L’Iran smonta la "narrazione umanitaria" occidentale
Teheran risponde alla campagna mediatica occidentale sui disordini di gennaio pubblicando l'elenco ufficiale delle vittime, che conferma circa 3.100 decessi. Le autorità iraniane denunciano una deliberata inflazione dei numeri - da 6.000 a 80.000 morti, privi di alcun riscontro - definendola un tentativo di creare un pretesto per interventi esterni, sullo schema già visto in Iraq, Libia e Siria.
Il Presidente Masoud Pezeshkian, nell'annunciare i dati, ha sottolineato la volontà di "chiudere la porta alle falsificazioni", sfidando i critici a fornire un solo nome verificato non incluso nelle liste ufficiali. Il governo attribuisce la svolta violenta delle proteste inizialmente pacifiche a gruppi armati finanziati da servizi esteri, citando esplicite ingerenze statunitensi e israeliane.
Parallelamente, Pezeshkian ha compiuto una mossa diplomatica, incaricando il ministro degli Esteri di avviare negoziati con gli Stati Uniti, a condizione che si svolgano in un clima "rispettoso e libero da minacce". Un'apertura cauta, che subordina il dialogo al pieno rispetto degli interessi nazionali iraniani e mentre il paese respinge qualsiasi negoziato sul suo programma missilistico e nucleare.
La doppia mossa - trasparenza sui fatti interni e disponibilità al dialogo estero, ma senza cedimenti - riflette la lezione appresa dalle crisi regionali: per Teheran, le argomentazioni umanitarie occidentali sono spesso il preludio a interventi destabilizzanti. L'obiettivo è chiaro: smontare la narrazione avversaria e trattare da una posizione di forza, scongiurando il destino di altri Stati della regione.
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