terza. E richiama la importante specifica, di Cœuré e De Grauwe, che tale Rischio Paese «è un rischio esistente solo a condizione di non avere un banca centrale, emittente la moneta, che garantisca i titoli del debito pubblico emessi in un certo Stato cui appartenga quella banca centrale», cioè solo nell’Euro. Trovandosi qui la conferma che l’intero apparato concettuale Ue è finalizzato all'autoconservazione della moneta unica.

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Tale «inestricabile assetto normativo» è talmente rigido, da aver avuto ragione della politica monetaria iper-espansiva di Bce. La quale non riesce a stimolare l’inflazione, pur in presenza di un tasso di disoccupazione apparentemente basso (NAIRU o piena occupazione non inflattiva), … ma in realtà alto, poiché non di occupazione, bensì di sottoccupazione (Very Low Work Intensity) si tratta. Né Bce riesce a stimolare gli investimenti privati, a causa del crollo della domanda interna e mentre Bruxelles colpisce gli investimenti pubblici. Né Bce riesce a stimolare il credito alle imprese, poiché l’Unione Bancaria europea ne esclude quelle in difficoltà per la politica fiscale recessiva, mentre si dedica a cancellare capitale delle banche nei Paesi già colpiti da una cura ‘à la Montì’. Tutto ciò che Bce riesce a fare, è aumentare il prezzo degli asset finanziari («asset inflation») e degli immobili, ma soltanto nei restanti paesi non colpiti dalla cura Monti, le banche dei quali vengono benignamente ignorate: creando una bolla che, prima o poi, le cadrà addosso.


Insomma, se una «banca centrale indipendente, votata al controllo dell'inflazione, viene ritenuta efficace nella sua azione anti-inflattiva proprio in quanto accompagnata da una vasta e codificata legislazione considerata in sé deflazionista», ebbene Bce è certamente credibile. Al punto di mostrarsi totalmente incapace di farci uscire dalla quasi-deflazione.


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Tanto più che, di tirare l’Italia fuori dalla deflazione, l’Europa non ha la minima intenzione. Così testimonia l’esperienza dell’autore come Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio del primo governo Conte, Lega-M5S. Alla formazione del governo si pensò di trattare con la Ue, sulla base dei Trattati, chiedendo l’applicazione «dell'art.126 TFUE, che racchiude la cd Golden Rule», nonché sulla base dell’addendum 49 al Trattato di Lisbona, «che riguarda la specifica situazione italiana, col suo dualismo territoriale di sviluppo, e che è stato confermato come vigente dal Trattato di Lisbona (eppure, inspiegabilmente, mai applicato) ». Ma la Commissione «chiusa ad ogni dialogo sulle reali cause del rallentamento della crescita», non gradì ed «impose di mantenere l'indebitamento annuale allo stesso livello di quello del 2018» per poi minacciare di avviare «una procedura di infrazione».


Ed ebbe partita vinta, in quanto le richieste italiane erano «ostacolate dai rapporti di forza che derivano … dall'assoggettamento dei titoli del nostro debito pubblico ai capricci della Bce e, formalmente, dei cd mercati». Perciò l’autore predispose due progetti operativi volti ad «uscire dal ricatto degli spread e della creazione monetaria affidata alla sola Bce», rispettivamente: mobilitazione volontaria del risparmio nazionale («misure anti-spread») e titoli del debito pubblico di piccolo taglio («OCA»). L’autore aggiunge al racconto una ulteriore proposta, volta ad introdurre nel Trattato Europeo «una procedura effettiva di infrazione per gli avanzi eccessivi delle partite correnti da parte di uno Stato-membro, sanzionata», in parità di trattamento con quanto accade con la violazione dei parametri fiscali.


L’autore aggiunge, altresì, una serie di rassicurazioni, che esse pure immaginiamo essere appartenute a quel periodo: si trattava di contromisure che «non postulano l'uscita dall'Ue, e tantomeno dall'eurozona» ed erano volte a rendere l'atteggiamento dei partner europei «più ragionevole», dunque non a rompere ma a negoziare.


