Venezuela, sotto il cielo stretto nell'assedio
di Geraldina Colotti
Capita, nelle fasi più contorte della storia, di avvertire un sottile e straniante disagio politico. A chi ha attraversato il fuoco della militanza rivoluzionaria, a chi conosce il peso materiale della lotta di classe — con i suoi costi umani, le sue carceri, i suoi errori e il suo prezzo di sangue — provoca un certo senso di estraniamento ritrovarsi oggi, nel dibattito pubblico e persino in una parte della “sinistra pura”, spinti quasi a forza nel ruolo di "moderate e pragmatiche".
È il paradosso di chi si rifiuta di scambiare la dialettica con la metafisica. Di fronte alla sequenza drammatica degli eventi in Venezuela — dall'aggressione imperialista, all'operazione extraterritoriale e al sequestro del Presidente costituzionale Nicolás Maduro e di Cilia Flores, fino all'estenuante gestione della continuità statale e al doppio devastante terremoto del 24 giugno— si assiste al consueto festival dei ragli digitali.
Un rumore di fondo prodotto da tarantolati che giudicano i processi storici da seduti, a distanza di sicurezza, senza aver mai conosciuto né la responsabilità del potere popolare né la morsa stritolante di una guerra asimmetrica di quinta o sesta generazione, né quindi i costi della sconfitta.
Non vale la pena rispondere all'invettiva sterile di chi confonde il marxismo con un catechismo morale, ma vale la pena prendere sul serio, per discuterne, le contestazioni sincere e le preoccupazioni di principio che arrivano da organizzazioni della sinistra antimperialista, che hanno sempre difeso il processo bolivariano.
Quando questi compagni denunciano l'avvenuta capitolazione del governo bolivariano e vedono nelle manovre di contenimento economico e diplomatico un processo di liquidazione, sentiamo la responsabilità di evitare la mefitica logica da tifoseria e riaprire un dibattito di merito, condotto sul filo del marxismo.
La cifra della Rivoluzione: la politica e la mediazione contro la martirologia
Dal nostro punto di vista, sarebbe facile indignarsi perché il 3 gennaio il Venezuela ha fallito il confronto con “la prova suprema”, ma meno lecito è stupirsene. Per comprendere la fase attuale, occorre smontare un malinteso fondamentale. La cifra prevalente della Rivoluzione Bolivariana, fin dalle sue origini, non è mai stata la spinta al martirio o l'esaltazione del sacrificio supremo, ma la mediazione, la costruzione d'alleanza e la politica. E, in questi 27 anni, il risultato ha dato loro ragione.
Fu così il 4 febbraio 1992, quando la tentazione di un'ecatombe militare senza prospettive avrebbe potuto inghiottire il movimento e Hugo Chávez pronunciò il suo celebre por ahora, assumendo la responsabilità politica, fermando il sangue e salvaguardando il nucleo del processo. La reazione della destra d'allora fu immediate e sprezzante: accusarono Chávez di codardia.
E così avvenne durante il golpe del 2002, quando, seguendo il consiglio di Fidel che lo invitava a non sacrificarsi come Allende, il comandante si arrese ai generali che lo avevano imprigionato a Miraflores. E quando, sventato il golpe, rientrò a palazzo alzando la Costituzione e il Crocifisso invece di decretare la legge marziale, settori dell'ultrasinistra radicale lo tacciarono di moderata debolezza. Abbiamo cercato di spiegarlo con franchezza nei nostri libri.
La storia del processo bolivariano è sempre stata questa: la capacità del "motore piccolo", ossia l'avanguardia politica e militare, di coordinarsi sempre con il "motore grande" delle masse popolari, evitando di farsi schiacciare dal giogo dell'ideologismo dogmatico, e mantenendo, in modo quasi mistico, l'unità delle forze del cambiamento.
Di fronte all'occasione di premere più a fondo sul pedale della rivoluzione a rischio di uno scontro armato e di una guerra civile, Chávez ha sempre evitato: per esempio nel 2007, quando il referendum popolare che avrebbe portato avanti il processo di espropriazione, venne perso per un pugno di voti, il risultato venne rispettato.
