Roma: i rifiuti puzzano di austerità (Parte II)

Roma: i rifiuti puzzano di austerità (Parte II)

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Il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti: il problema degli impianti

Come dicevamo nella prima parte di questo contributo, la fase della raccolta è cruciale nel determinare l’impatto ambientale e sulla salute pubblica della gestione dei rifiuti urbani. Un potenziamento radicale della raccolta differenziata, con lo stanziamento di tutte le risorse che servono, in barba ai vincoli che l’austerità impone, è il primo passo per ogni strategia che voglia affrontare la questione e non limitarsi alla propaganda.

Dopo la fase della raccolta, il ciclo dei rifiuti passa attraverso il trattamento e lo smaltimento. Se finora abbiamo discusso solo della fase in cui il camion della spazzatura passa sotto casa (quando passa!), carica i rifiuti dai cassonetti e li trasporta ai punti di raccolta, adesso proviamo a spostare il focus sulle fasi successive, quando i rifiuti sono trasportati dai punti di raccolta verso gli impianti di trattamento e, da lì, verso lo smaltimento. A tal proposito, è indispensabile distinguere il ciclo dei rifiuti differenziati da quello dei rifiuti indifferenziati.

Semplificando, i rifiuti differenziati sono trattati attraverso il riciclaggio della frazione secca (plastica, carta, vetro, legno, metalli) e il compostaggio della frazione umida (organico). Le procedure tecniche per riutilizzare tutti i materiali di scarto – altrimenti destinati allo smaltimento in discarica – come materie prime di un nuovo processo produttivo sono tuttavia molto variegate e altrettanto complesse.

Ciò che è importante sottolineare è che anche nel caso della differenziata la dotazione impiantistica sul territorio è fondamentale, dal momento che eventuali carenze comportano il trasporto dei rifiuti differenziati fuori Regione o, peggio, l’inaccettabile dirottamento verso i termovalorizzatori o le discariche, tutte soluzioni con un impatto ambientale decisamente peggiore.

Proviamo a fare un esempio. Secondo i dati AMA, Roma nel 2019 ha prodotto circa 250 mila tonnellate di rifiuti organici (il 32,6% della differenziata complessiva). Peccato che l’unico impianto di compostaggio aziendale di AMA (il VFO di Maccarese) nello stesso anno abbia processato meno di 17 mila tonnellate (solo il 7%): il resto è invece trasferito verso altri impianti regionali (circa 100.000 tonnellate, pari al 40%) o trasportato verso impianti fuori regione (65.000 tonnellate, il 26%).

I rifiuti organici trasportati fuori dal Lazio, in particolare, costituiscono un fallimento inaccettabile nella gestione dei rifiuti. Oltre a un costo di trattamento per tonnellata doppio rispetto a quello regionale (approssimativamente 160 euro/ton invece di 80), che grava sul bilancio di AMA, il trasporto su gomma è oltremodo impattante dal punto di vista delle emissioni: i rifiuti organici, potenzialmente, potrebbero avere impatto ambientale nullo ed essere utilizzati per produrre fertilizzante, ma finiscono per essere caricati su dei tir che li portano in impianti localizzati nel nord Italia.

Come se non bastasse, negli anni e nei mesi passati spesso questi mezzi pesanti sono stati rispediti al mittente da regioni quali Veneto e Friuli, a causa della presenza di altri materiali nell’organico trasportato, i quali ne impediscono la lavorazione: ulteriore inquinamento e tempo sprecato. Lo stesso discorso vale per il riciclaggio della frazione secca e il trattamento dei rifiuti ingombranti (materassi, armadi, etc.). In questo secondo caso, l’impianto di trattamento più vicino è quello di Ferrara, che serve gran parte del centro e del sud Italia.