E chiude il racconto con quello che interpretiamo come un cenno elegante al perché di tutto ciò non se ne fece alcunché: «la difficoltà di trovare una minima linea di resistenza sarebbe appunto superabile con delle scelte coraggiose e adottate con compattezza dal governo. La stessa pregiudiziale culturale pro-Ue delle nostre linee burocratiche sarebbe depotenziata dal segnale lanciato con la sottrazione al ricatto dei mercati e alla mitologia dei conti in ordine (applicata in modo largamente discriminatorio)».


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L’eleganza si supera, nel cenno che l’autore fa alle nuove regolazioni vessatorie brussellesi: Nuovo Trattato ESM (o Mes), inserimento di condizionalità esiziali nel quadro pluriennale del bilancio Ue (oggi via Recovery Fund), la ponderazione (RW-risk-weight) dei Btp ai fini del computo dei capitali regolamentari delle banche, l’imposizione di tetti alla detenzione di Btp da parte del sistema bancario. Tutte minacciate nel corso della breve vita di quel governo, ma dall’autore accennate senza ricordare al lettore chi, a molte di esse, non si oppose.


Così, è senza fare riferimenti ad alcuna persona che, al Nuovo Trattato ESM, l’autore dedica il capitolo conclusivo delle pagine scritte prima del Covid. In particolare, le nuove linee leggere (PCCL) presentano criteri di ammissibilità inaccessibili all’Italia, mentre le nuove linee pesanti (ECCL) imporrebbero un triplo giogo: (a) una preliminarmente analisi di sostenibilità del debito pubblico, «il Paese che chiede il sostegno dello ESM, deve sapere in partenza che gli potrà essere chiesta, preliminarmente, una ristrutturazione del debito» pubblico; (b) l’introduzione di le clausole «estensive dell'attuale capacità dei creditori di deliberare una ristrutturazione» del debito pubblico (cosiddette CAC Single Limb); (c) «un programma di aggiustamento macroeconomico, d'intesa con Commissione, Bce, IMF, dunque duro come sempre, per capirsi; come nel caso della Grecia».


Né l’evocazione del caso Grecia paia una iperbole, perché lì, ai possessori di debito pubblico, nel 2011-2012 venne imposta proprio quella ristrutturazione che, oggi, il Nuovo Trattato ESM ordina normativamente a tutti i Paesi in difficoltà. Il lettore ricorderà che fu proprio quella ristrutturazione del debito greco, ad aver gettato il debito italiano nella tormenta, e come quest’ultimo venne salvato (più di un anno più tardi) dal ‘whatever it takes’ di Draghi, sostanziato nell’annuncio di un programma di acquisto detto OMT: sorta di QE per un solo Paese che, come precondizione, richiedeva che il Paese beneficiario avesse preventivamente subito un programma di riaggiustamento macroeconomico dettato dallo ESM.


Non contenta, la Germania oppose allo OMT una prima sentenza della propria Corte costituzionale, che lo subordinava a limitazioni che lo rendevano inutile al punto, da spingere Draghi a gettare la spugna ed avviare il QE, eppoi Lagarde ad avviare il PEPP. Il QE ed il PEPP, però, prima o poi cesseranno. Ed allora, per l’Italia, tornerà di attualità lo OMT. Così i Tedeschi hanno ingegnato il Nuovo Trattato ESM al fine manifesto di rendere ridondante ogni intervento di Bce: scrive l’autore, «i problemi di crisi del debito pubblico, entro l'eurozona, sono risolvibili solo attraverso il trauma della ristrutturazione del debito pubblico e con la sostanziale abrogazione dei già ristretti margini di intervento autonomo della banca centrale».


Ciò che ne seguirebbe, è descritto dall’autore nel suo realistico orrore: «con il vincolo di (paradossale salvataggio previa) ristrutturazione del debito pubblico, ovvero con la partecipazione del settore privato, detentore dei relativi titoli, alle perdite, tutte le banche italiane andrebbero in default, con … inevitabile bail-in di massa dei correntisti e ondata recessiva di dimensioni epocali», che si aggiungerebbe a quella indotta dal programma macroeconomico il quale, per sua natura, prevederebbe «saldi primari, pluriennali, del bilancio pubblico, dell'ordine di 3,5-4% del PIL, economicamente insostenibili (per crescita e occupazione) », dunque lo «smantellamento del sistema pensionistico e sanitario pubblico, che, ai fini del pareggio strutturale di bilancio, risultano infatti i maggiori aggregati della spesa pubblica».

