Canfora e gli aspetti profondamente autoritari della società statunitense
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di Michele Blanco
Luciano Canfora non usa mezzi termini nel commentare la difficile situazione negli Stati Uniti, soprattutto dopo gli omicidi di Renee Nicole Good e Alex Pretti e le illegali deportazioni di numerosi migranti definiti “irregolari”, ma che vivono e lavorano onestamente negli Stati Uniti, in alcuni casi, da decenni. Canfora ritiene che: «Gli USA nascono come società schiavista, e perfino il culto delle armi, tanto celebrato, serviva originariamente a tenere sotto controllo gli schiavi».
Secondo il celebre storico e filologo italiano, queste vicende non sono semplicemente fatti di cronaca, ma affondano le radici nella cultura e in una storia lunga fatta di autoritarismo, culto della forza personale e repressione illiberale verso le minoranze, sia razziali che culturali; ci basti pensare alle stragi dei nativi americani perpetuate dagli eserciti, anche contro bambini e persone inermi. Gli Stati Uniti, per Canfora, sono sempre stati una “finta democrazia”, con il dato di fatto che decine di milioni di persone, appartenenti alle minoranze, come neri, ispanici, arabi, fino agli anni 50 del secolo scorso anche i cattolici irlandesi e italiani, sono sempre stati considerati cittadini di serie "b". Oggi, con la pessima e ingiustificabile gestione dell’ICE sotto la presidenza Trump, si notano inquietanti somiglianze con le milizie fasciste di Mussolini, pur in un contesto storico molto diverso.
Canfora sottolinea con estrema chiarezza che la violenza e la repressione fanno parte inconfutabilmente della storia statunitense fin dall’inizio, quando gran parte dell’economia era basata sullo sfruttamento del lavorodegli schiavi. Negli anni Sessanta e Settanta, ma anche nei decenni successivi, del secolo scorso, Canfora racconta come le rivolte nei quartieri neri si ripetevano regolarmente, come risposta a un razzismo profondamente radicato. La brutalità contro chi protesta o manifesta non è una novità, ma con Trump tutto è diventato molto più eclatante ed evidente, basti pensare all’omicidio di George Floyd, ma sono migliaia i casi di cittadini statunitensi di colore o appartenenti ad altre "minoranze" che sono state assassinate senza motivo dalle cosiddette "forze dell'ordine", più recentemente si sono avuti i casi delle esecuzioni di Good e Pretti.
L’ICE, spiega Canfora, era stato creato dopo l’11 settembre come strumento per la sicurezza nazionale, ma adesso è diventato una specie di milizia brutale e personale del presidente, già questo ci dimostra che in una democrazianon dovrebbe essere assolutamente vietata una milizia del genere, una cosa del genere è possibilesolo in una dittatura. Infatti il parallelo con il fascismo italiano non è assolutamente casuale: Mussolini aveva affidato il compito di reprimere il dissenso alle sue squadre, che formavano la a milizia volontaria per la sicurezza nazionale ed erano da lui direttamente controllate, spesso genericamente identificata con la locuzione camicie nere perché non si fidava delle forze armate tradizionali. Allo stesso modo, Trump si affida agli agenti dell’ICE, utilizzandoli con motivazioni identiche, ma anche per farsi propaganda con la sua base elettorale più estremista e razzista.
Ecco perché la repressione verso persone indifese viene anche “spettacolarizzata”. Durante l’uccisione di Pretti, uno degli "agenti" ha paragonato in modo raccapricciante la scena a un videogioco come Call of Duty. Per Canfora, questa non è una pura coincidenza, ma un modo mirato e deliberato di intimidire le persone con una vera e propria "pedagogia del terrore" sempre più palese e vergognosa. Le autorità statali lasciano spazio a questi veri e propri mercenari, senza nessuna formazione democratica, senza intervenire, e proteggono gli agenti coinvolti negli omicidi a sangue freddo e immotivati, trasferendoli altrove per metterli al riparo da eventuali ritorsioni.
Il bersaglio, oggi, non sono più solo le opposizioni politiche interne, ma soprattutto i migranti. Per Canfora, la gestione della migrazione è il vero banco di prova delle democrazie occidentali, non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa. La logica è sempre quella: il migrante diventa il nemico da respingere e da punire, anche con la violenza se necessario.
Alla domanda sul rischio di una guerra civile, Canfora risponde che il tema è ricorrente nella storia americana. Già negli anni Sessanta si temeva la guerra civile durante le rivolte nei ghetti neri. Oggi ci sono tutti gli elementi per un conflitto interno, ma prevedere una guerra civile vera e propria è difficile. Le elezioni potrebbero però rappresentare sia un modo per sconfiggere trump sia un momento critico: se Trump rischiasse la sconfitta, potrebbe provare a bloccarle o manipolarle, sfruttando la tensione legata alla questione migratoria. Sappiamo bene che ne è capace, lo ha già fatto: L'assalto al Campidoglio degli Stati Uniti è stato un tentativo di insurrezione attuato a Washington il 6 gennaio 2021, dopo il discorso di Donald Trump ai suoi sostenitori, con il quale il Presidente uscente ha contestato il risultato delle elezioni presidenziali del 2020 che lo avevano visto sconfitto.
Infine, sul silenzio e indifferenza totale di Giorgia Meloni riguardo agli ultimi episodi di violenza negli USA, Canfora osserva che la premier italiana ha deciso di allinearsi totalmente agli Stati Uniti, indipendentemente da chi li governa, ma anche non tenendo conto dei metodi che i presidenti statunitensi utilizzano, che vanno dai bombardamenti indiscriminati su popolazioni civili, ai rapimenti di presidenti eletti dal loro popolo, agli omicidi dipersone inermi e indifese, fino a provocare artificiosamente rivolte e "rivoluzioni arancioni " contro Stati sovrani con governi eletti dai loro popoli. Una posizione che, secondo lui, rischia di diventare sempre più difficile da sostenere. Un modo di fare di fronte a un personaggio come trump che rischia di far fare al nostro Paese una pessima figura a livello globale o come direbbe il presidente del consiglio italiano: "Fà 'na figura da peracottaro" di fronte a tutto il "globo terraqueo".
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
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