Venezuela. Salario e sovranità, se la destra golpista pretende di “proteggere” i lavoratori

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Venezuela. Salario e sovranità, se la destra golpista pretende di “proteggere” i lavoratori

 

di Geraldina Colotti – CARACAS

Mentre una marea rossa di lavoratori del settore pubblico marciava per le strade di Caracas sotto la guida del ministro Eduardo Piñate, per riaffermare che la sovranità e la pace sono le uniche garanzie per il lavoro, la destra estremista passava dalla retorica all’aggressione fisica. La manifestazione ufficiale è stata uno scudo umano in difesa della patria assediata, un sostegno alla gestione della presidenta incaricata Delcy Rodríguez e un grido per il ritorno di Nicolás Maduro.

Tuttavia, in un tentativo di incendiare il già delicato clima politico dopo il sequestro del presidente e della prima combattente, Cilia Flores, settori dell’opposizione, sostenuti dai comunicati del partito di estrema destra Primero Justicia, hanno forzato i cordoni di sicurezza della polizia, dimostrando che la loro agenda non è la rivendicazione salariale, ma la rottura violenta delle istituzioni.

È il colmo del cinismo vedere figure come Henrique Capriles o l’organizzazione Primero Justicia strapparsi le vesti per il potere d’acquisto dei lavoratori. È come se la volpe si ponesse a difesa del pollaio dopo averne distrutto le recinzioni per farne un boccone.

Coloro che oggi denunciano la politica di sussidi al salario sono gli stessi che, attraverso le guarimbas, il sabotaggio elettrico e la richiesta di sanzioni criminali, hanno distrutto la moneta nazionale e asfissiato l’economia popolare. La loro presunta preoccupazione per “la fame e la povertà” è il travestimento di chi cerca di imporre, con la forza o con l’assedio, un ritorno al neoliberismo selvaggio che oggi devasta le masse popolari in Argentina, Cile ed Europa.

Il ricettario di Primero Justicia, con le sue proposte di Legge sulla Produzione e Legge Lucchetto, non è altro che un piano di svendita nazionale. Con la scusa della sicurezza giuridica, ciò che propongono è la restituzione delle terre ai latifondisti e la consegna totale del petrolio alle multinazionali, ponendo fine alla solidarietà internazionale di Petrocaribe che Chávez costruì come colonna del mondo multipolare.

I loro “sei passi per la transizione” non sono una rotta democratica, ma un manuale di capitolazione per trasformare il Venezuela in una colonia tutelata da Washington, eliminando alla radice le conquiste della Legge Organica del Lavoro del 2012.

Di fronte a questa offensiva, il dibattito all’interno del campo rivoluzionario si intensifica. Non si tratta di un sostegno cieco, ma di una classe operaia che problematizza la propria realtà. Le proposte sindacali presentate dalla Central Bolivariana Socialista de Trabajadores y Trabajadoras de la Ciudad, el Campo y la Pesca (CBST), nello spirito della Costituente del Lavoro, riflettono la tensione tra la necessità tattica del governo e le urgenze della base.

L’Ingreso Minimo Integrale Indicizzato ha permesso di frenare l’impatto dell’iperinflazione indotta, ma i lavoratori non nascondono le proprie critiche riguardo alla politica dei bonus, con cui il governo ha cercato di ovviare all’assenza di entrate e all’inflazione indotta. Al compimento, questo prossimo 15 marzo, di quattro anni dall’ultimo adeguamento del salario minimo in Venezuela, esiste una domanda persistente affinché questi bonus recuperino la loro incidenza sulle prestazioni sociali e sul risparmio storico, diritti che la classe operaia considera inalienabili.

La risposta ufficiale si concentra sul concetto di salario sociale o indiretto, un’idea che lo stesso Hugo Chávez visualizzava come una rete di protezione integrale che de-mercifica la salute, la casa e l’istruzione. Tuttavia, nella pratica quotidiana del Venezuela sotto assedio, i lavoratori esigono che questo salario sociale sia tangibile ed efficiente. La critica interna non indebolisce la rivoluzione, ma la spinge a rettificare di fronte alla burocrazia e ai pericoli di un ritorno indietro.

Un esempio di questa ricerca è l’esperimento delle Macollas Petrolifere, come la Cacique Maiquetía, i cui benefici di produzione si legano direttamente al fondo delle prestazioni dei lavoratori. La Macolla Petrolera è un concetto che unisce la tecnica estrattiva alla politica sociale del chavismo.

In termini tecnici, si considera una macolla un gruppo di pozzi petroliferi situati in un’unica area geografica ristretta che convergono verso un unico centro di raccolta e controllo. Invece di avere pozzi isolati sparsi per il territorio, si concentrano le trivellazioni in un unico punto, ottimizzando i costi, le infrastrutture e l’impatto ambientale.

In Venezuela, questo termine ha assunto un significato politico molto preciso negli ultimi anni. Il governo ha destinato i proventi dell’estrazione di una specifica e gigantesca macolla (chiamata Cacique Maiquetía, situata nella Cintura dell’Orinoco) al Fondo delle Prestazioni Sociali dei lavoratori.

L’idea è quella di ancorare il risparmio dei lavoratori e le loro liquidazioni (il TFR) alla produzione reale di petrolio. I barili prodotti da questa struttura non finiscono nel bilancio generale dello Stato, ma vengono venduti specificamente per alimentare il fondo dei lavoratori e dei pensionati.

La macolla viene presentata come una forma di gestione diretta della risorsa a beneficio della classe operaia, per cercare di bypassare il problema della svalutazione monetaria. Sul piano simbolico, rappresenta la resistenza economica: produrre petrolio nonostante le “sanzioni” per finanziare direttamente i diritti sociali.

La critica dall’estrema sinistra riguarda il fatto che legare i diritti dei lavoratori all’andamento di un pozzo petrolifero sia rischioso. Se la produzione si ferma per mancanza di pezzi di ricambio o per nuove sanzioni, il fondo dei lavoratori smette di ricevere ossigeno. I critici sostengono che lo Stato dovrebbe garantire il TFR attraverso la tassazione generale e la ricchezza nazionale complessiva, non “scommettendo” su una singola unità produttiva.

La Macolla Petrolera è, insomma, il tentativo del governo facente funzioni di Delcy Rodríguez di dare una base materiale e solida ai risparmi dei lavoratori venezuelani in un contesto di iperinflazione e blocco economico.

Il messaggio lanciato ieri dalla destra nel tentativo di rompere i cordoni di sicurezza conferma che, per loro, il lavoratore è invece solo carne da macello per i propri piani di destabilizzazione. La risposta del chavismo, con la mobilitazione di Piñate e l’organizzazione produttiva, mostra la fermezza nei principi nonostante il momento drammatico che si sta vivendo.

Mentre la destra cerca di forzare l’equilibrio istituzionale per consegnare il paese al grande capitale internazionale, i lavoratori del settore pubblico custodiscono il piano di emergenza previsto da Maduro. La vera giustizia sociale non verrà da chi ha chiesto a Trump di bombardare il paese, ma da chi, pur con l’acqua alla gola, mantiene le fabbriche aperte e le comuni attive, gridando che in Venezuela nessuno si arrende...

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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