"Né un uomo, né un soldo". Gli insegnamenti e l'attualità rivoluzionaria di Andrea Costa
di Leonardo Sinigaglia
Andrea Costa, nato a Imola nel 1851, fu tra le figure principali del panorama rivoluzionario dell’Italia post-unitaria. Influenzato dalle idee di Bakunin, particolarmente diffuse in Italia dopo la crisi del movimento mazziniano, sostenne nel corso degli Anni ‘70 del XIX Secolo gli sforzi della componente anarchica per l’egemonia all’interno dell’Internazionale e della sua componente italiana.
Nell’agosto del 1874 Costa fu arrestato assieme a Carlo Cafiero ed Errico Malatesta durante il fallito tentativo insurrezionale di Bologna. Gli anarchici coinvolti tornarono tutti in libertà nel 1876, e iniziarono subito a pianificare una nuova azione. Fu deciso di provare a suscitare l’insurrezione nella zona del Matese, spingendo i contadini alla ribellione. All’inizio dell’aprile del 1977 la “Banda del Matese”, guidata, tra gli altri, da Andrea Costa, fu però rapidamente sgominata dalla forza pubblica a causa del clima ancora impervio e dell’assenza di supporto da parte dei contadini.
Nonostante al successivo processo per la morte di un carabiniere durante gli scontri a fuoco tutti gli imputati furono assolti, Costa dovette riparare in Svizzera per sfuggire alla repressione politica, per poi riparare in Francia, dove sconterà due anni di galera prima di tornare nuovamente nel paese elvetico. Durante l’esilio e la prigione Andrea Costa ebbe modo di riflettere sui recenti fallimenti e arrivò alla conclusione dell’inefficacia delle metodologie anarchiche, legandosi sempre più strettamente al nascente movimento socialista.
A partire dalla sua famosa lettera “Agli amici di Romagna” pubblicata il 3 agosto 1879 sul giornale “La Plebe”, Costa iniziò a sostenere la necessità di un approccio maggiormente realistico e meno volontaristico alla promozione della trasformazione rivoluzionaria. La sua evoluzione politica lo portarono a contribuire alla fondazione del Partito Socialista Rivoluzionario Italiano nel 1881, riuscendo ad essere eletto l’anno successivo in alleanza col Partito Operaio Italiano nel collegio di Ravenna, divenendo così il primo deputato socialista della Storia italiana.
Durante la sua carriera parlamentare Costa ebbe modo di opporsi risolutamente al colonialismo monarchico. In questo intervento del 3 febbraio 1887, a undici mesi di distanza dalla disfatta di Adua e in un momento di crisi economica per il paese data dagli effetti della “Grande Depressione” di fine secolo e della guerra commerciale con la Francia, il deputato socialista evidenzia come le spedizioni africane non siano che un affare disonorevole e dispendioso che sottrae risorse allo sviluppo nazionale, per il quale non bisogna sacrificare “né un uomo, né un soldo”.
[...]
Presidente. Viene ora l'ordine del giorno dell'onorevole Costa Andrea, così concepito: “La Camera, convinta che la politica coloniale del Governo, incostituzionale nei suoi primordi, è divenuta oggidì disastrosa e per le vite che ha castato e per l'erario ; che non si saprebbe concepire per quali ragioni si debba perseverare in un'impresa i cui obiettivi sino ad ora sono ignoti, e che non fruttò che danni e dolori; e ciò in momenti in cui l'Italia ha bisogno di convergere tutte le sue forze al suo sviluppo economico e morale ed al miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici di città e di campagna; che il prestigio militare e l'onore della bandiera sono i soliti pretesti con cui tutti i governi cercano di far passare le loro imprese avventurose ; deplorando i poveri e forti figli d'Italia, caduti lontani dalla famiglia e dalla patria per una causa che non è la loro, come non e quella della vera civiltà ; invita il Governo a richiamare dall'Africa nel più breve tempo e nel miglior modo possibile le truppe italiane colà rimaste”.
Domando se quest'ordine del giorno dell'onorevole Costa sia appoggiato. (è appoggiato).
Presidente. Essendo appoggiato, l'onorevole Costa ha facoltà di svolgerlo.
Costa Andrea. Signori! Poche e franche parole, non perché manchino gli argomenti, ma perche tengo anch'io conto delle condizioni della Camera, e capisco che in questi momenti ognuno di noi deve sforzarsi più che possa di esser breve. Fin da quando nel maggio del 1885 si discusse la politica coloniale del Governo (dico del Governo, perché fu incominciata e continuata all'insaputa del Parlamento, ed il Parlamento non fu chiamato se non a mettere la sabbia su ciò che si era fatto), fin d'allora, io ed alcuni amici, riconoscendo che l'Italia, l'Italia vera, l'Italia che lavora e che produce,lungi dal desiderare una politica co • loniale, voleva invece rivolte tutte le sue attività al suo miglioramento agricolo ed industriale, al suo progresso morale e politico; fin da allora, dico, noi presentammo un ordine del giorno in cui, opponendoci a tutte le velleità di spedizioni africane, che ci hanno dato i bei frutti che ora vediamo, proponevamo il richiamo delle truppe nostre dall'Africa. Ora, di fronte all'avvenimento doloroso di cai diede un pallido cenno due giorni fa l'onorevole presidente del Consiglio, e per cui il cuor nostro sanguina come il vostro, di fronte a questo doloroso avvenimento, il nostro grido è lo stesso di due anni fa. Noi vi diciamo oggi, come allora; cessate da queste imprese pazze o criminose; richiamate le nostre truppe dall'Africa. E non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della bandiera, di prestigio militare, o che so io: tutta questa roba qui (Oh! oh!) è di quella che si adopera sempre per far passare la merce molte volte avariata. (.Rumori a destra — Sì, sì, all' estrema sinistra). Io non ho bisogno infatti di insegnarvi la storia; voi la sapete quanto me e più di me, e sapete quante volte questi argomenti siano stati adoperati per fini più o meno ignobili. La patria? Ma dove la vediamo noi nelle imprese africane ? E la bandiera ? La bandiera della patria la vedo sui campi di battaglia per la libertà e per la indipendenza, la vedo nelle imprese civili che fanno risalire sempre più la nazione verso le altezze dell'ideale; non la vedo, non la posso vedere nell'impresa africana. E l'onore della bandiera? Non è da questa parte che si deve render conto dell'onore della bandiera e del prestigio militare, ma dalla parte di coloro che siedono al Governo o che il Governo sostennero e sostengono; e davvero mal si invoca l'onore della bandiera quando, incominciando da Lissa e Custoza, questo onore è stato trascinato nel fango sino a Saati. (Vive proteste a sinistra, al centro e a destra).
