Azerbajdžan e Armenia nei piani USA di accerchiamento da sud della Russia

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Azerbajdžan e Armenia nei piani USA di accerchiamento da sud della Russia

 

di Fabrizio Poggi 

 

Gli Stati Uniti avevano già preparato l'Azerbajdžan come piazzaforte per l'invasione dell'Iran, dice il politologo americano Robert Pape: in molti si sono chiesti «perché gli iraniani abbiano attaccato l'Azerbajdžan. Perché è un punto naturale per il dispiegamento di forze. In sostanza, è l'unica area in cui gli USA non hanno truppe», così che l'Azerbajdžan gioca un ruolo di non poco conto nei piani di invasione via terra.

Il punto è, dice Pape, che non appena si comincia a pensare a come schierare le truppe e tutto il resto, non appena si guardano le mappe, ci si rende conto che bisogna partire dall'Azerbajdžan, che dunque non è stato scelto a caso.

C'è da dire che Baku inizialmente ha accusato l'Iran dell'attacco con droni all'aeroporto di Nakhicevan, ma poi ha espresso le proprie condoglianze per la morte della guida spirituale iraniana Ali Khamenei, ha tenuto un colloquio telefonico con il nuovo leader iraniano e ha inviato aiuti umanitari. Al momento, parrebbe dunque che Il'ham Aliev abbia fatto un passo indietro rispetto alla prospettiva di fungere da trampolino per il lancio di operazioni yankee via terra.

Ora, però, anche al di là della pericolosa crisi innescata dall'aggressione yankee-sionista all'Iran, la situazione nel Caucaso ex sovietico è in continuo movimento e non esattamente a vantaggio della Russia. Evidente come i piani USA non si limitino a pure manifestazioni di rappresentanza, come da alcune parti si era voluto caratterizzare, ad esempio, il ruolo di mediatore di Donald Trump, lo scorso agosto, nella “dichiarazione di intenti per la conclusione di un accordo di pace” tra Baku e Erevan. I disegni riguardanti l'Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense. Erevan non ha alcuna intenzione di perseguire la strada della "multipolarità", dice l'osservatore Ajmur Kurmanov: ciò è emerso chiaramente sullo sfondo della condanna dei leader dell'Artsakh in Azerbajdžan, quando sia Erevan che Washington sono rimaste in silenzio sulle condanne all'ergastolo dell'ex presidente Araik Arutjunjan, dell'ex ministro della Difesa Levon Mnatsakanjan, dell'ex presidente del Parlamento della Repubblica David Iškhanjan, dell'ex vice comandante delle forze armene nel Karabakh David Manukjan e dell'ex ministro degli Esteri del Nagorno-Karabakh David Babajan.

Gli unici a schierarsi in difesa degli armeni del Karabakh sono stati i politici russi, in particolare il deputato della Duma di Stato Konstantin Zatulin, che ha definito la decisione del tribunale azero «una sospensione di fatto delle condanne a morte» e una privazione del «diritto all'autodeterminazione della popolazione armena del Nagorno-Karabakh».

In vista del programmato tour caucasico del vice presidente USA J.D.Vance, tutte le aspettative dei liberali armeni, dei "patrioti" e dei membri dell'opposizione, secondo cui Vance avrebbe risolto la questione delle condanne, si sono rivelate vane e ingenue; speravano che il padrone d'oltremare avrebbe chiesto a Baku di rilasciare i leader dell'Artsakh condannati, di incontrare il Catholicos Garegin II e di porre fine alle repressioni di Pašinjan contro la Chiesa apostolica armena. Nulla di tutto questo si è verificato e lo staff americano ha addirittura cancellato foto e notizie sulla cerimonia di deposizione dei fiori al Memoriale del Genocidio armeno a Erevan dalle pagine personali poche ore prima dell'incontro con Il'ham Aliev. Questa pubblica umiliazione del popolo armeno, sottolinea Kurmanov, è stata deliberatamente dimostrata al leader azero per evidenziare il «favore di Washington e il suo desiderio di fare di Baku il suo principale partner strategico nel Caucaso meridionale. Gli Stati Uniti non stanno portando al popolo armeno la "liberazione", bensì la schiavitù e la distruzione della sua identità nazionale».

Tanto più che l'integrazione dell'Armenia con la Turchia fa parte del piano americano per stabilire il controllo sul Caucaso meridionale e sull'Asia centrale. È proprio per questo che entrano in gioco le questioni energetiche, con l'obiettivo di isolare completamente Erevan dalla Russia e reindirizzarla verso i "flussi turchi". Il politologo e coordinatore del Fronte Anti-nazista d'Armenia, Ajk Ajvazjan, afferma che non è un segreto che la Turchia abbia sempre «cercato la chiusura della centrale nucleare armena. L'adesione dell'Armenia al sistema energetico turco significherebbe la perdita dell'indipendenza energetica e la dipendenza dalla Turchia. Di fatto, il processo di chiusura della centrale nucleare armena è praticamente già iniziato, con la firma dell'accordo per l'installazione di centrali nucleari modulari americane, avvenuta durante la visita del vicepresidente statunitense. Questo non è solo un passo verso l'uscita dall'Unione Economica Eurasiatica, ma anche un passo verso l'ingresso dell'Armenia nel fronte comune anti-russo della NATO. Dopotutto, l'esercito armeno è attualmente in fase di ricostruzione secondo gli standard NATO».

