Oltre la propaganda delle 'liberazioni': la vera posta in gioco nel Golfo Persico
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di Michele Blanco
Gli Usa non vogliono tollerare, in nessun modo, un Iran alleato di Cina e Russia.
La solita e rozza propaganda manipolatrice parla di “guerra di liberazione”, ma non ci dice che le donne in Arabia Saudita sono trattate molto peggio che in Iran, non ci dice che i diritti umani fondamentali sono meno rispettati in Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, alleati dell'occidente, che in Iran.
La propaganda non ci dice che meno di un anno fa l’Intelligence americana aveva detto che non esistevano prove reali dello sviluppo di un armamento atomico in Iran. Che gli ayatollah desiderino avere l’atomica è cosa ovvia: nel mondo contemporaneo un Paese che ne dispone diventa intoccabile. Vedi la Corea del Nord. Perciò l’obbiettivo che gli ayatollah certamente perseguono va a ogni costo impedito.
La posta in gioco è ben superiore a tutte le ragioni che vengono falsamente sbandierate in questi giorni. Agli israeliani e statunitensi non interessa il rispetto dei diritti umani del popolo iraniano.
Il disordine globale degli ultimi anni sta via via condensandosi intorno ad alcuni nodi fondamentali, si tratta delle questioni ultime sulle quali o si determinerà un nuovo Patto tra i grandi spazi imperiali, analogo a quello stabilito dopo la Seconda Grande Guerra, o non vi sarà alternativa alla catastrofe. In questo pericoloso "gioco", dove le attuali potenze cercano di posizionarsi nelle condizioni migliori in vista sia della prima che della seconda possibilità, l’Iran, con le sue attuali alleanze, gioca un ruolo essenziale.
L’Iran non è l’Iraq, non è paragonabile a altri Stati medio-orientali, è una nazione importante, con una storia millenaria, determinante per gli equilibri dell’intera area. Ma non solo, le sue alleanze sono di peso strategico per il complesso delle relazioni geo-politiche mondiali. Questo è il vero punto: abbattere la potenza dell’Iran significa assestare un colpo determinante all’intesa, che andava maturando, sul piano di una cooperazione a tutto campo, tra Iran, Cina e Russia. Intesa che avrebbe potuto allargarsi, oltre la dimensione economico-commerciale, ad altre potenze regionali, come il Pakistan.
In un mondo dove i conflitti regionali dilagano, in cui a un ritmo insostenibile per l’Occidente si affermano nuove potenze economiche che danno vita a intese e alleanze tra loro, come la forte alleanza Brics, per rivendicare la propria autonomia anche politica, gli Stati Uniti d'America non vogliono accettare un Iran forte e strategicamente alleato a Cina e Russia, e quindi a un controllo ferreo e reale di tutti i flussi e rotte energetiche da parte di una tale alleanza.
Oggi le leadership mondiali o riconoscono le rispettive ragioni e trovano intorno a esse un patto-compromesso, oppure i rischi saranno tragici per l'intera umanità.
Con la guerra le falsificazioni e la propaganda la fanno da padroni. In questo contesto assistiamo al possibile crollo di una cultura di pace che aveva cercato di segnare il secondo dopoguerra e l’avvio dell’Unione europea.
Infatti nessun leader europeo sembra capace di raccogliere l'eredità del Manifesto di Ventotene.
A Ventotene si pensava a un ordine internazionale federale, in nessun modo si voleva «un impero che riduca gli altri Stati a suoi vassalli», un ordine «che sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici», un ordine democratico dotato di un corpo di leggi «al quale tutti egualmente debbono essere sottomessi».
Ai laici del Manifesto di Ventotene rispondevano allora i cristiani-cattolici di Camaldoli: con l'appello a non dimenticate la persona! La persona viene prima dello Stato, e lo Stato lo riconosce attraverso la sua azione vòlta a liberarla da tutti gli ostacoli che ne impediscono il pieno sviluppo e la piena partecipazione alla vita politica.
Sia a Ventotene che a Camaldoli invocavano insieme il bene assoluto che è rappresentato dalla “pace”. Infatti scrivevano: "ripudiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Nell'attuale mondo siamo passati dal ripudio al non ripudio della guerra, fino al ritenerla infine una situazione normale, un mezzo con cui si risolvono i conflitti. Superfluo anche ormai discutere sulle ragioni di una parte o dell’altra – dispute scolastiche, sofistiche.
Oggi vediamo tutti i giorni il più forte ha che interviene dove ritiene minacciati i propri interessi.
Un ritorno vergognoso allo Stato di natura e alla "legge" del più forte. Questo rappresenta la fine di migliaia di anni di pensiero filosofico, la fine della possibilità di un sistema politico che possa essere democratico. La fine di ogni speranza del "Sapere aude", di "avere il coraggio di conoscere", di ogni possibilità di pensare con la propria testa, usando la propria intelligenza senza la guida di altri.
La fine di ogni possibilità di emancipazione umana, come intesa letteralmente come il processo di liberazione da sistemi oppressivi, soggezione o condizioni subalterne, finalizzato al pieno riconoscimento dei diritti e all'autonomia dell'individuo o di gruppi. Essa implica il superamento di alienazioni economiche, sociali, culturali o politiche (come la religione) per ottenere una vera libertà, autonomia e dignità.

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