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Circa le intenzioni tedesche, l’autore esprime il dubbio che «l'introduzione di una riforma così minacciosa, potrebbe essere il modo migliore per costringerci ad accettare la cd segregazione». Ovvero, la «imposizione, all'interno del sistema di pagamenti Target2, di un obbligo di preventiva prestazione di cauzione per ogni pagamento in uscita … verso il rimanente sistema delle banche centrali dei singoli paesi-membri e, per riflesso, verso i sistemi bancari di tali paesi». Cauzione che verrebbe offerta, molto limitatamente da Banca d’Italia, più liberamente dalle banche commerciali, le quali la concederebbero a fronte di un costo, che si può immaginare equivalente alla potenziale svalutazione della Lira nei confronti dell’Euro. La segregazione richiederebbe, plausibilmente, l’imposizione del controllo dei capitali dal basso: «l'art.65 TFUE … quello che prevede l'attribuzione agli Stati di una serie di eccezionali poteri derogatori in tema di libera circolazione dei capitali, che culminano proprio in una clausola di ordine pubblico che, nel contesto, è senza dubbio quello di tipo economico».


Chiosa l’autore: «si avrebbe una sorta di ibrido lira-euro: ragionevolmente svalutato e, come vantaggio ipotizzato dai Tedeschi, una correzione abbastanza rapida del loro saldo attivo Target2». Si avrebbe, aggiungeremmo noi, pura una correzione del surriscaldamento della economia tedesca dovuto alla incessante fuga dei capitali italiano in Germania.


In tal caso, l’Italia rimarrebbe serenamente nell’Unione Europea, e si risparmierebbe: la ristrutturazione del debito pubblico, il default delle banche, il bail-in di massa dei correntisti, lo smantellamento del sistema pensionistico e sanitario pubblico. E pure l’ondata recessiva di dimensioni epocali, in quanto, il «vincolo all'investimento in sede nazionale dell'eventuale surplus delle partite correnti sarebbe, in ipotesi, destinato a rivitalizzare sia la domanda di titoli del debito pubblico che di beni immobiliari». Naturalmente al prezzo della rinuncia alla libera circolazione dei capitali, aggiungiamo noi, come d’altra parte è stato sino al 1992. Libera circolazione dei capitali che beneficia solo la parte più ricca della popolazione, alla quale non si vede perché continuare a sacrificare i restanti Italiani.

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Eppure, non v’è chi possa credere che tale scenario di riserva sia condiviso dal potere italiano. L’autore, infatti, dà «per scontata» l’adesione italiana a qualunque nuovo trattato europeo (dunque pure al Nuovo Trattato ESM) e la successiva ratifica: in ragione della difesa della libera circolazione dei capitali con «una sorta di dogmatismo metafisico»; condito «promettendo (da decenni), una crescita futura competitiva, senza potersi basare su alcun ragionevole motivo macroeconomico che gli consenta di mantenere tale promessa».


Tale dogmatismo metafisico si appoggia, concretamente, solo sulla «aspirazione francese, a prendere il controllo del sistema (finanziario, industriale e dei servizi) italiano». L’appoggio francese essendo necessario, a fronte del parallelo scetticismo tedesco: la Germania non vuole prendere il controllo del sistema finanziario, industriale e dei servizi italiano; semmai solo convertirlo in un proprio sub-fornitore (e, in questo, è, sin qui, riuscita benissimo). Perciò, la Germania ha immaginato «l'ESM punitivo, tedeschizzato». Che, se realizzato, ipotizza l’autore, «porterebbe al riacutizzarsi entro breve di un conflitto franco-tedesco». Mentre a noi pare che sia proprio la soluzione della segregazione, avanzata dall’autore, ad aver consentito quell’accordo: in quanto essa offrirebbe a Parigi il vantaggio di congelare il valore nominale dei propri investimenti in Italia; perciò Parigi la aveva accettata, pure obtorto collo, nel giugno 2019 in occasione della conferenza franco-tedesca di Meseberg. Ma poi, a scompaginare le carte, è arrivato il Covid.