Maduro ha seguito la stessa strada, quella della “diplomazia di pace”: con un'unica eccezione quando, dirigendosi più all'avanguardia cosciente che all'intera massa, fece appello al “potere originario” e convocò l'Assemblea nazionale costituente, nel 2017. Un atto “autoritario”, dissero i media occidentali.
Con questa bussola, e nella morsa delle “sanzioni” il laboratorio bolivariano si è trovato a doversi muovere dentro le maglie feroci del mercato mondiale capitalistico per garantire farina, medicine e sopravvivenza al proprio popolo, non per ideologismo ma per pura necessità materiale: in quella che possiamo definire una sorta di Nep bolivariana.
Lo hanno fatto con la necessaria chiarezza, evitando i rischi di confondere una scelta tattica con una di principio (aprire ulteriormente la porta al capitalismo)? La questione esiste, e può essere vista come uno dei punti di debolezza evidenziati dall'attacco del 3 gennaio.
E qui, non si tratta di nascondere i rischi e le incongruenze o le opacità — almeno per noi che osserviamo ora da fuori questa trattativa asimmetrica di un paese a sovranità limitata —, né di adottare la logica della realpolitik di uno stato purchessia, ma di riconoscere e sostenere la spinta verso uno stato socialista che non deve scomparire nel braccio di ferro imperialista.
Al riguardo, nel mio articolo pubblicato su Pagine Esteri sull’estradizione di Alex Saab, ho denunciato la gravità strutturale e il peso politico di quella vicenda: un'operazione che ha rappresentato il cedimento di fronte al ricatto extraterritoriale statunitense e che è stata materializzata proprio dalla gestione del governo incaricato, svelando i condizionamenti e i limiti imposti dall'assedio presente.
Il Venezuela alleato degli Usa? Qui bisogna guardare ai fatti, a tutti i fatti. Intanto, occorre ricomporre la trama complessiva degli accordi internazionali e delle alleanze strategiche con la Russia e con la Cina, che sono state formalizzate ed elevate a un livello superiore per rompere l'isolamento economico, e che non sono state abbandonate. “La Russia non se ne va dal Venezuela”, ha titolato l'analisi geoeconomica di Business Insider, cercando di spiegare le ragioni della presenza strutturale di Mosca a Caracas lungo tre direttrici di fondo.
La prima riguarda l'incastro energetico e il binomio tra debito e asset: attraverso colossi statali come Rosneft e le sue controllate, la Russia detiene partecipazioni dirette nei giacimenti più ricchi della Fascia Petrolifera dell'Orinoco, come Petromonagas e Petromiranda, facendo sì che per il Cremlino il Venezuela non costituisca un banale partner commerciale, ma un’ancora geoeconomica strategica per l'influenza sui prezzi del greggio e per il controllo delle riserve petrolifere più grandi del pianeta.
La seconda direttrice, per Insider, riguarda la proiezione militare e la deterrenza nell'emisfero occidentale, dove la presenza russa in Venezuela funziona da risposta speculare e strategica all'espansione della NATO nell'Europa dell'Est, garantendo l'accesso alle infrastrutture difensive, patti di cooperazione militare e la manutenzione dei sistemi difensivi avanzati antiaerei S-300 come presidio politico e dissuasivo irrinunciabile.
La terza direttrice risiede nella resistenza al dollaro e nella costruzione di mercati paralleli, laddove Caracas e Mosca hanno sviluppato circuiti finanziari e di pagamento alternativi al sistema egemonico SWIFT, conducendo transazioni in valute nazionali come rubli e bolívares e attraverso cripto-attività, ponendo basi concrete e logistiche per l'architettura finanziaria del Sud Globale.
