La trappola del petrolio: così la guerra all'Iran può innescare il collasso globale
Petrolio alle stelle, debito record e la Cina in prima fila tra i creditori: il tallone d’Achille di Washington
di Fabrizio Verde
C’è una crepa silenziosa che si sta allargando sotto i piedi dell’economia mondiale. E non si trova a Wall Street, né tantomeno in quel di Bruxelles, sempre più irrilevante nello scenario internazionale. Si trova in mare, precisamente nello Stretto di Hormuz, quella sottile lingua d’acqua da cui passa un terzo del petrolio mondiale. Perché se è vero che la guerra scatenata dalla coalizione Epstein - USA e Israele - contro la Repubblica Islamica dell’Iran si combatte con i missili, è sul prezzo del greggio che si deciderà chi sarà il vero sconfitto.
Donald Trump prova a vestire i panni del comandante vittorioso attraverso dichiarazioni roboanti. Annuncia che la fine è vicina, che l’operazione procede con grande celerità verso la conlusione definitiva. Ma la realtà è che il controllo della situazione gli sta scivolando via di mano, e il termometro di questa impotenza si chiama petrolio. Ogni volta che le quotazioni schizzano, la sua presa si allenta. E in queste ore il termometro segna una temperatura decisamente alta e preoccupante: il greggio vola e con lui il prezzo dell'olio combustibile, il carburante che muove i portacontainer, i veri cavalli di battaglia della globalizzazione.
Javier Blas, editorialista di Bloomberg, ha lanciato l'allarme in queste ore con una chiarezza che lascia poco spazio ai dubbi: se i prezzi continuano a salire, si rischia la paralisi. Il mercato dell'olio combustibile è fuori controllo. Normalmente è un prodotto a basso costo, considerato quasi uno scarto della raffinazione. Oggi no. A Singapore e a Fujairah, due dei più importanti hub di rifornimento per le navi di tutto il mondo, il combustibile scarseggia e il prezzo ha toccato quota 160 dollari. Se i porti chiave restano a secco, le navi si fermano. E se si fermano le navi, si ferma tutto.
Ma il punto è che questa crisi energetica arriva nel momento peggiore possibile. Perché il paziente, l'economia globale, era già in terapia intensiva, ma la propaganda mainstream tentava di occultarlo. Da anni la finanza mondiale vive attaccata a un filo: il debito. Quello pubblico statunitense, da solo, ha superato i 39 mila miliardi di dollari. Uno Stato che spende più per pagare gli interessi sul debito che per la Difesa è uno Stato con le mani legate. E se i tassi salgono, come potrebbero fare per domare l'inflazione scatenata dal caro-energia, quelle mani si troveranno strette in una morsa.
Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater Associates, uno che i cicli economici li conosce bene, parla di "spirale mortale del debito". Il meccanismo è perverso: se i tassi salgono, lo Stato deve indebitarsi ancora per pagare gli interessi. E così via, in un loop da cui è quasi impossibile uscire. Secondo i suoi calcoli, agli Stati Uniti restano tre anni per evitare il collasso. E tre anni non sono molti per rimediare.
E qui si innesta il nodo più delicato, quello che trasforma un problema contabile in una questione di sicurezza nazionale. Perché quei 39 mila miliardi di debito non sono solo numeri su un foglio, ma hanno dei proprietari ben precisi, sparsi per il mondo. E il creditore più ingombrante, quello che siede in prima fila, si chiama Cina. Pechino detiene ancora centinaia di miliardi di dollari in titoli di Stato USA. Finora ha giocato un ruolo passivo, ma in un momento di crisi, la detenzione di questo debito diventa un'arma geopolitica di prima grandezza. In caso di escalation, basterebbe anche solo il sospetto che la Cina possa alleggerire il proprio portafoglio per innescare un terremoto sui rendimenti, facendo schizzare verso l'alto il costo del denaro per Washington e accelerando quella spirale mortale di cui parla Dalio. È il tallone d'Achille di un impero in decadenza.