È innegabile che gli impianti di trattamento e smaltimento sul territorio hanno un impatto ambientale feroce e indesiderabile, oltre che conseguenze drammatiche sulla salute di chi ci vive nei paraggi. Ciò molto spesso è dovuto al fatto che tali impianti sono realizzati in ossequio al profitto del privato di turno, che ha tutto l’interesse ad installare impianti mastodontici – dunque disastrosi per il territorio – che andranno poi adeguatamente “nutriti”, divorando così qualsiasi tipologia di rifiuti fuori da ogni regola, dal momento che ogni tonnellata di rifiuti conferita nell’impianto genera profitti. D’altro canto, le soluzioni alternative praticate appaiono comunque insoddisfacenti: basti pensare all’emissione di CO2 e gas climalteranti associata al trasporto dei rifiuti fuori Regione, oltre all’insostenibilità insita in un processo che scarica i problemi di un territorio su un altro territorio, disposto a farsi carico della questione dietro profumata remunerazione.

Non si tratta qui di rivendicare l’autonomia e la piena autosufficienza regionale nella gestione del ciclo dei rifiuti in quanto tale, o di accettare come una fatalità che porzioni di territorio vadano sacrificate per il benessere collettivo. Si tratta, invece, di stabilire in maniera incontrovertibile quali sono le priorità politiche e sociali. Risparmiare pochi (o molti, per quel che vale) soldi in ossequio all’austerità non solo non rientra tra esse, ma è anzi uno degli ostacoli che si frappongono alla tutela della salute delle persone e dell’ambiente. Queste ultime due sono invece gli unici elementi che contano nell’equazione e si perseguono spendendo, in primis, nel potenziamento della raccolta differenziata e, in seconda battuta, nella messa a punto di impianti a gestione rigorosamente pubblica, di piccole dimensioni per evitare gravi impatti sul territorio e che si collochino sulla frontiera tecnologica, in modo da mitigare le conseguenze di un fenomeno, quello del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti indifferenziati, con cui vanno fatti i conti almeno nel breve periodo.

Nel contesto di Roma, i rifiuti indifferenziati costituiscono in ogni caso il problema più gravoso, anche perché risultano molto più difficili da trattare. Secondo l’ultimo bilancio di AMA, nel 2019 la capacità di trattamento dei rifiuti indifferenziati della società in house è stata pari a circa il 27% dei rifiuti prodotti: l’unico impianto TMB rimasto all’azienda dopo l’incendio del TMB Salario – il TMB di Rocca Cencia, contro il cui impatto ambientale la popolazione locale si mobilita da anni – ha trattato circa 220.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati, mentre il Tritovagliatore Mobile (TM) di Ostia gestisce al massimo 30 mila tonnellate annue, su un totale raccolto nella Capitale pari a circa 920 mila tonnellate.

Il trattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati consiste nella separazione della frazione umida dalla frazione secca e nel conseguente processo di recupero o lavorazione. Dopo la separazione, la frazione umida è sottoposta a un processo di stabilizzazione, che consente di ridurre la biodegradabilità dei rifiuti. La frazione adeguatamente stabilizzata può essere utilizzata per la copertura delle discariche. La frazione secca può, invece, essere invece recuperata per produrre combustibile derivato dai rifiuti ovvero combustibile solido secondario (CSS). Una parte della frazione secca non è invece riciclabile e viene triturata, imballata e infine spedita ai termovalorizzatori per essere bruciata oppure in discarica, come accade soprattutto nelle regioni del centro sud, per lo smaltimento.

Gli impianti di Trattamento Meccanico-Biologico (TMB) sono quelli oggi più diffusi per quanto riguarda il processo di trattamento dei rifiuti indifferenziati. Come detto, ad oggi l’AMA dispone esclusivamente del TMB di Rocca Cencia, che nel 2019 è stata in grado di trattare poco più di un quarto dei rifiuti indifferenziati raccolti nella Capitale.

Dove finisce allora il restante 73% dei rifiuti indifferenziati della Capitale? Altre 400 mila tonnellate (44%) annue sono trattate all’interno della Città metropolitana presso i TMB 1 e 2 di Malagrotta della Ettore Giovi Srl, al momento in amministrazione giudiziaria. La Capitale gestisce dunque attualmente circa il 70% dei rifiuti indifferenziati che produce.

