250 anni d’America sul Time. Ma i nativi non ci sono

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250 anni d’America sul Time. Ma i nativi non ci sono

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 Nel racconto celebrativo dei 250 anni degli Stati Uniti c’è spazio per conquiste politiche, culturali e tecnologiche. Non per i popoli che abitavano quelle terre prima del 1776 e che continuano a esistere come nazioni sovrane. Un’assenza che racconta molto più di ciò che la copertina di Time mostra.

Abraham Lincoln c’è. Martin Luther King c’è. Ci sono il suffragio femminile, il jazz, la Costituzione, l’automobile, la Route 66, i parchi nazionali, l’energia atomica e la conquista della Luna.

I Nativi americani no.

Nessuna nazione indigena. Nessun trattato. Nessuna bandiera tribale. Nessun riferimento alla sovranità dei popoli originari, alla loro resistenza, alla loro presenza contemporanea. Nulla.

La nuova copertina di TIME, realizzata da Shepard Fairey per celebrare il 250º anniversario degli Stati Uniti, si intitola Our America: “La nostra America”. Al centro campeggia una Statua della Libertà reinterpretata come una donna dai tratti multietnici. Sul suo abito sono raccolti personaggi, conquiste e simboli della storia nazionale. L’intento dichiarato dall’artista è rappresentare «la promessa del pluralismo in una società più equa e giusta».  

Ma proprio questa ambizione rende l’assenza indigena ancora più clamorosa.

Perché quando si pretende di raffigurare un’America plurale e si trovano spazio e riconoscibilità per quasi tutte le grandi componenti della narrazione nazionale, lasciare fuori i primi popoli del continente non è un dettaglio.

È una scelta.

L’America non comincia nel 1776

Celebrare i 250 anni degli Stati Uniti è legittimo. Come entità politica, gli Stati Uniti nascono nel 1776. Ma raccontare quei 250 anni come se coincidessero con l’intera storia dell’America significa ripetere il più antico gesto coloniale: trasformare un continente abitato in uno spazio vuoto, pronto a entrare nella storia soltanto quando gli europei decidono di nominarlo, occuparlo e governarlo.

Prima della Dichiarazione d’indipendenza esistevano nazioni, confederazioni, città, rotte commerciali, sistemi agricoli, lingue, istituzioni politiche e vaste reti diplomatiche indigene.

Haudenosaunee, Cherokee, Muscogee, Choctaw, Diné, Lakota, Anishinaabe, Pueblo e centinaia di altri popoli non costituivano il prologo folkloristico degli Stati Uniti. Erano soggetti politici con i quali le potenze europee e, successivamente, il governo americano dovettero negoziare, commerciare e combattere.

I Nativi non furono assenti dalla fondazione americana.

Furono collocati deliberatamente dalla parte del nemico.

La stessa Dichiarazione d’indipendenza, celebrata come il certificato di nascita della libertà statunitense, definisce gli abitanti indigeni delle frontiere “merciless Indian Savages”: “spietati selvaggi indiani”.  

Mentre proclamava che tutti gli uomini erano stati creati uguali, la nuova nazione indicava già coloro ai quali quell’uguaglianza non sarebbe stata riconosciuta.

 

La conquista nascosta dietro i simboli

L’espansione degli Stati Uniti non avvenne attraversando una terra senza proprietari. Avvenne sottraendo territori a popoli precisi. Tra il 1774 e il 1871 il governo statunitense negoziò 377 trattati con le nazioni native. I National Archives conservano 374 trattati ratificati. Quei documenti dimostrano che gli Stati Uniti riconoscevano le nazioni indigene come interlocutori politici, titolari di territori e diritti. Dimostrano anche la lunga storia delle promesse infrante.  Il Trail of Tears, le rimozioni delle nazioni del Sud-Est, le guerre delle Pianure, la distruzione delle mandrie di bisonti, il confinamento nelle riserve, la frammentazione delle terre tribali e le scuole di assimilazione non sono capitoli laterali della storia americana. Sono il processo attraverso il quale gli Stati Uniti hanno acquisito gran parte del territorio che oggi celebrano.

Non si può raccontare la frontiera senza dire chi venne respinto.

Non si può celebrare la ferrovia senza ricordare le nazioni i cui territori furono attraversati.

Non si possono rappresentare i parchi nazionali come natura incontaminata cancellando le comunità allontanate da quelle terre. La copertina mostra i risultati della conquista, ma elimina dalla scena coloro che ne pagarono il prezzo.

È un meccanismo narrativo antico e potentissimo: conservare le strade, le città, i monumenti e i miti della potenza americana, facendo scomparire il conflitto dal quale sono nati.

 

Popoli vivi, non comparse del passato

La cancellazione è ancora più grave perché i Nativi americani non appartengono soltanto alla storia. Negli Stati Uniti esistono oggi 576 tribù riconosciute a livello federale, dotate di una relazione politica diretta con il governo degli Stati Uniti e di diritti inerenti di autogoverno. Il censimento del 2020 ha contato 9,7 milioni di persone identificate come American Indian o Alaska Native, da sole o insieme ad altre appartenenze.  Sono nazioni, governi, comunità, tribunali, università tribali. Sono scrittori, artisti, insegnanti, giornalisti, veterani, scienziati e attivisti. Sono popoli che difendono lingue, territori, acque, diritti derivanti dai trattati e sovranità politica.

