D’istruzione pubblica, più che una recensione, un imperativo categorico
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di Agata Iacono
Quando un docufilm di produzione indipendente suscita immediatamente scomposte polemiche e accuse sia da destra che da sinistra e, al tempo stesso, (senza pubblicità), registra sold out in ogni proiezione fin dall'inizio, ha già vinto.
È il caso di "D’istruzione pubblica", uscito nelle sale il 2 febbraio 2026, creato e diretto dai registi Federico Greco e Mirko Melchiorre, distribuito da OpenDDB – Distribuzioni Dal Basso, nei circuiti non convenzionali.
È il terzo docufilm di una trilogia che denuncia le gravissime conseguenze del sistema neoliberista nella vita di tutti noi.
Non è un semplice documentario, è un coraggioso atto di accusa del processo di aziendalizzazione della scuola pubblica, dei suoi intenti e delle sue conseguenze.
La scuola, come diritto e base della formazione della conoscenza e dello spirito critico, trasformata progressivamente in umiliante impresa alla ricerca di soldi e clienti, al servizio del mercato del lavoro, foggia oggi quello che il mercato chiede.
E il mercato neoliberista, nella sua fase decadente, non ha bisogno di teste pensanti, ma di strumenti omologati e fluidi, funzionali alla sua stessa sopravvivenza.
Ed è così che gli Open Day, oggi, costringono dirigenti scolastici e docenti ad improvvisarsi venditori, per reclutare nuovi iscritti con umilianti e goffe metodologie di marketing, affossando l'offerta di didattica.
Lo smantellamento progressivo della scuola statale italiana ha molti "padri e madri", di sinistra e di destra, e Federico e Mirko non fanno sconti a nessuno, documentando accuratamente.
La colonna sonora di "another brick in the wall" e i richiami scenici (i passi dei ragazzi), accompagnano un delicato spaccato di una scuola che cerca di resistere, di restare scuola e non azienda, con la direzione collegiale di un preside che non vuole essere identificato come dirigente manager.
La sua figura è centrale.
Lorenzo Varaldo è il preside della scuola Sibilla Aleramo di Torino, dalle cui finestre incombe il "panorama" dello scheletro di quello che fu l'industria torinese.
Federico e Mirko alternano interventi di esperti, economicisti, pedagogisti, accademici, non solo italiani, a piccoli cammei, estrapolati da un enorme materiale di riprese dentro la scuola.
È un argomento, la scuola, che nessuno osa toccare, così come la sanità (leitmotiv di "C'era una volta in Italia - Giacarta sta arrivando", il precedente docufilm). Perché? Perché le responsabilità sono bipartisan, perché al massimo i nostri opinionisti potrebbero essere disponibili ad un confronto critico sui massimi sistemi, ma hanno paura di riconoscere che il re è nudo, da qualsiasi prospettiva lo si voglia guardare.
I filmmaker Greco e Melchiorre praticamente ci sbattono in faccia la realtà, in modo professionalmente ineccepibile, ma lo schiaffo è sonoro, fa male.
Oggi assistiamo ad un drammatico processo di controllo, censura e criminalizzazione delle scuole, degli insegnanti e degli studenti che vorrebbero osare parlare di guerra (è in atto la militarizzazione delle scuole, un'alternanza di fatto scuola-caserma), che vogliono confrontarsi con storici come Pappè sulla Palestina e a cui invece, "grazie" alle circolari del ministro Valditara e alla subalternità dei manager scolastici, viene impedito persino di esporre una bandiera della Palestina....
Poiché i circuiti mainstream non supportano la distribuzione del film, chiunque volesse vedere tutte le date e organizzare una proiezione, può farlo qui: https://openddb.it/film/distruzione-pubblica/
Personalmente, lo proietterei obbligatoriamente in ogni scuola.
Più che una recensione, è un imperativo categorico.
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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno. Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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