Altri impianti distribuiti sul territorio regionale gestiscono una quota importante dell’indifferenziata romana. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2017 il TMB Rida di Aprilia e il TMB della Saf di Frosinone hanno trattato circa 60 mila tonnellate ciascuno, mentre il TMB della Viterbo Ambiente poco più di 2mila tonnellate, per un totale di 120mila tonnellate. Possiamo quindi affermare che circa il 13% dei rifiuti indifferenziati di Roma è trattato dagli impianti situati nel resto della Regione.

Infine, il resto dei rifiuti indifferenziati di Roma finisce in altre Regioni Italiane – Abruzzo, Toscana e Campania – o addirittura fuori confine, in Austria (50 mila tonnellate nel 2017 pari al 5% del totale). Se nel 2017 i rifiuti fuori Regione erano circa 40 mila tonnellate e finivano interamente in Abruzzo (4%), nella sola seconda metà del 2021 questi saranno pari a più di 100mila tonnellate, di cui 70 mila in Abruzzo, 20 mila in Campania e altri 13 mila in Toscana.

In sintesi, l’incendio del TMB Salario del dicembre 2018 ha messo ulteriormente sotto pressione la Capitale nella fase di trattamento dei propri rifiuti indifferenziati, già limitata dal mancato sfruttamento dell’intera capacità impiantisca a disposizione di Roma. Nel 2017 infatti la capacità autorizzata dei quattro TMB romani (Rocca Cencia, Salario, Ettore Giovi 1 e 2) era pari a 935 mila tonnellate, ma la quantità di indifferenziata trattata si è fermata all’80% del potenziale complessivo, anche a causa dell’impatto che questi impianti hanno sulla salute dei cittadini e del territorio circostante, dovuto al combinato letale frutto dell’utilizzo di tecnologie arretrate e inadeguate e dell’ingordigia dei privati, i quali fissano la capacità effettivamente sfruttata dei propri impianti non in funzione della salute pubblica e di una gestione efficiente del servizio, ma sulla base di interessi contingenti e delle continue trattative con AMA/Comune sul prezzo a tonnellata del rifiuto trattato.

Quest’ultimo elemento si lega indissolubilmente all’ultima fase del ciclo dei rifiuti, la fase dello smaltimento. Dopo il trattamento, una quota residua deve essere avviata allo smaltimento, presso un termovalorizzatore (a caldo) o in discarica (a freddo). Va ricordato che, per legge, il trattamento dei rifiuti indifferenziati costituisce ormai un prerequisito obbligatorio allo smaltimento: secondo la normativa europea, prima di essere smaltito un rifiuto deve essere trattato.

Come abbiamo detto, la capacità autorizzata dei TMB romani supera la quantità di rifiuti prodotta nella Capitale. Allo stesso modo, la capacità autorizzata a livello regionale (2,6 milioni di tonnellate di indifferenziata) in termini di TMB e TM supera di gran lunga la quantità prodotta (1,6 milioni).

Il problema è che, a loro volta, gli impianti di trattamento non sanno in quali discariche o termovalorizzatori portare il rifiuto lavorato e in alcuni casi, specialmente quando la proprietà degli impianti non è pubblica, trattano con AMA e col Comune sul prezzo per tonnellata associato al trattamento, qualora siano costretti al trasferimento fuori Regione una volta trattato il rifiuto.

Che fare?

1. Raccolta: un incremento esponenziale della raccolta differenziata e del porta a porta è la prima condizione imprescindibile per risolvere davvero il problema dei rifiuti a Roma. A tal fine, risulta indispensabile che AMA inverta la tendenza degli ultimi anni, tornando ad aumentare le risorse destinate al personale e ai mezzi di raccolta. Se questa scelta implica uno scontro coi parametri di bilancio nazionali ed europei, ben venga: le leggi e le istituzioni sono fatte per essere cambiate, soprattutto se sono causa di sofferenza per la maggioranza della popolazione. Questa strada consentirebbe, peraltro, di ridurre enormemente i costi di smaltimento, riducendo in modo significativo la quota di rifiuti indifferenziati da conferire in discarica.

