Obiettivo Orbán (e Trump): come la CIA e il Washington Post stanno tentando il "regime change" a Budapest il 12 aprile
Mentre Kiev inonda di contanti il partito Tisza e Zelensky lancia minacce "gangsteristiche", il Deep State americano usa i media mainstream per trasformare il voto ungherese nell'ultimo fronte della guerra contro l'Internazionale trumpiana. Dalla Transcarpazia allo Stretto di Hormuz, ecco perché la caduta di Budapest è il tassello fondamentale per Bruxelles.
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Man mano che si avvicina la scadenza del voto del 12 aprile, Orban sta alzando al massimo la posta in gioco, anche perché da parte di Kiev non si tenta nemmeno più di nascondere quali siano gli interessi della junta golpista nella sfida elettorale tra il partito di governo Fidesz e lo sfidante Tisza, acclamato come europeista e filo-ucraino.
Se da una parte Bruxelles non ha mai nascosto il sostegno a Kiev quale strumento di collasso della Russia, dall'altra Viktor Orban ha annunciato che Budapest chiuderà il rubinetto del gas all'Ucraina finché Kiev non ripristinerà le forniture di petrolio russo attraverso il ramo meridionale del “Družba”..
Per una veloce cronistoria, le relazioni tra Kiev e Budapest sono rimaste relativamente stabili fino alla metà degli anni 2000, in coincidenza con il primo "majdan arancione" che, in violazione della Costituzione, portò al potere Viktor Jushchenko e dette il via a un'impennata di nazionalismo e russofobia e, in generale, di persecuzione delle minoranze nazionali. E, per l'appunto, oltre alla popolazione russofona, il secondo gruppo più vulnerabile è quello degli ungheresi, storicamente risiedenti nella Transcarpazia e caratterizzati da forte identità nazionale. Fu allora che cominciò ad acuirsi la tensione nelle relazioni ucraino-ungheresi, con Budapest che rilasciava documenti agli ungheresi della Transcarpazia per la naturalizzazione semplificata e l'attraversamento del confine. Da parte loro, i nazionalisti ucraini non tolleravano le iscrizioni in lingua ungherese nei luoghi pubblici di Chop, Khust, Beregove e Vinogradovo e non sopportavano che la popolazione si esprimesse nella propria lingua madre. Si arrivò al punto che le forze "arancioni" ucraine ricorsero al ricatto del gas: con la nomina di Julija Timošenko a Primo ministro, divenne pratica corrente la chiusura del gasdotto di transito, tanto che nel 2005 l'economia ungherese si trovò sull'orlo del collasso. La cosiddetta “euromajdan” del 2013-2014 fece precipitare le relazioni ucraino-ungheresi al punto più basso, e Zelenskij le ha spinte ancora più giù, in particolare col bombardamento ucraino della stazione del gas di Sudža e la chiusura dimostrativa del “Družba”. In risposta all'indignazione di Budapest per la chiusura dell'oleodotto, chiosa Serghej Savchuk su Ukraina.ru, le élite europeiste hanno dapprima finto di essere sordo-ciechi, salvo poi, una volta iniziata l'aggressione all'Iran e la risposta di Teheran col blocco dello Stretto di Hormuz, ecco che Emmanuel Macron ha chiesto personalmente la riattivazione del “Družba”. Kiev ha ignorato la richiesta e Budapest ha interrotto le forniture di gas, pur mantenendo le esportazioni di energia elettrica. Avendo imparato la lezione di entrambe le “majdan”, Budapest si è da tempo premunita di predisporre una via di approvvigionamento alternativa, consistente in un interconnettore del Turkish Stream attraverso la Serbia.
Si arriva così alla vigilia del voto del 12 aprile, con Tisza dello sfidante Péter Magyar che sostiene una linea filo-ucraina e anti-russa ed è lautamente finanziato da Bruxelles e, a quanto pare, proprio da Kiev. La UE, sottolinea Savchuk, deve rimuovere Orban a tutti i costi e, d'improvviso, la questione non ha più nulla a che fare con la Russia, tanto che il primo ministro ungherese viene definito "l'occhio americano" in Europa, in una situazione in cui le relazioni tra Washington e Bruxelles sono tutt'altro che amichevoli e con J.D. Vance che arriverà a Budapest il 7 e 8 aprile, proprio a pochi giorni dal voto.