2 - Dopo il Covid


La parte del volume stesa prima del Covid, si era conclusa con la descrizione del Nuovo Trattato ESM, sulla base di un accordo raggiunto nel giugno 2019 in occasione della conferenza franco-tedesca di Meseberg. Per la via delle condizioni particolarmente dure che avrebbe imposto all’Italia, esso appariva «il modo migliore per costringerci ad accettare la cd segregazione». Segregazione, a sua volta, funzionale a soddisfare l’esigenza tedesca di correggere il saldo Target2. Ma poi, a scompaginare le carte, è arrivata la crisi economica del Covid.


Ad essa, nell’addendum pubblicato come prima parte del volume, l’autore dedica una descrizione pervasiva. Una crisi che ha prodotto «l'effetto contemporaneo (involontariamente) equivalente sia ad una serrata che allo sciopero (con boicottaggio dei prodotti), con l'ulteriore paradosso che la volontà collettiva, e la ovvia convenienza, sia delle imprese che dei dipendenti, è quella opposta, a continuare a produrre (e a consumare)».


E che ora sembra dover avviare una «riorganizzazione delle filiere produttive, riaccentrate e rilocalizzate, proprio per evitare la futura vulnerabilità a shock sanitari (o anche solo geo-politici), che pongano in pericolo la sicurezza della possibilità di produrre sotto il controllo nazionale e la conseguente immediata accessibilità dei beni di primaria importanza». Il che giunge «con una certa curiosa tempestività, a sovrapporsi alla fase di irrisolvibile stagnazione, con caduta di investimenti produttivi (e non meramente finanziari) e redditi reali della maggior parte della popolazione mondiale, che già poneva, nel dibattito economico mondiale, il problema di come e quanto consentire una ripresa delle politiche di intervento pubblico a sostegno dell'economia».


Naturalmente, molte filiere produttive non possono essere rimpatriate, ma debbono essere ricreate, da un intervento pubblico mirato, che abbia cura di ingenerare «una ripresa che non comprometta l'equilibrio delle partite correnti, la solidità della posizione patrimoniale netta sull'estero e ricrei un'adeguata propensione ad investire del settore privato». Cita due volte Federico Caffè: «l'azione fiscale espansiva … deve porsi l'obiettivo: cosa produrre e cosa scambiare con l'estero in modo da assicurare l'equilibrio della bilancia dei pagamenti nel medio-lungo termine».


Ma con che finanza?


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Il libro è stato completato prima del varo della bozza del Recovery Fund, ma l’autore ne anticipa le forme, essendo queste aderenti al diritto europeo, che vieta: la monetizzazione presso banca centrale (art.123 TFUE), l’accesso privilegiato alle istituzioni finanziarie (art.124 TFUE), l’estensione degli impegni finanziari agli altri Stati o alle istituzioni Ue (art.125 TFUE). Cioè, vieta una finanza ed un debito pubblico comuni, federali («eurobond, comunque li si voglia denominare»).


Due le possibili eccezioni: le ‘garanzie finanziarie reciproche per la realizzazione in comune di un progetto economico specifico’ e ‘il principio generale di eccezione ex art.125 TFUE’ che consente un ‘aiuto emergenziale a determinate condizioni’ (art.122.2 TFUE). Eccezioni entrambe soggette al «principio del creditore privilegiato e pre-finanziato dal debitore», in base al quale qualunque entità comunitaria ha capitale costituito dagli Stati e concede loro un credito privilegiato e condizionato, secondo una «minuziosa e gravosa disciplina complessiva … [che] implica la continua sorveglianza e interferenza orientativa … che sostituisce l'esercizio delle scelte di indirizzo politico fondamentale degli organi costituzionali democratici di governo dello stesso Stato-debitore». Nel caso dei programmi di cd ‘aiuto’ a singoli Paesi, si è vista la imposizione di condizioni talmente onerose, da aver messo a rischio il credito stesso, salvato, infine solo dall’intervento del QE di Bce.