A questa dinamica si sommano gli Accordi Strategici Decennali e Quindicennali sanciti dal Presidente Nicolás Maduro prima del suo sequestro e dell'aggressione istituzionale contro la Repubblica. Nell'ambito dell'asse Venezuela-Russia, il Piano Strategico 2025–2030+ e l'Accordo di Partenariato Strategico Decennale, formalizzati attraverso i lavori della XVIII Commissione Mista di Alto Livello CIAN e i relativi decreti esecutivi, hanno blindato un patto decennale rinnovabile per la sovranità energetica e mineraria contro le sanzioni, istituzionalizzando la cooperazione in materia di Difesa, Sicurezza, contrasto alla guerra cibernetica e all'ingerenza estera, e creando canali bancari e doganali diretti e non sanzionabili.
Parallelamente, nell'asse Venezuela-Cina, definito come Asociación Estratégica A Toda Prueba y Todo Tiempo ed elevato al massimo grado diplomatico durante gli incontri di Stato a Pechino con Xi Jinping, si è stretto un partenariato ventennale che ha aperto la strada all'integrazione del Venezuela nella Via della Seta Marittima (Belt and Road Initiative), garantendo enormi investimenti nei giacimenti petroliferi, cooperazione tecnologica e spaziale, e l'assorbimento a lungo termine del greggio venezuelano destinato ai mercati asiatici per assicurare liquidità diretta alle casse dello Stato. Detto questo, qualunque analista sa che gli aiuti di queste grandi potenze non sono di natura militare: il Venezuela, in questo senso, è solo (con l'unica eccezione di Cuba e Nicaragua).
In questa fitta rete multilaterale, la presenza e la solidarietà organica di Cuba rimangono un pilastro irrinunciabile e storico, nonostante la presenza armata degli Usa nei Caraibi impedisca al Venezuela e a qualunque altro stato, di portare petrolio all'isola. A testimoniare la validità del motto “Cuba-Venezuela, una sola bandiera” è stato il pronunciamento ufficiale espresso dal presidente Miguel Díaz-Canel in Parlamento, a riaffermazione di un’alleanza strategica e ideologica indissolubile tra le due rivoluzioni.
Tale legame si è manifestato plasticamente anche con le celebrazioni ufficiali organizzate dal governo bolivariano a Caracas in ricordo dell'assalto alla Caserma Moncada del 26 luglio, a conferma della continuativa fratellanza politica e antimperialista tra le due nazioni.
A questo asse di resistenza continentale si affianca inoltre la presenza costante e attiva delle rappresentanze diplomatiche ed ambasciate dell'Iran e della Palestina a Caracas, che continuano a presidiare e consolidare il fronte globale dell'antimperialismo e dell'autodeterminazione dei popoli.
In questo scenario complessivo, occorre però anche prendere il toro per le corna rispetto al dato più controverso e problematico: l'ingresso e la penetrazione di asset ed elementi legati al sionismo economico, un fatto che ha suscitato in tutti noi un immediato e viscerale ripudio. Si tratta di un ripudio del tutto comprensibile e inevitabile, considerato che la denuncia e il rifiuto del genocidio contro il popolo palestinese hanno rappresentato il cuore pulsante del discorso di insediamento di Delcy Rodríguez come presidenta incaricata.
E, giustamente, in piazza Bolivar, i movimenti antimperialisti più impegnati contro il nazi-sionismo hanno deciso di alzare la loro voce: ritenendo insufficiente la spiegazione – vera -, che gli “aiuti” di “Israele” erano stati richiesti, dopo il terremoto, dalla sostanziosa comunità ebraica, duramente colpita nel quartiere agiato di San Bernardino.
Avanziamo però anche un ragionamento politico all'indomani del terremoto, nel quale si sono inseriti per prestare “aiuto” numerosi stati e attori economici, mossi dalle motivazioni più diverse. Nel contesto di una guerra d'assedio e di un'economia strangolata, spingere affinché si tolgano le sanzioni e si rompa il blocco richiede la presenza di molteplici investitori internazionali: meglio avere una massa differenziata di interessi economici sul campo che facciano pressione diretta sui propri governi e sul loro padrone egemone negli Stati Uniti per esigere la fine dell'embargo e il ripristino delle transazioni commerciali.
