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L’Ucraina diventa “antidemocratica” solo ora che attacca i giornalisti occidentali

 

di Eugenio Cipolla
 
Quando giusto una decina di giorni fa Petro Poroshenko ha firmato un decreto contenente una lista di sanzioni nei confronti di giornalisti russi, nessuno ha mosso un dito nel “lontano” occidente. Non una voce, non un articolo, non un tweet. Coloro che difendono con fervore la libertà di stampa hanno continuano a tacere, chiusi in un silenzio che oggi appare ancora più imbarazzante. Che i giornalisti russi in Ucraina siano stati e continuino a essere discriminati, sanzionati e puniti, non è certo un mistero. 
 
Nel febbraio 2015, ad esempio, all’indomani dell’attentato alla redazione del settimanale Charlie Hebdo, che costò la vita a diversi giornalisti francesi e che vide la mobilitazione del mondo intero attraverso l’hashtag #jesuischarlie, la Verkhovna Rada votò un provvedimento che sospendeva fino alla fine della guerra in Donbass (praticamente a tempo indeterminato) gli accrediti dei media di Mosca presso le strutture governative. Tass, Ria Novosti, Komsomolskaya Pravada e altre centinaia tra testate ed emittenti televisive russe furono bandite dalle istituzioni dell’ex repubblica sovietica. 
 
Una cosa simile successe anche a settembre dello stesso anno, quando il presidente Poroshenko annunciò una nuova ondata di sanzioni contro 400 persone e 90 entità legali ritenute responsabili di “azioni criminali” contro Kiev e di aver contribuito all’escalation del conflitto in Donbass attraverso il proprio lavoro e le proprie opinioni. Tra queste quasi una quarantina tra giornalisti e blogger, alcuni della Tass, molti di Russia Today ed Ntv. Ovviamente le liste del governo ucraino contro i media russi sono state aggiornate continuamente con nomi nuovi e nuove testate, tutti sospettati di complicità con il nemico e di minacciare la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Sul fatto che sia vero o meno, nessuno ha mai realmente approfondito, sopratutto in occidente, dove istituzioni e giornalisti si sono chiusi a riccio, snobbando la complessa questione che riguardava i colleghi russi. 
 
Insomma, c’è stata una sorta di tolleranza silenziosa che ha incoraggiato Kiev ad andare avanti nel proprio lavoro di “pulizia” (e si è visto quando il Consiglio Nazionale di Sicurezza e difesa ucraino ha bandito alcuni canali televisivi e tutti i film russi prodotti dopo il 2014). Almeno fino a quando l’Ucraina non ha deciso di toccare anche gli intoccabili, ossia quei giornalisti occidentali rimasti in silenzio fino a qualche giorno fa, quando il NYT, per mano di Ian Bateson, ha rotto il muro del silenzio, scrivendo che l’Ucraina “ha dichiarato guerra al giornalismo”. 
 
La storia è pressapoco questa: il 7 maggio il sito web ucraino Mirotvorest (traduzione di Peacemaker), gestito da hacker anonimi filogovernativi, ha pubblicato una lista dei 4.000 giornalisti (con numeri di telefono, mail e indirizzi di casa) che almeno una volta, in questi ultimi due anni, sono stati accreditati in Donbass, per seguire gli sviluppi di un conflitto che, nel bene e nel male, ha influenzato gli equilibri politici mondiali. La pubblicazione aveva un titolo incontrovertibile:”Canaglie”. Dentro ci sono i nomi di tutti. Reuters, Bbc, Sky news, ma anche Repubblica (Nicola Lombardozzi) e Corriere della Sera (Fabrizio Dragosei). E forse è proprio per questo che il quotidiano di Via Solferino si è improvvisamente svegliato, domandandosi, in un articolo a firma di Francesco Battistini, come farà “d’ora in poi a raccontare la guerra ucraina, se basterà essere andati nelle zone di guerra per passare da spie” e accusandò Poroshenko di trattare i giornalisti allo stesso modo di Putin. 
 
Ian Bateson del NYT, ad esempio, nel Donbass  controllato dai filorussi ci è stato una volta sola, nel luglio 2014, subito dopo l’abbattimento del Boeing malese MH17. “Fu davvero un’esperienza pericolosa - ha scritto - come molti colleghi stranieri ero lì per capire cosa fosse successo ai resti dei 298 passeggeri e membri dell’equipaggio. Prima andai sul sito dello schianto, ma per farlo ebbi bisogno dell’accredito dei separatisti. Questo non mi garantiva la salvezza, ma solo di poter passare attraverso i vari checkpoints. Ora il governo ucraino mi ha etichettato come complice in terrorismo”. Che è praticamente la stessa sorta toccata a numerosi colleghi russi, fino ad oggi snobbati e ritenuti servi del Cremlino. Ora che la cieca follia è arrivata anche nel loro giardino, anche i giornalisti occidentali si sono svegliati. Meglio tardi che mai.  
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