Quando sia coinvolta la stessa Ue, poi, vale pure il ‘principio di bilancio (tendenziale) o della (quasi) neutralità contabile e finanziaria dell'azione gerarchica dell'Ue’, in base al quale gli Stati finanziano l’Unione, la quale rende agli Stati una cifra corrispondente a quanto da essi complessivamente ricevuto, però soggetta ad un vincolo di scopo (e pure all'ulteriore impegno finanziario del co-finanziamento). Ma è questo plausibilmente il caso del Recovery Fund: «il che significa che l'Italia contribuirebbe a finanziare il Fondo, ma sarebbe poi costantemente esclusa dai suoi trasferimenti o, in caso di prestito, soggetta a una disciplina in tutto equivalente a quella delle linee concesse dall'ESM».


Insomma, la Ue, in qualunque forma intervenga, non è una federazione, ma una banca: «una sorta di banca cooperativa», scrive l’autore. E, «in nessun caso, e in nessun modo, le regole fondamentali sopra enunciate … sarebbero derogabili».


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Ciò vale automaticamente per lo OMT, in quanto questo richiede che lo Stato ‘aiutato’ abbia preliminarmente un programma ESM. Solo non vale per il QE che, infatti, l’autore definisce un come un espediente: «il QE e la sua indiretta funzione di finanziamento strisciante, a vocazione discrezionale e condizionale, operato dalla Bce che, dal punto di vista della Germania, aggirano le norme dei trattati, violandole».


Sicché, forte era la tentazione della Germania di chiudere questo pertugio, in un «definitivo regolamento dei conti con la gestione Draghi». E così è avvenuto, con la sentenza di Karlsruhe del 5 maggio 2020, alla quale l’autore dedica una ampia e molto ricca disanima nella prima parte del volume, che ci pare così riassunta: «se pure la sentenza di Karlsruhe non risulta attendibile e coerente né dal punto di vista giuridico né da quello del merito economico, da essa traspare una forte determinazione ad ottenere una riaffermazione della German dominance, che, evidentemente, l'implicita clemenza fiscale (cioè nel contenimento del costo di finanziamento degli Stati-membri), instaurata dai programmi di acquisto della Bce, aveva in qualche modo posto in ombra». Talché, a dar retta ai Tedeschi «Bce parrebbe doversi preparare a diventare un co-attore del finanziamento ESM».


La sentenza ha sì provocato resistenza dalla Bce guidata da una Francese, ma pare pure averne condizionato la capacità decisionale. Il che consente ogni scenario: al limite, pure «un nuovo assetto dell'eurozona». Perché, in effetti, senza la valvola di sicurezza dell’unica forma di finanziamento operata nel disdegno delle maglie strette dei Trattati, nell’eurozona insieme alla Germania, l’Italia non può stare. Sempre che, dopo il Covid, ci possa stare ancora la stessa Francia.

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Non a caso, l’autore dedica attenzione ad una lunghissima intervista di Macron, di aprile, riconoscendogli «il pregio di individuare proprio nelle regole dell’eurozona, l'ostacolo principale, per il continente intero, alla soluzione del colossale problema di recessione, disoccupazione, distruzione massiccia di unità produttive e di coesione sociale che sta per abbattersi su tutti noi». Per poi collegarlo al famoso articolo, di marzo, nel quale Draghi aveva invocato: «un cambiamento di approccio mentale (change of mindset) è necessario in questa crisi tanto quanto lo sarebbe in tempi di guerra». Aggiungiamo che quest’ultima interpretazione è stata poi confermata, dallo steso Draghi, in un suo discorso di settembre: «il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato … L’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era da tempo evidente». Purtroppamente, l’autore ci informa che: «quanto auspicato da Draghi, nelle tormentate trattative per cercare di mitigare le regole dell'eurozona, è esattamente quanto NON sta accadendo in sede Ue». Perciò, l’autore ha ragione a scrivere che la crisi economica del Covid ha acutizzato il conflitto franco-tedesco.