Vale ricordare che in questo braccio di ferro asimmetrico e rischioso, il Venezuela ha dichiarato di avere tre obiettivi: mantenere il controllo politico; rompere, appunto, il blocco economico, e riportare a casa i due sequestrati, con una battaglia diplomatica, in cui cedere il petrolio (obiettivo di Trump) ma cercando di non cedere la sovranità.
Infine, esiste un nodo costituzionale e politico ineludibile, che rappresenta un punto segnato a favore della rivoluzione bolivariana nel braccio di ferro asimmetrico con Washington: riconoscere Delcy Rodríguez nel suo ruolo di presidenta incaricata — incarico che per dettato costituzionale può spettare esclusivamente alla Vicepresidenta della Repubblica, nominata con formale decreto dal Presidente legittimo — significa affermare e riconoscere, sul piano giuridico e politico, Nicolás Maduro come legittimo Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Riconoscere l'autorità dell'esecutivo nominato significa difendere il filo della continuità costituzionale contro ogni tentativo di disgregazione e di imposizione coloniale esterna.
La tesi del tradimento
Chi oggi accusa la dirigenza bolivariana o la presidenta incaricata Delcy Rodríguez di capitolazione tattica di fronte alle spinte dell'imperialismo statunitense, dimentica che Lenin firmò la pace di Brest-Litovsk cedendo enormi fette di territorio all'Impero tedesco non per vocazione liberale, ma per salvare la Repubblica dei Soviet dall'annientamento e guadagnare il tempo necessario alla riorganizzazione. E lo diciamo con la consapevolezza che la principale differenza che impedisce incongrue sovrapposizioni è, appunto, la natura originaria della rivoluzione bolivariana, orfana per scelta propria della dittatura del proletariato.
Nel gran teatro della guerra psicologica di matrice atlantista, tristemente mutuata anche da alcuni commentatori europei ansiosi di distinguersi e stupire, si è arrivati al punto di accostare la figura di Delcy Rodríguez a quella di Vidkun Quisling. Vale la pena ricordare il dato storico: Vidkun Quisling fu il politico e militare fascista norvegese che nel 1940 orchestrò un colpo di Stato per consegnare la Norvegia all'invasione della Germania nazista, mettendosi a capo di un governo fantoccio asservito all'occupante, rendendo il suo cognome un sinonimo di traditore servile e collaborazionista.
Mettere questa etichetta addosso al vertice dello Stato venezuelano rappresenta un totale sovvertimento della realtà materiale, poiché il vero quisling della storia venezuelana recente non risiede al Palazzo di Miraflores, ma nelle marionette fabbricate a tavolino dal Dipartimento di Stato americano, dalle tragicomiche autoproclamazioni alla Guaidó fino alle figure dell'estrema destra eversiva sostenute da Marco Rubio. Delcy Rodríguez e la direzione del PSUV nascono dentro la storia e le istituzioni della democrazia partecipativa bolivariana, non sono state paracadutate da un esercito straniero di occupazione.
Inoltre, la tesi del tradimento di palazzo crolla di fronte alla logica elementare e all'analisi materiale degli interessi in gioco. Il gruppo dirigente bolivariano deteneva già la quasi totalità del potere politico, istituzionale, militare ed economico nel paese. Non avrebbe avuto alcun senso logico o strategico accordarsi con l'imperialismo per farsi consegnare un paese sotto assedio, con le garanzie azzerate e la propria stessa testa messa a prezzo dai falchi di Washington. L'imperialismo statunitense non stringe patti di pari dignità con chi considera subalterno e non paga i traditori, bensì li usa e poi li liquida, come dimostra ampiamente la storia dell'America Latina e del Medio Oriente.
Inoltre, chi propaganda la favola del complotto sottovaluta la maturità del popolo venezuelano: il Pueblo en la calle e la Milizia Bolivariana non sono masse manovrabili a comando, e un tradimento palese avrebbe spaccato la base sociale, distrutto la catena di comando e scatenato una guerra civile da cui la stessa dirigenza sarebbe uscita travolta.