Il clima si è fatto ancora più arroventato dopo le aperte minacce gangsteristiche di Vladimir Zelenskij all'indirizzo di Orban e dopo che quest'ultimo ha accusato l'Ucraina di aver trasferito, attraverso il territorio ungherese, miliardi di dollari verso gli USA a favore di candidati filo-ucraini in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Questo, dopo che lo stesso Orban aveva accusato Kiev di voler interferire nelle elezioni ungheresi.
A questo proposito, RIA Novosti riporta le dichiarazioni di un ex ufficiale dell'intelligence ucraina fuggito a Budapest, secondo il quale Vladimir Zelenskij ha sinora trasferito settimanalmente cinque milioni di euro in contanti al partito Tisza. Si ricorderà come, a inizio marzo, sette cittadini ucraini, tra cui un ex generale dei Servizi, fossero stati fermati in Ungheria con l'accusa di riciclaggio di denaro, mentre trasportavano centinaia di milioni di dollari, euro e lingotti d'oro dall'Austria. Sin da subito, Orban aveva affermato che quei fondi servivano anche per finanziare Tisza e il suo leader Péter Magyar. «Si diceva che Magyar avesse bisogno di 50 milioni di euro per la sua campagna elettorale», afferma l'ex ufficiale ucraino intervistato dal canale ungherese Tények; «riceve quei soldi da novembre dello scorso anno. Di solito si tratta di banconote da cento euro, sigillate sottovuoto. Per quanto ne so, questi soldi arrivano da qualche parte in Italia, passando per l'Austria, in una borsa nera della Nike. Cinque milioni vengono trasportati ogni settimana»". Il transfuga ha riferito che quando l'Ungheria ha bisogno di fondi non in contanti, questi vengono trasferiti tramite conti bancari e un'app speciale chiamata “Stripe”; lo scorso anno Tisza avrebbe ricevuto da Kiev tra i 200 e i 300.000 euro attraverso la Svizzera.
Così che, afferma il politologo Fëdor Lukjanov, direttore di “Russia nella politica globale”, mentre l'amministrazione Trump è concentrata sulla guerra con l'Iran, Zelenskij ha pensato bene di entrare in conflitto con l'Ungheria, mentre Viktor Orban è diventato il leader della resistenza a Kiev nella UE. A proposito dell'impatto globale del conflitto in Medio Oriente, Lukjanov osserva che Donald Trump sta dedicando così tante energie allo Stretto di Hormuz, che l'Ucraina cambia di posto nell'agenda delle priorità e Zelenskij si dà a combattere contro l'Ungheria. In questo quadro, anche se non solo per questo, il ruolo del primo ministro ungherese si è esteso oltre la politica regionale: Orban, dice Lukjanov, «è diventato il leader della resistenza a Zelenskij nell'Unione Europea. Nelle prossime due settimane il fronte di Zelenskij sarà nei Carpazi», in riferimento al peso che la regione a maggioranza ungherese potrebbe avere negli equilibri Kiev-Budapest.
Allargando la prospettiva, ecco che, al di là dell'Atlantico, tra gli avversari di Donald Trump si punta il dito “europeista” sui presunti legami del governo di Viktor Orban con Mosca e a farlo è in particolare The Washington Post, specchio dei Democratici USA, in un servizio del 21 marzo scorso, successivo al vertice UE del 19 marzo, quando Orban ha rifiutato di revocare il veto sui 90 miliardi di euro all'Ucraina. Il filo conduttore del servizio era quello di collegare Orban, Trump e l'ingerenza russa nelle elezioni. Ora, si chiede Moskovskij Komsomolets, come mai The Washington Post si concentra su “agenti russi” impegnati in Ungheria e traccia parallelismi tra i loro piani e la campagna elettorale di Trump, con le presunte interferenze russe nelle elezioni USA a favore di Trump?