Tutto ciò, è perfettamente assente nel dibattito pubblico italiano: posseduto dalla «cieca fiducia nel diritto europeo immaginario», ovvero da «l’inconsapevolezza, la rimozione, o l'ostinata considerazione irrealistica, del fatto che esistono delle regole di diritto europeo … che pongono divieti e limiti molto espliciti e che sono state, e sono, ora più che mai, considerate essenziali per la partecipazione all'Ue e all'eurozona della Germania e dei suoi paesi satellite; e per cambiare regole fondamentali dei trattati, occorre l'unanimità. Un'unanimità che non sarà mai raggiungibile», «pensando che istituti, soluzioni di politica finanziaria ed economica pubblica, misure anticicliche adeguate, fossero liberamente proponibili e negoziabili nei vari consessi Ue! Ma così non è: e, appunto, lo conferma proprio il discorso di Macron».

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Alla fine, l’autore è come si chiedesse: ma pure ammesso che ci sottoponiamo un’altra volta alla pena delle regole europee ed ipotizzando per assurdo che, così facendo, non giunga la Troika: quanto lunga sarebbe questa pena? Nella prima parte aveva spiegato che l’intero apparato concettuale Ue è finalizzato all'autoconservazione della moneta unica. Orbene, «l'Italia registra da almeno 7 anni un'inflazione inferiore a quella della Germania e comunque alla media dell'eurozona e … è da circa 7 anni in attivo nel saldo delle partite correnti». Eppure «questa avvenuta correzione non basta alla German-dominance che soprassiede all'applicazione delle regole dell'eurozona; ci dicono: i conti con l'estero sono stati aggiustati ma non la competitività». Ed additano la bassa crescita del PIL, con la mano sinistra, mentre con la destra impongono l’austerità fiscale recessiva ed usano l’unione bancaria per rendere tale crescita ancora più anemica. Provocando un doppio shock che «ha indotto gli Italiani a esportare i capitali … Investire in Italia, e dunque convertire lo stock nazionale di risparmio in capitale produttivo è impedito dal continuo consolidamento fiscale e dalla carenza di aspettative di crescita della domanda interna; un sistema economico affidato soltanto alla crescita export-led comprime l'inflazione e quindi i salari e investe all'estero il (pur cospicuo) surplus realizzato». Ma un Paese così, non è un Paese debitore: è ben noto che il debito pubblico è «un problema che, una volta che si sia privi di debito con l'estero, con un crescente attivo delle partite correnti … risulta di natura puramente istituzionale, cioè artificiale». Al punto che l’autore conclude: le regole europee (comunque disegnate al solo beneficio della sopravvivenza dell’Euro «e certamente contrarie al principio lavoristico e di intervento attivo dello Stato per garantire la piena occupazione, che sono i fondamenti della nostra Costituzione»), «oggi sono ormai applicate in termini puramente ideologici e moralistici». Fine pena, mai.


Fuori dal mondo stregato della moneta unica, queste cose si sanno. Lo ha testimoniato Standard&Poors, addirittura, nel suo report di giugno 2020, riassumibile in una frase del sottoscritto e che l’autore ci ha fatto l’onore di citare: «risolto il mistero: il mercato compra ancora Btp, perché emessi da uno Stato seduto sul debito privato più basso del G7, su nessun debito estero netto».


E dunque? Che può fare l’Italia di fronte ad un’Europa che è solo una banca, a regole finalizzate all'autoconservazione della moneta unica ed ormai applicate in termini puramente ideologici e moralistici? Una cosa può fare: assumersi «la responsabilità di attivare il potere spettante allo Stato membro, anche dell'eurozona, in base all'art.65 TFUE», come visto sopra. Certo, «la semplice attivazione dell'art.65 non è sufficiente: ma è certamente necessaria, perché consente intanto di evitare il disastro irreversibile dell'assoggettamento ai finanziamenti espropriativi da parte delle istituzioni creditrici Ue. Subito dopo, poi, consente pure di porsi almeno il problema di cosa fare con il finanziamento dello Stato che verrebbe pienamente ripristinato, riattivando il circuito dell'investimento del risparmio nazionale (delle famiglie e dei soggetti non finanziari) nei titoli di Stato. Ma questo cosa fare pertiene ad un'altra partita: che tutti dovremmo augurarci di potere presto giocare». Non potremmo essere più d’accordo.


 


 


 

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