Parlare di protettorato significa poi ignorare la realtà di una nazione che subisce il più feroce assedio finanziario e militare della storia recente dell'emisfero proprio perché si rifiuta di fare da cortile di casa. Confondere la costruzione di un'architettura di sopravvivenza e l'integrazione pragmatica nel blocco multipolare, attraverso gli accordi strategici decennali e ventennali firmati con Russia e Cina nel settore energetico, finanziario e difensivo, con un servilismo da protettorato è un vizio tipico del paternalismo eurocentrico, incapace di capire come si difende la sovranità sotto le bombe dell'unipolarismo.
Analizzare l'evento con il rigore del materialismo storico e della scienza militare significa distinguere nettamente tra l'ipotesi infondata del tradimento politico e la realtà plausibile di una falla di sicurezza o di un'infiltrazione d'intelligence. L'incursione del 3 gennaio non è stata un'operazione militare classica di terra o di mare, ma un attacco di nuova generazione caratterizzato da guerra cibernetica, guerra elettronica ad altissima frequenza, blackout dei sistemi di radar e saturazione tecnologica dei cieli. Si è trattato di un'azione che ha neutralizzato temporaneamente persino gli scudi di difesa forniti dalle tecnologie alleate russe e cinesi, progettati prevalentemente per minacce di tipo convenzionale.
Questo scenario richiama direttamente ciò che è accaduto all'Iran durante i primi attacchi di precisione e le penetrazioni dell'intelligence avversaria, dimostrando come l'infiltrazione tecnologica e d'intelligence ai massimi livelli sia una costante tragica della guerra asimmetrica contemporanea, dalla liquidazione di Qasem Soleimani alle falle nelle comunicazioni di Hezbollah. Ammettere una falla nei sistemi di difesa o un'infiltrazione d'intelligence incrociata non significa accusare la dirigenza di tradimento, ma prendere atto del divario tecnologico e delle insidie della guerra di quinta generazione.
Questa chiave di lettura risponde anche alle testimonianze dolorose e infiammate di dirigenti storici come Mario Silva, che ha raccontato di essersi presentato armi alla mano per combattere ed essere stato rimandato a casa. Nel momento in cui il sequestro lampo era stato eseguito e i cieli erano stati violati, far confluire in modo disordinato i quadri armati attorno alle sedi del potere non avrebbe salvato il Presidente, già sottratto, ma avrebbe creato un bersaglio facile per una seconda ondata di bombardamenti, regalando al nemico il pretesto per un massacro. L'architettura difensiva venezuelana e la dottrina della Guerra de Todo el Pueblo erano state concepite e addestrate per respingere un'invasione anfibia, marittima o terrestre, sulla falsa riga di Playa Girón o dell'Operación Gedeón. L'attacco si è verificato invece nell'unico angolo cieco che la dottrina tradizionale non aveva pienamente previsto, ossia il dominio assoluto dei cieli e della guerra elettromagnetica.
Nicolás Maduro ha compiuto una scelta politica consapevole rifiutando di immolarsi come Salvador Allende. La morte del Comandante in diretta TV avrebbe regalato un'icona alla sinistra mondiale, ma avrebbe lasciato il Venezuela nel caos della balcanizzazione, privo di un vertice e spianato la strada all'invasione diretta. Restare in vita, anche da sequestrato e prigioniero di guerra nel centro di detenzione di New York, mantiene aperta la contraddizione giuridica, politica e diplomatica mondiale, trasformando il processo farsa sulla presunta e mai dimostrata accusa di narcoterrorismo in un boomerang per la Procura statunitense.
La strategia della difesa nell'udienza di New York, puntando sulla mozione per l'annullamento per difetto di giurisdizione e sull'inviolabilità dell'immunità sovrana garantita dal diritto internazionale, smaschera la natura di lawfare e di sequestro extraterritoriale dell'operazione, aprendo una crepa legale che la solidarietà internazionale ha il dovere di amplificare.