Presidente (Con forza). Onorevole Costa, io non posso tollerare simile affermazione ; se la nostra bandiera è stata qualche volta sfortunata è stata però sempre onorata. ( Vivi applausi da tutte le parti della Camera). Ascolti la voce del patriottismo, onorevole Costa! (Bene !).
Costa Andrea. È appunto per patriottismo ben inteso che io parlo, giacché non credo che sia patriottico il perseverare nell' impresa d'Africa. ( Vive proteste a destra).
Presidente. Onorevole Costa, Ella può esprimere la sua opinione, ma non offendere i sentimenti degli altri.
Costa Andrea. Credo che quei signori non abbiano il diritto di pretendere che io abbia sentimenti diversi da quelli che ho. (Rumori a destra). Noi siamo altrettanto patrioti quanto loro... Voci a destra. No ! No ! Voci a sinistra. Sì ! Sì !
Costa Andrea. ... e patrioti nel vero senso della parola. Giacché gli è appunto perchè amiamo il nostro paese (Denegazioni a destra) che non lo vogliamo vedere impegnato in imprese pazze o criminose ( Vive proteste a destra ed al centro) dove, a quel che dite voi stessi, si può perdere anche l'onore...
Presidente. Ella, onorevole Costa, può dire imprese avventurose non mai criminose. Del resto il patriottismo non è il monopolio di nessuno, e non dubito che esso sia sentimento comune a tutta la Camera. (Approvazioni).
Costa Andrea. Onorevole presidente, se quei signori avessero verso di me la stessa tolleranza che io ho verso di loro, creda bene che non si verificherebbe ciò ch'Ella deplora... (Rumori.) Presidente. Continui, onorevole Costa, continui il suo discorso.
Costa Andrea. Risponderò ad un'altra obiezione che mi si fa, e che è la più grave, inquantochè non viene solamente da quei banchi, ma viene altresì dai banchi dell'opposizione e purtroppo, mi duole il notarlo, anche da alcuni miei amici dell'estrema sinistra. Si dice : infine in Africa ci siamo e bisogna restarci. Noi non possiamo, dopo una sconfitta, andarcene via con le pive nel sacco! Ora, signori miei, io capirei questo ragionamento, quando uno qualunque di voi potesse venirmi a lire che quando avremo accordato questi cinque milioni e mandato nuovi soldati in Africa, saremo sicuri di vendicare l'onore d'Italia e di tornare gloriosi e trionfanti. Ma io vi domando, o signori che sedete al banco ói ministri, a voi onorevole Genala, che sbagliate di un miliardo (Commenti), a voi onorevole Di Robilant, che confondete quattro predoni ea un esercito agguerrito, potete darci voi questa sicurezza che, quando avremo votato i cinque milioni, saprete rivendicare l'onore d'Italia? (Bene! all'estrema sinistra.) No, o signori, voi non mi potete dare questa sicurezza: ed io alla mia volta, non vi darò un centesimo! (Rumori e risate ironiche.) ì lo capisco, siamo pochi noi quassù; il nostri ordine del giorno è firmato da quattro soli, lo capisco; ma siate certi, signori miei, che molto probabilmente, per non dirvi sicuramente, il nostro ordine del giorno avrà maggiore eco nel paese che le vostre pazzie africane, e tutte le vostre frasi di patriottismo. ("Oh! Oh! — Vivi rumori a destra.)
Presidente. Onorevole Costa, Ella non deve chiamare frasi le manifestazioni di un sentimento che è nell'animo di tutti i suoi colleghi. (Bene!)
Costa Andrea. Ho finito, il nostro ordine del giorno è tanto chiaro, che non credo abbia bisogno di ulteriore svolgimento. Noi siamo convinti che esso corrisponda ai sentimenti della grande maggioranza del popolo italiano che lavora e produce, e che vi dà, alla fine, gli uomini e il danaro... (Voce al centro. Lo rappresentiamo tutti!)
Costa Andrea. E, conchiudendo, mi riferirò ad una frase pronunciata ieri l'altro dall'onorevole Baccarini, il quale in questo ordine d'idee è molto dissenziente da me. Egli disse che l'impresa africana è una impresa non nobile; or bene, noi, francamente, per una impresa non nobile, non ci sentiamo di dare né un uomo, né un soldo. Richiamate le milizie dall'Africa (Rumori) e vi apriremo tutti i crediti che chiederete, ma per continuare nelle pazzie africane, noi non vi daremo, ripeto, né un uomo, né un soldo.
Fonte: Atti parlamentari, p. 2019, camera dei deputati, LEGISLATURA XVI — l a SESSIONE — DISCUSSIONI — TORNATA DEL 3 FEBBRAIO 188 7 https://storia.camera.it/regno/lavori/leg16/sed064.pdf