Ecco perché la guerra in Medio Oriente è una trappola. Perché mette Trump di fronte a un bivio: se reagisce con durezza, il petrolio sale e l'economia affonda. Se cerca una mediazione, perde la faccia e sconfessa la sua narrazione. Lo si è visto bene in queste settimane: prima la linea dura, "nessun accordo senza resa incondizionata". Poi, quando il greggio ha sfondato quota 120 dollari e le Borse hanno cominciato a tremare, il tono è cambiato. Immediatamente l'operazione è diventata "una piccola incursione", destinata a concludersi in fretta perché l'Iran sarebbe stato ridotto a pezzi nel giro di poche ore. Una circostanza però smentita dai fatti nonostante i colpi subit e l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei.
Il fatto è che i mercati, si sa, non amano le sorprese. E un rincaro del petrolio così improvviso è una sorpresa cattiva. La sensazione, nei circoli della finanza, è quella di assistere a un equilibrio precario, di quelli che bastano poche scosse per mandare tutto all'aria. Gli occhi sono puntati sui titoli di Stato USA a dieci anni. Se il loro rendimento supera la soglia del 4,5%, scatterà l'emergenza. Perché vorrà dire che gli investitori non credono più nella solidità di Washington e chiedono un premio per prestare soldi al Tesoro. Una volta innescato, quel meccanismo è difficile da fermare.
Fabian Keller, analista di Independent Credit View, osserva con preoccupazione la calma apparente dei mercati. "Mi spaventa come si reagisca con indifferenza a questi prezzi del petrolio", afferma. Il rischio è che la realtà faccia irruzione all'improvviso, con una correzione violenta. E allora potrebbe ripetersi quanto visto nel 2022, all'inizio del conflitto in Ucraina: listini giù, recessione in agguato. Solo che stavolta il debito è molto più alto e il margine di manovra molto più stretto.
C'è poi un'altra bomba a orologeria, meno visibile ma non meno pericolosa. Si chiama private credit, il credito privato. Sono prestiti che non passano dalle banche tradizionali, negoziati direttamente tra fondi d'investimento e aziende. Negli ultimi anni sono cresciuti a dismisura: oggi il mercato vale 3.500 miliardi di dollari. Il problema è che è opaco, senza rating pubblici, senza scambi in Borsa. Nessuno sa davvero quanto valgano quei titoli, né cosa succederebbe se molti investitori chiedessero indietro i soldi tutti insieme.
E qualcosa si è già rotto. Piccoli fondi come Blue Owl Capital hanno cominciato a bloccare i rimborsi. Poi è toccato a BlackRock, il colosso mondiale della gestione patrimoniale, limitare le uscite da uno dei suoi fondi principali. Quando anche il più grande del mondo inizia a chiudere i rubinetti, vuol dire che l'acqua è finita. James Dimon, il ceo di JPMorgan, ha usato una metafora efficace: "Se hai visto uno scarafaggio, probabilmente ce ne sono altri". Il problema è che nessuno sa dove siano nascosti.
Il paragone con il 2007, con la crisi dei mutui subprime, non è azzardato. Anche allora l'innesco fu una bolla in un mercato poco regolamentato. Anche allora, quando gli investitori chiesero indietro i soldi, scoprirono che gli attivi erano carta straccia. Oggi il meccanismo è simile, e il rialzo del petrolio potrebbe essere la scintilla che fa brillare la polveriera.
E in tutto questo, c'è un Paese che osserva e impara. La Russia, che già sta affrontando sanzioni e isolamento, trae le sue conclusioni.
La verità è che la guerra in Iran, voluta dal tandem Trump-Netanyahu, ha innescato un'onda d'urto che nessuno controlla più. I mercati finanziari erano già in bilico, su un filo che oggi è saldamente in mano anche ai competitori di Washington. Il rincaro del petrolio potrebbe essere la spallata che li fa cadere. E a quel punto, nemmeno il presidente USA, per quanto potente, potrà fare granché.

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