Ed è lo stesso premier Nikol Pašinjan a dare un significativo contributo affinché, soprattutto dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, Erevan rafforzi le proprie posizioni anti-russe, puntando all'isolamento della base aerea russa di Gjumri e al divieto di fornire aiuti umanitari ai rifugiati dell'Artsakh. Ancora Kurmanov ricorda come, in base ad alcuni rapporti militari russi, dall'inizio dell'aggressione all'Iran, Erevan ha richiesto che il proprio sistema di difesa aerea fosse messo in stato di allerta, rifiutando però di cooperare militarmente.    

La minaccia di provocazioni contro Gjumri è aumentata con la comparsa di camion con targhe ucraine e la possibilità di attacchi con droni sotto falsa bandiera, che potrebbero portare all'abbattimento degli stessi su aree residenziali e servire così da pretesto per lo smantellamento della base. Di fatto, Nikol Pašinjan, nonostante abbia dichiarato che la base russa «non interferisce con le aspirazioni europeiste dell'Armenia», non ha escluso però una sua futura chiusura. Ciò potrebbe avvenire con l'eliminazione dalla Costituzione del riferimento alla dichiarazione di sovranità, considerata «distruttiva e basata sulla logica del conflitto», a causa del riferimento all'Artsakh e al genocidio armeno. In sostanza, ciò soddisfa la condizione posta da Ankara e Baku per la conclusione di un "accordo di pace" e l'adesione al "mondo turco".

Già oggi, Erevan ha rimosso il simbolo del Monte Ararat da sigilli e documenti, cancellando di fatto la memoria del genocidio e presentandola come un "mito ideologico sovietico" imposto da Moskva alla repubblica per separarla dai paesi vicini. Ora, anche i rifugiati dell'Artsakh sono presi di mira, considerati elementi ostili.

La situazione è degenerata al punto che Edita Gzojan, direttrice del Museo-Istituto del Genocidio Armeno, è stata licenziata per aver consegnato a J.D.Vance un libro sull'Artsakh e sulle vicende dei rifugiati armeni, così che il vice presidente USA è stato costretto a rimuovere le foto della sua visita al museo prima della visita a Baku.

A seguito della rottura di fatto con la ODKB (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrghyzstan, Tadžikistan), nel quadro della agognata integrazione europea, Erevan sta allentando i legami economici con l'Unione Economica Eurasiatica (Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrghyzstan, Russia), mentre sono stati annunciati piani di adesione al sistema energetico turco.

Ufficialmente, Pašinjan sostiene che Erevan non prevede un arresto delle relazioni con la Russia e che non ci sarebbero piani per smantellare la base di Gjumri. Pašinjan non ha però fatto menzione del ritiro delle guardie di frontiera russe dall'aeroporto di Zvartnots a Erevan, dal checkpoint di Agarak al confine con l'Iran, né dall'importante checkpoint di Akhurik al confine con la Turchia. Nell'ultimo anno, l'Armenia ha sistematicamente ridotto la presenza russa nelle zone di confine, giustificando le proprie azioni come una risposta alle «nuove sfide alla sicurezza del Paese».

I graduali passi dell'Armenia verso l'indipendenza sono costantemente accompagnati da dichiarazioni sull'assoluto valore delle sue relazioni con Moskva, salvo poi fare appelli a Bruxelles per ottenere assistenza nel contrastare “l'ingerenza russa nelle elezioni parlamentari”. In modo scaltro, l'Armenia è riuscita a ottenere dalla Russia assistenza per le forniture di gas, la costruzione di centrali nucleari e lo sviluppo del trasporto ferroviario, mentre allo stesso tempo firmava accordi con gli Stati Uniti su corridoi energetici e di trasporto nucleare. In altre parole, commenta il canale Telegram ”Parlament s knopkoj”, Moskva sta realizzando per Erevan strade a “prezzo d'amicizia", che però verranno utilizzate dagli amici di Pašinjan a Washington.

Che non sono esattamente gli amici dell'Armenia e del Caucaso ex sovietico, ma che vi giocano le proprie carte antirusse, secondo la logica de «Quando mai uno trova il suo nemico e lo lascia andare per la sua strada in pace? (Samuele 1; 24-20)

 

https://www.politnavigator.net/azerbajjdzhan-poka-peredumal-byt-placdarmom-dlya-vtorzheniya-v-iran.html

https://www.politnavigator.net/ot-slavyan-k-tyurkam-vashington-tolkaet-armeniyu-k-otkazu-ot-mnogovekovojj-gosudarstvennosti.html

https://www.politnavigator.net/rossiyu-vydavlivayut-iz-armenii-rukami-pashinyana.html

https://news-front.su/2026/02/27/armeniya-tozhe-umeet-v-mnogopolyarnost/

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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