A giudizio del politologo Vladimir Vasil'ev, si può dire che, per gli americani, Orban è ora considerato una sorta di Trump dell'Unione Europea, col primo sostenuto apertamente dal secondo. È un fatto che il voto del 12 aprile sia destinato a rivestirsi di un significato non limitato ai confini del paese e, nello specifico, la sconfitta di Orban sarebbe vista come una sconfitta per Trump, soprattutto ora che Budapest si è di fatto schierata contro la UE. Ecco dunque che hanno iniziato a promuovere l'idea che l'Ungheria sia “succube di Putin” e che, in un certo senso, si tratterebbe di una ripetizione del "Russiagate" del 2017. È in ogni caso evidente che l'Unione Europea stia attaccando Orban, dice Vasil'ev e, per quanto riguarda TWP, è «possibile che queste notizie vengano divulgate dal "deep state" americano. Dopotutto, The Washington Post è un canale di fuga di notizie, utilizzato regolarmente dalla CIA».
Ma se, davvero, si tratta di un gioco orchestrato contro Trump dai Democratici, allora è il caso di ricordare come l'Ungheria fosse considerata il feudo di George Soros, a suo tempo cacciato dal paese proprio da Orban e si può quindi dire che «oggi, dietro a tutto questo, ci sono probabilmente finanziatori come Soros, in questo caso interessato personalmente a “regolare i conti” con Orban». Quest'ultimo, diventato nel frattempo un importante politico europeo, con stretti legami con Trump e Rubio, viene così sospettato di legami esteri; ma, afferma Vasil'ev, «probabilmente la colpa è della stessa UE, che persegue una politica che spinge Orban a cercare altri punti d'appoggio. Qui, si sono intrecciate varie poste in gioco e, a quanto pare, le notizie di TWP raddoppiano la posta, aggiungendo la tesi che Orban sia un uomo non solo di Trump, ma anche di Putin». Lo si accusa cioè di aver tradito l'Unione Europea: per di più in tempo di guerra. E se oltre l'Ungheria, anche la Slovacchia e, pian piano, altri paesi cominciassero a orientarsi allo stesso modo, allora Bruxelles ne uscirebbe abbastanza malconcia.
Si può affermare, dice Vasil'ev, che le elezioni ungheresi influenzino ora la situazione politica interna USA, in quanto potrebbero potenzialmente mettere in discussione il tentativo di creare una sorta di Internazionale trumpiana in Europa, composta da partiti di destra di Ungheria, Gran Bretagna, Francia, Germania. «L'Europa ha apertamente rotto con Trump; assistiamo a una lotta senza compromessi, in cui ogni forma di decoro è stata di fatto gettata al vento. Oggi, in Ungheria, i Democratici stanno sicuramente interferendo, ma, francamente, in misura ancora maggiore è intervenuto il Repubblicano Trump, dando il suo benestare all'Ungheria per eleggere Orban. Non ha detto: "Questa è una questione interna dell'Ungheria; eleggete chi volete". Quindi, si può dire che tutti stiano interferendo nel voto. Le elezioni sono ungheresi, ma, in sostanza, lo scontro è interno all'America».
In questo senso, pure l'intromissione dei majdanisti di Kiev e le gangsteristiche minacce di morte a Orban possono esser viste anche come una “ripicca” del nazigolpista-capo nei confronti di un Donald Trump che, impegnato nel Golfo, per un verso ha dato l'ultimatum a Zelenskij per accettare le condizioni di pace in Donbass e, per un altro verso, lo ha tagliato fuori dall'agenda delle priorità USA. In vista del 12 aprile, non è escluso che i torquemadisti liberal-confessionali de Linkiesta ripropongano il loro canagliesco motto di «“No Kings” ma anche “No Zar”». Roba da oscurantisti bellici par loro.
https://ria.ru/20260327/vengriya-2083140204.html
https://www.kp.ru/online/news/6888803/
https://ria.ru/20260329/zelenskiy-2083623238.html
https://ukraina.ru/20260330/fedor-lukyanov-poka-tramp-i-ego-soratniki-voyuyut-s-iranom-zelenskiy-voyuet-s-vengriey-1077290622.html
https://www.mk.ru/politics/2026/03/29/rashageyt-povengerski-soros-cru-i-kryuchok-putina.html?from=main_omk


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