Il guscio vuoto della democrazia: il fallimento della rappresentanza nell'era neoliberale

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Il guscio vuoto della democrazia: il fallimento della rappresentanza nell'era neoliberale

 

di Michele Blanco

La società contemporanea sembra essere una “democrazia” senza popolo, dove l’astensionismo e la scarsa partecipazione democratica caratterizza, in particolare, la politica italiana, ma anche le altre democrazie occidentali. Con il conseguente grave declino dei fondamenti democratici nelle società italiana, europee e nord americana. Basti pensare che in Italia nel dopoguerra la democrazia rinasce con altissime percentuali di partecipanti alle votazioni e, soprattutto, con grande partecipazione popolare al dibattito politico, sindacale e sociale. Si pensi che la Repubblica Italiana nacque in seguito ai risultati del referendum istituzionale, indetto il 2 giugno 1946 per determinare la forma di Go verno a seguito della fine della Seconda guerra mondiale. Per la prima volta in Italia partecipavano anche le donne a una consultazione politica nazionale: risultarono votanti circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari complessivamente all’89,08% degli allora 28.005.449 cittadini aventi diritto al voto.

Alle successive e sentite elezioni politiche del 18 aprile 1948, l’affluenza è stata ancora più elevata, raggiungendo il 92,19% per la Camera dei deputati e il 92,15% per il Senato della Repubblica. Per decenni il voto alle elezioni dei cittadini italiani è stato espresso con altissime percentuali, anche se tendenzialmente calanti di fronte alle prime tornate elettorali. Ma alle ultime elezioni politiche italiane del 2022, si può certamente par lare di un crollo senza precedenti dell’affluenza. Infatti, i dati del Ministero dell’Interno mostrano, chiaramente purtroppo, come la percentuale degli aventi diritto recatasi alle urne sia calata di circa 9 punti percentuali, passando dal 72,9% del 2018 al 63,78% del 2022.

Un dato che pone le elezioni ita liane del 2022 nei primi dieci posti dei maggiori crolli di affluenza nella storia dell’Europa Occidentale dal 1945 ad oggi. Alle successive elezioni Europee del 9 giugno 2024, l’affluenza è stata appena del 49,69%, un vero e proprio record negativo. In questo modo, vista la continua tendenza dell’aumento dell’astensionismo alle elezioni, sembra che si debba oggettivamente temere per la stessa tenuta delle istituzioni democratiche. Il contesto della società italiana contemporanea vede l’inesorabile allargamento sistemico delle disuguaglianze sociali; la «distruzione del passato», intesa come rimozione

della stessa memoria storica (tanto che sembra molto più attuale oggi la riflessione di Tocqueville: «Poiché il passato non rischiara più l’avvenire, lo spirito avanza nelle tenebre», in A. De Tocqueville, La democrazia in America, in Id., Scritti politici, a cura di N. Matteucci, libro II, IV, cap. 8, Utet, Torino, 1968, vol. 2, p. 825); lo sviluppo su scala globale della “misinformazione” e della disinformazione, due stadi distorsivi dei processi formativi dell’opinione pubblica, che è l’elemento vitale per il corretto funzionamento di un sistema democratico; l’assenza, sempre più preoccupante e diffusa, di fiducia nel futuro. Tutti questi fattori insieme lavorano come enormi «tarli del legno», erodendo e svuotando dall’interno la voglia e la volontà di partecipazione effettiva che, sembra corretto ripetere, è assolutamente fondamentale per il corretto funzionamento del sistema democratico e del nostro patto collettivo su cui aveva posto i fondamenti la Costituzione democratica e repubblicana italiana, entrata in vigore nel 1948.

Lo stesso Norberto Bobbio (1909-2004), grande giurista, filosofo e studio so della democrazia e dei diritti, ha affermato molto esplicitamente che nelle democrazie occidentali è in atto una totale inversione del rapporto fra «controllori e controllati, poiché attraverso l’uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa ormai gli eletti controllano gli elettori», in N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1990, p. XV. Chiaramente Bobbio ci aveva messo in guardia dallo strapotere dei mezzi di comunicazione di massa e la loro gestione monopolistica, in mano a sempre meno persone, che stanno uccidendo la democrazia e la stanno trasformando in una tirannia videocratica. Il pericolo effettivo riguarda il supremo valore della libertà che viene intaccato nella sua sfera più delicata, importante e irrinunciabile, quella della autonomia intellettuale dei cittadini.

