Nagorno Karabakh: l'Italia promuova un vero dialogo di pace

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Nagorno Karabakh: l'Italia promuova un vero dialogo di pace

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di Danilo Della Valle

“E' iniziato”, recitava il post social della portavoce del ministero degli esteri russo, Maria Zhakarova, che ritraeva i due ministri degli esteri di Armenia ed Azerbaijan, Zohrab Mnatsakanyan e Jeyhun Bayramov, seduti al tavolo con al centro Sergei Lavrov, ministro degli esteri russo, pronto a redimere la controversia tra i due Paesi che per diversi motivi hanno rapporti privilegiati con Mosca. Undici ore di riunione, poi l’annuncio della tregua cominciata oggi alle ore 12 e violata alle 12.05, con pesanti combattimenti al confine e bombardamenti dei villaggi armeni.

Il Caucaso brucia ancora e ritorna alla mente la potenziale polveriera pronta ad esplodere. Da domenica scorsa infatti in Nagorno Karabakh, lembo di terra sulla carta azero ma a maggioranza armena e controllato dagli indipendentisti della Repubblica di Artsakh, è quasi guerra aperta, con violenti scontri al confine e bombardamenti anche in Armenia.  La situazione peggiora giorno dopo giorno, con incursioni da ambo le parti e con le forze Azere che bombardano i villaggi di frontiera e, in ultimo, la cattedrale di Shusha simbolo della “rinascita del popolo armeno” dove sono rimasti feriti diversi giornalisti anche occidentali Yerevan ha istituito la legge marziale e richiamato i riservisti, parola d’ordine: difendere la Patria dai “turcomanni”. 

Quella che sembra una contesa tra due Paesi che va avanti da anni in realtà, in questa fase, ha anche un secondo fine per gli attori regionali direttamente interessati. Se la Russia, compagna di ventura dell’Armenia nell’Unione Eurasiatica ed alleata “storica” ma venditrice di armi anche all’Azerbaijan, cerca di mediare sapendo che l’equilibrio precario del Caucaso vacilla ad ogni colpo di mortaio sparato, con rischi enormi sulle zone di influenza di Mosca, dall’altra parte la Turchia di Erdogan continua a fare la parte del leone sognando, passo dopo passo, un ruolo sempre più importante in tutta la macro regione per ricostruire una sorta di Impero Ottomano 2.0. 

E proprio l’aviazione turca, in appoggio a quella azera, in questi giorni si è resa responsabile di pesanti bombardamenti che non hanno risparmiato civili e giornalisti. Insomma, le mire della Turchia sembrano mettere in pericolo proprio il futuro dell’Armenia e degli abitanti del Nagorno Karabakh.
“Ci fermeremo quando avremo cacciato gli armeni dall’Azerbaijan” ha tuonato più volte Erdogan, senza però fare i conti con Mosca, con la possibilità non remota di coinvolgere altri attori regionali che non vedono di buon occhio i movimenti turchi, Iran su tutti, e con la Francia di Macron che oggi fa sponda con Putin per frenare l’esuberanza di Ankara.


E l’Italia?

Il nostro Paese tarda a svolgere un ruolo primario in questa contesa, forse sottovalutando alcuni aspetti importanti dal punto di vista strategico. Sebbene l’Azerbaijan sia un importante partner energetico per l’Italia, la vicinanza politica alla Turchia, sempre più protagonista non solo nel “lontano” Medio Oriente e Caucaso ma anche nel “nostro Mediterraneo”, con manie di egemonia in Libia, potrebbe portare ulteriori sviluppi non positivi per il nostro Paese. Conviene avere una Turchia sempre più “forte” alle nostre porte, data tra l’altro la facilità con cui Erdogan sposta “miliziani dell’Isis” a seconda dei sui obiettivi strategici?

C’è da considerare poi anche la questione degli storici rapporti che il nostro Paese intrattiene con l’Armenia, con una significativa comunità che risiede sul nostro territorio prodotto di quel genocidio del popolo armeno che ad oggi la Turchia ancora non riconosce, e la quantità di aziende italiane che operano lì in diversi settori.

Forse è arrivato il momento che il governo italiano si faccia promotore di un vero dialogo di pace, forte dei buoni rapporti che intrattiene con entrambi gli Stati, condannando qualsiasi ingerenza militare esterna, senza aver paura di "accusare" Erdogan e le sue mire imperialiste, che potrebbe avere effetti disastrosi sulla stabilità della Regione e sulle vite civili.

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