Eppure, quando l’America costruisce la propria immagine ufficiale, i Nativi tornano troppo spesso a essere una presenza impossibile. O vengono confinati in un passato romantico, trasformati in copricapi, cavalli e tramonti. Oppure vengono eliminati del tutto.

Non sarebbe servito inserire nella copertina l’ennesimo indiano stereotipato con le piume. Sarebbe bastato rappresentare ciò che la narrazione nazionale continua a faticare ad accettare: una nazione indigena viva e sovrana.

Un trattato. Una bandiera tribale. Un volto contemporaneo.

Un simbolo che ricordasse che l’Indian Country non è scomparsa e non ha mai smesso di rivendicare il proprio posto nella storia americana.

Le possibilità erano innumerevoli. È mancata la volontà di vederle.

 

Il pluralismo che comincia dopo la conquista

TIME presenta Our America come un progetto «volutamente ampio», costruito chiedendo a 250 personalità di indicare qualcosa che rappresentasse un elemento essenziale della vita americana contemporanea. L’obiettivo dichiarato era offrire una visione molteplice del Paese, fondata sulla ricchezza delle sue diverse componenti culturali. Nel progetto complessivo compare anche Joy Harjo, prima Native American a ricoprire l’incarico di Poet Laureate degli Stati Uniti, chiamata a scegliere una canzone rappresentativa dell’America contemporanea. Questo va riconosciuto.

Ma rende la copertina ancora più problematica.

Non siamo davanti alla totale ignoranza dell’esistenza dei Nativi. Siamo davanti a una selezione visiva. E ogni selezione stabilisce una gerarchia: decide quali esperienze meritano di diventare simboli della nazione e quali possono rimanere fuori dall’immagine.

La presenza indigena viene ammessa nelle pagine interne, tra centinaia di contributi. Scompare invece dalla copertina, cioè dalla sintesi destinata a entrare nell’immaginario collettivo.

Il messaggio involontario è evidente: i Nativi possono partecipare al racconto, purché non ne occupino il centro. Come se appartenessero a un’America precedente. Come se fossero scomparsi.

Come se la nazione potesse celebrare la propria diversità soltanto dopo avere dato per acquisita la conquista delle loro terre.

L’ironia è feroce. Nel 2023 fu la stessa TIME a pubblicare un saggio dello storico Ned Blackhawk intitolato Without Indigenous History, There Is No U.S. History: senza storia indigena non esiste storia degli Stati Uniti. Tre anni dopo, la copertina più simbolicamente importante dell’anniversario sembra avere dimenticato quella lezione.

 

Una copertina non può contenere tutto. Ma decide che cosa conta

Si obietterà che una copertina non è un’enciclopedia e che non può rappresentare ogni gruppo, avvenimento o contraddizione della storia nazionale. È vero.

Ma una copertina celebrativa non pretende di contenere tutto. Pretende di scegliere ciò che conta.

Ed è proprio quella scelta a parlare.

Quando si trova spazio per l’automobile, l’atomo, la Route 66 e la conquista della Luna, ma non per i popoli sulle cui terre gli Stati Uniti sono stati costruiti, il significato è difficile da ignorare: la modernità americana merita memoria; la presenza indigena può essere sacrificata.

Non è necessario odiare i Nativi per cancellarli.

Basta continuare a raccontare la storia dal punto di vista di chi ha vinto.

I 250 anni degli Stati Uniti avrebbero potuto offrire l’occasione per affrontare la contraddizione originaria della nazione: libertà e conquista, democrazia ed espulsione, uguaglianza proclamata e sovranità negate.

Sarebbe stata una celebrazione più difficile. Ma anche più adulta, più onesta e più vera.

Invece, ancora una volta, l’America si guarda allo specchio e riesce a vedere tutti tranne coloro che erano lì prima che quello specchio venisse costruito.

“Our America”, proclama TIME.

Nostra, di chi?

Non è una semplice dimenticanza.

È il vecchio privilegio coloniale di decidere chi entra nella storia e chi deve restare fuori dall’immagine.

 

 

Raffaella Milandri

Raffaella Milandri

 

Raffaella Milandri è scrittrice, giornalista e antropologa di formazione, impegnata da anni nella difesa dei diritti umani dei Popoli Indigeni. Studia e divulga in Italia la storia, la cultura e la letteratura dei Nativi Americani, con attenzione tanto alla memoria storica quanto alle questioni contemporanee. È membro onorario della Four Winds Cherokee Tribe della Louisiana e della Crow Tribe del Montana. Ha pubblicato oltre dieci libri dedicati ai Nativi Americani e ai Popoli Indigeni, tra cui Nativi americani. Guida alle tribù e riserve indiane degli Stati Uniti, Nativi Americani. Guida a Miti, Leggende e Preghiere e Le scuole residenziali indiane. Le tombe senza nome e le scuse di Papa Francesco. Cura inoltre traduzioni e opere di autori nativi. Conduce il programma radiofonico “Nativi Americani ieri e oggi” e firma la rubrica “Nativi” su L’AntiDiplomatico.

 

 

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