Nasce ufficialmente il petroyuan: Gazprom ha fissato in yuan tutte le vendite di greggio alla Cina

La fine del sistema che a detta di molti ha incorniciato e facilitato lo status di valuta di riserva del dollaro USA: i petrodollari

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Nasce ufficialmente il petroyuan: Gazprom ha fissato in yuan tutte le vendite di greggio alla Cina


Due argomenti di fondamentale importanza per una conoscenza approfondita sia della finanza globale che del cambiamento geopolitco in atto sono la morte del petrodollari e l'idea di un'egemonia dello yuan. 
 
Lo scorso novembre, in un articolo ripreso dal blog americano ZeroHedge, avevamo descitto la "lenta morte del petrodollaro",  il lento movimento verso la fine del sistema che ha servito a perpetuare i decenni di predominio del dollaro:

Lentamente muore il petrodollaro
 
Due anni fa, a bassa voce in un primo momento, poi sempre più forte, il mondo finanziario ha iniziato a discutere quello che, come sostiene ZeroHedge, non sarà mai discusso apertamente - la fine del sistema che a detta di molti ha incorniciato e facilitato lo status di valuta di riserva del dollaro USA: i petrodollari, o il modo in cui i paesi che esportano petrolio riutilizzano i dollari che hanno ricevuto in cambio delle loro esportazioni di petrolio per l'acquisto di più beni denominati in dollari, aumentando la solidità finanziaria della valuta di riserva, che porta a prezzi delle attività ancora più elevati e ancora più acquisti denominati in dollari e così via, in un circolo virtuoso soprattutto se qualcuno vanta attività denominate in dollari e stampa valuta statunitense. 



La spinta principale di questo allontanamento dal dollaro, raccontato in primo luogo nei media non-mainstream, proveniva dalla volontà di Russia e Cina, così come del resto delle nazioni BRIC, di prendere le distanze dallo status quo del mondo sviluppato guidato dagli Usa e condurre il commercio globale attraverso accordi bilaterali che non si basino del tutto sul (Petro) Dollaro. E infatti, questo ha avuto luogo, come Russia e Cina, insieme con l'Iran, e sempre più nazioni in via di sviluppo, hanno commerciato tra di loro, bypassando il dollaro del tutto, impegnandosi in accordi commerciali bilaterali.  

Come riporta Reuters, che cita uno studio di BNP Paribas, per la prima volta in quasi due decenni, i paesi esportatori di energia non investiranno i loro "petrodollari" nei mercati mondiali. In sostanza, il Petrodollaro, che ha a lungo servito da leva per gli Stati Uniti per incoraggiare e facilitare il riciclo di dollari, e un costante reinvestimento in attività denominate in dollari da parte dei paesi esportatori di petrolio e, quindi, un mezzo per aumentare costantemente il prezzo nominale di tutte le attività denominate in dollari, si è appena ridotto all’irrilevanza. 
 


Alla fine del petrodollaro, secondo Goldman, hanno contribuito più fattori: la geopolitica russa,  le azioni della stessa Fed, con la sua politica del dollaro forte, in misura minore l’Arabia Saudita, che inondando il mondo greggio, inizialmente per danneggiare Putin, potrebbe aver finito per danneggiare se stessa e il suo socio, gli Stati Uniti di America.

Da qui l'ascesa dello yuan, con la Cina che insiste in due progetti fondamentali: la Nuova Via della Seta e la Banca d'investimento per le infrastrutture asiatiche, l'AIIB.

Da Wall Street Italia:

I rapporti sempre più stretti tra Russia e Cina hanno portato Gazprom, il gigante russo terzo maggiore produttore di petrolio al mondo, a fissare in yuan tutte le operazioni di vendite di crude alla Cina. Una risposta alle sanzioni imposte dall'Occidente per il ruolo di Mosca nel conflitto in Ucraina, e una dimostrazione di come la valuta cinese venga sempre più usata dalle aziende russe.
 
In particolare è stata Gazprom Neft, la divisione petrolifera del colosso, a confermare che, dall'inizio del 2015, le sue esportazioni verso la Cina avvenute attraverso l'oleodotto a est della Siberia sono avvenute in renbimbi. Lo stesso Ft sottolinea che "altri gruppi energetici russi sono ancora riluttanti ad abbandonare il dollaro nelle vendite di petrolio"; detto questo, il Wall Street Journal mette in evidenza con un grafico come, nel 2014, le importazioni cinesi di crude da alcune grandi nazioni appartenenti all'Opec siano scese (dall'Arabia Saudita è stato riportato un calo -8%, dal Venezuela -11%). Nello stesso arco temporale le importazioni dalla Russia sono invece balzate +36%. 

 

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