Un'agenda per salvare l'euro

Un'agenda per salvare l'euro

Se Berlino non l'accetterà, l'euro dovrà essere abbandonato per il bene del progetto europeo

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A tre anni dall'inizio della crisi dell’euro, solo un ottimista incallito può dire che il peggio è passato. In “An agenda to save euro”, Joseph Stiglitz afferma che chi sostiene che la cura dell’austerità abbia funzionato lo deve dire a quei paesi che oggi vivono con un Pil pro capite ancora inferiore ai livelli pre-2008, tassi di disoccupazione superiori al 20% e una disoccupazione giovanile ben oltre il 50%. Del resto, con l’attuale ritmo di “ripresa”, non ci si può aspettare alcun ritorno alla normalità fino al prossimo decennio inoltrato.
Per questo, prosegue Stiglitz nella sua analisi, serve una riforma strutturale dell’Eurozona, che si basi su questi elementi imprescindibili:
 
· Un'unione bancaria reale, con una supervisione comune, un’assicurazione sui depositi comune e una risoluzione comune. In sua assenza, continuerà il trasferimento di denaro dai Paesi più deboli a quelli più forti.
· Una forma di mutualizzazione del debito, come gli Eurobond: con il rapporto debito/Pil dell’Europa inferiore a quello degli Usa, l’Eurozona potrebbe contrarre prestiti a tassi di interesse negativi - come succede agli Usa – che consentirebbero di liberare liquidità per stimolare l’economia, spezzando il circolo vizioso dei Paesi colpiti dalla crisi, in base al quale l’austerità aumenta il peso debitorio, rendendolo meno sostenibile per la riduzione del Pil progressiva.  
· Politiche industriali in grado di consentire ai Paesi in difficoltà di recuperare terreno, nonostante la critica dei mercati liberi che si compie.
· Una banca centrale che si focalizzi non solo sull’inflazione, ma anche su crescita, occupazione e stabilità finanziaria;
· Sostituzione delle politiche di austerità anti-crescita con politiche pro-crescita focalizzate sugli investimenti in capitale umano, tecnologia e infrastrutture.
 
Gran parte del progetto euro, afferma il Premio Nobel per l'economia, riflette i principi economici neoliberali: bassa inflazione come elemento necessario e sufficiente per la crescita e la stabilità; una banca centrale indipendente come unico modo per garantire fiducia al sistema monetario; debito e deficit bassi che avrebbero assicurato una convergenza economica tra i Paesi membri; infine, un mercato unico, con libera circolazione di capitali e persone per garantire efficienza e stabilità.
Ciascuno di questi principi si è rivelato errato. La Spagna e Irlanda evidenziavano surplus fiscali e bassi rapporti debito/Pil prima della crisi. La crisi ha causato deficit e debito elevato, e non il contrario; inoltre, le restrizioni fiscali concordate dall’Europa non agevoleranno una rapida ripresa da questa crisi né riusciranno ad evitare la prossima.
Infine, per quel che riguarda la libera circolazione di persone, la migrazione dai Paesi colpiti dalla crisi, in parte finalizzata ad evitare di ripagare i debiti ricevuti in eredità ha svuotato le economie più deboli e potrebbe anche tradursi in una inadeguata allocazione della manodopera.
 
La svalutazione interna – abbassando salari e prezzi domestici – non è un sostituto della flessibilità dei tassi di cambio. Crescono al contrario i timori di deflazione, che aumenta la leva finanziaria e il peso dei livelli debitori che sono già troppo elevati. Se la svalutazione interna fosse un buon sostituto, il gold standard non sarebbe stato un problema nella Grande Depressione, e l’Argentina sarebbe riuscita a mantenere l’ancoraggio del peso al dollaro quando scoppiò la crisi del debito un decennio fa.
 
Nessun Paese è mai riuscito a rilanciare la prosperità con l’austerità. La Germania e gli altri Paesi del Nord Europa hanno dichiarato che non dovrebbero essere chiamati in causa per pagare i conti dei pigri vicini del Sud Europa. Ma, sostiene il Premio Nobel per l'economia, si tratta di un atteggiamento sbagliato per una serie di motivi: in primo luogo, i tassi di interesse più bassi conseguenti agli Eurobond o a meccanismi simili renderebbero gestibile il peso debitorio. In secondo luogo, se l’Eurozona adottasse il programma sopra delineato, non vi sarebbe alcuna necessità per la Germania di sborsare un euro. Ma con quest'atteggiamento perverso, al contrario, ad una ristrutturazione del debito ne segue un’altra con Berlino che rischia di dover pagare un conto enorme finale.
 
L’euro avrebbe dovuto portare crescita, prosperità e senso di unità ed invece ha portato stagnazione, instabilità e divisione. Non dovrebbe essere così. L’euro può essere salvato, ma  se la Germania e gli altri Paesi non sono disposti a fare quanto necessario – se in altre parole non c’è abbastanza solidarietà per far funzionare la politica – allora, conclude Stiglitz, la moneta unica dovrà essere abbandonata per il bene del progetto europeo.

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