La fase di ripiego: essere Petión e non gli affossatori del processo
Di fronte al ricatto dell'imperialismo statunitense, che ha dimostrato a più riprese dalla Libia all'Iran di essere famelico e di non rispettare mai i patti firmati, e di fronte ai tentativi del fascismo di trasformare Caracas in un'area di caos, ci chiediamo se sia ancora possibile dare una svolta in senso radicale al processo bolivariano. La risposta marxista è affermativa, a patto di prepararsi con la calma, la pazienza e la cordura che raccomandava sempre Nicolás Maduro nei momenti di massimo attacco e di massima allerta.
La storia dell'America Latina offre un insegnamento fondamentale per comprendere la responsabilità della sinistra internazionale in questo momento d'emergenza.
Quando Simón Bolívar subì la drammatica sconfitta della Seconda Repubblica e la disfatta militare lo costrinse all'esilio, non trovò la liquidazione o il disprezzo dottrinario dei suoi contemporanei. Trovò ad Haiti il presidente Alexandre Pétion, che non giudicò il Libertador per le sconfitte subite né gli chiese garanzie di purezza prima di aiutarlo, ma lo accolse, lo sostenne e lo riarmò, ponendo l'unica grande condizione storica e morale di abolire la schiavitù nei territori che avrebbe liberato. Grazie a quella sponda materiale e politica, Bolívar poté organizzare la Spedizione dei Cays e ripartire per la liberazione del continente.
Oggi, la sinistra rivoluzionaria e antimperialista internazionale si trova davanti allo stesso bivio storico: deve scegliere se essere il Petión del Venezuela bolivariano — offrendo copertura politica, sponda teorica, difesa della legittimità istituzionale e armi analitiche per consentire al processo di riorganizzarsi e riprendere l'iniziativa — oppure trasformarsi negli affossatori di turno, unendosi al coro di chi decreta con supponenza la fine dell'esperienza bolivariana, o chi raglia dal calduccio della propria agitata insipienza.
Da dove può passare la radicalizzazione del processo bolivariano? Sta ai compagni venezuelani discuterne e decidere, considerando la complessità del momento, e non all'estremismo verbale esterno che servirebbe solo da pretesto per spalancare le porte all'invasione diretta o al bagno di sangue senza prospettiva. In una fase di ripiego, dove non si può spiegare pubblicamente ogni singolo passaggio della complessa partita diplomatica, economica e giudiziaria in corso, la radicalizzazione coincide anche con compiti precisi e materiali. Significa mantenere attiva e collegata l'azione di governo e quella delle Comuni, quella delle istanze del potere popolare, dimostrando che i margini di manovra tattici concessi dallo Stato non equivalgono al depauperamento della democrazia protagonica. Significa mantenere salda la catena di comando politico-militare attorno alla difesa della Costituzione del 1999 e pretendere la liberazione immediata dei sequestrati, rifiutando di farsi dividere dalle provocazioni della controrivoluzione.
Significa, infine, esercitare la pazienza strategica per salvare la pace (con giustizia sociale).
La partita diplomatica intrapresa dalla direzione bolivariana è di una portata enorme e inedita, e un solo errore di calcolo spinto dalla fretta o dal dogmatismo potrebbe precipitare il paese nella catastrofe libica, regalando alla destra fascista il pretesto che attende da decenni. Come ha ricordato la stessa presidenta incaricata Delcy Rodríguez davanti all'Assemblea Nazionale rievocando la storica contrapposizione tra la Doctrina Monroe e l'anticolonialismo di Simón Bolívar, tutt’ora vigente e ulteriormente “macchiata dal sequestro de presidente”, por ahora no hay otro camino: di fronte alla minaccia globale, la priorità suprema è la massima unità nazionale per la difesa dell'integrità territoriale e della sovranità della Repubblica, ha detto.
La storia non si fa con le illusioni ottiche né con la purezza astratta dei salotti, ma con la durezza della materia. E la materia, oggi, impone di stare in trincea a difesa dello Stato bolivariano, con la testa fredda e la determinazione di sempre. Modulare le alleanze è una necessità del presente; identificare l'imperialismo statunitense (e il suo cane da guardia sionista) come il nemico principale da sconfiggere resta il dovere ineludibile del nostro futuro.