2. Trattamento: Nel breve periodo, il problema non riguarda i nuovi impianti – i quali necessitano di un arco temporale rilevante per essere realizzati ed entrare in funzione (5-8 anni) – ma la necessità di mettere gli impianti esistenti in condizione di lavorare in sicurezza, per l’ambiente e la popolazione dei territori circostanti, specie nel caso dei rifiuti indifferenziati e dei TMB. Per fare ciò è necessario investire massicciamente, per non far ricadere sulle spalle di chi ha la sventura di vivere nei pressi di un impianto la soluzione di un problema di tutti e tutte. Questo consentirebbe di ridurre in maniera significativa la quota della indifferenziata che viene trasferita nelle altre province del Lazio, fuori Regione e fuori dal paese, causando un impatto ambientale inaccettabile e alimentando la sete di profitto degli imprenditori-sciacalli che sguazzano nella gestione privata dei rifiuti. Nel medio periodo, per quanto riguarda la differenziata, Roma ha assoluta necessità di dotarsi di impianti di trattamento all’avanguardia per quanto riguarda compostaggio, recupero ingombranti e riciclaggio delle altre frazioni della differenziata. Da questo punto di vista, la previsione del nuovo Piano industriale di AMA, che prevede la realizzazione di due impianti di compostaggio aerobico, risulta del tutto insoddisfacente. Allo stesso modo, il trattamento della indifferenziata richiede la realizzazione di impianti di trattamento moderni, i quali minimizzino la quota di rifiuti da conferire in discarica. Complessivamente, tutte queste soluzioni richiedono investimenti significativi, anche in termini di Ricerca e Sviluppo, e rischiano di scontrarsi frontalmente con i limiti di spesa imposti dal Piano di rientro e dai Patto di Stabilità Interno.

3. Smaltimento: La discarica è in assoluto la soluzione peggiore dal punto di vista ambientale e l’obiettivo deve dunque essere quello di ridurre il più possibile i rifiuti ivi conferiti. Allo stesso tempo, è necessario essere consapevoli che una quota dei rifiuti prodotta – anche a Roma – finisce e finirà in discarica, anche qualora questa sia situata in altre province e regioni. L’obiettivo principale è quello di ridurre la quota di rifiuti da bruciare, attraverso l’aumento della differenziata e del riuso, riciclo e recupero materia. Allo stesso tempo, anche qui, si deve sottolineare che “rifiuti zero” è un’espressione che rischia di rivelarsi solo uno slogan, che evoca la possibilità di un’economia circolare in assenza di impianti dedicati al trattamento e allo smaltimento. Ferma restando la priorità assoluta attribuita alla differenziata e al recupero, i rifiuti non riciclabili esistono e sono migliaia di tonnellate: vanno trattati, recuperati e smaltiti nel modo migliore e col minore impatto ambientale possibile, dunque affermando una rigorosa gestione pubblica di impianti diffusi su scala ridotta capaci di minimizzare gli impatti sul territorio. Anche qui, si tratta di una soluzione che si scontra solo ed unicamente con le regole del mercato e del profitto: uno scontro che dobbiamo provocare e saper condurre fino in fondo per tutelare salute pubblica e ambiente.

La raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti hanno rappresentato, negli ultimi anni, un territorio di caccia privilegiato per segmenti di padronato che cercano di arricchirsi e fare profitto sulla salute dei cittadini e in spregio del territorio. Il ciclo dei rifiuti a Roma ne è un esempio lampante, così come una manifestazione evidente di quanto i vincoli di spesa imposti e auto-imposti e l’austerità siano incompatibili con il benessere della popolazione. Le strutturali mancanze di personale, macchinari e impianti di cui AMA è portatrice mettono la città di Roma sistematicamente alla mercé dei privati, i quali, a fronte di queste mancanze, possono farla da padroni per quanto riguarda tempi, modi e tariffe di gestione dei servizi che AMA non riesce da sé a garantire.  Questi meccanismi perversi si possono far saltare, ma è necessario contrapporsi in maniera frontale a chi ha amministrato questo scempio senza soluzione di continuità tra centro-sinistra-destra e Cinque Stelle. Si può fare, sia tecnicamente che economicamente. Serve la volontà politica di farlo.

Coniare Rivolta

Coniare Rivolta

Collettivo di economisti 

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