Come necessario esempio di disinformazione imperante nei mezzi di comunicazione di massa in questi ultimi anni si è assistito ad una grande campagna di stampa e televisioni a favore delle inutili spese militari. Malgrado questa imponente campagna dei mass media, la maggioranza degli italiani è assolutamente contraria alla guerra, a tutte le guerre e al coinvolgimento italiano (La maggioranza assoluta degli elettori italiani (57%) non sostiene né la Russia né l’Ucraina. Circa un terzo parteggia per l’Ucraina, mentre l’11% simpatizza per la Russia. Rispetto all’inizio del conflitto, il sostegno all’Ucraina è drasticamente calato dal 57% al 32%. E se non cambia sostanzialmente il sostegno alla Russia, cresce nettamente l’equidistanza: dal 38% del 2022 al 57% di oggi, in https://www.ipsos.com/it-it/sondaggi-politici-pagnoncelli-guerra-ucraina-riarmo-europeo-opinioni-taliani), tutto questo risulta chiaramente dagli innumerevoli sondaggi effettuati, gli italiani sono contrari anche al previsto piano di riarmo europeo. Si conferma in buona sostanza la contrarietà della maggioranza della popolazione alle “avventure” militariste in cui i governanti europei e quelli italiani vorrebbero, a tutti i costi, trascinarci.

Questi sondaggi dimostrano che nessuno vuole armamenti e guerre, soprattutto al posto di servizi sociali garantiti, sanitari e istruzione di qualità, per tutti.

Malgrado questa chiara volontà popolare i mezzi di comunicazione di massa, hanno tentato e tentano con tutta la forza possibile di occultare, le tantissime, anche molto autorevoli opinioni di chi dice no al riarmo europeo e no alle guerre volute solo dai costruttori di armi, affaristi e faccendieri vari. Si deve ribadire che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei sono contrari alla guerra e all’aumento delle spese militari, preferendo in modo assoluto l’aumento delle spese in sanità, istruzione e sociali, invece nelle scelte politiche i governanti europei e italiani vogliono fare, e fanno, l’esatto contrario, tagliano le spese sociali e aumentano sconsiderata mente le spese militari. Allora come può una comunità che si autodefinisce democratica prosperare senza rispettare e applicare, nelle scelte politiche, le opinioni della maggioranza dei suoi cittadini, senza un orizzonte collettivo di pace, convivenza e benessere che dia significato e coerenza al vivere sociale?

Nella realtà gli schieramenti politici che sembrano, o si propongono come alternativi, ma praticano le stesse politiche di aumento delle spese militari, i cittadini, contrari alle politiche militariste, sono scoraggiati a partecipare alle attività democratiche, ai dibattiti e ad andare a votare, perché ritengono che comunque vada, i politici “decidono senza tenere conto della loro opinione”.

Il filosofo tedesco Habermas ha messo in guardia l’Europa (in J. Habermas, L’Europa da cambiare, in “L’Internazionale”, del 4 aprile 2025, n. 1608, pp. 48-49), da un riarmo che distrugga quel poco di integrazione sociale ottenuta, anche a livello europeo e di welfare state che è rimasto nelle politiche degli Stati europei. Il pericolo che paventa per l’Europa è quello dell’“abolizione della politica”, vale a dire uno svuotamento delle democrazie liberali resi ormai gusci vuoti, senza partecipazione e senza spazio di comunicazione libera e agire politico. Trasformare lo Stato e le istituzioni in dispositivi di sola gestione economica, significa avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare. In questa prospettiva non è difficile arrivare a considerare le persone oggetti.

Vogliono sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i presunti nemici, che in realtà non esistono e comunque non rappresentano un pericolo per le nazioni e ne anche per i cittadini italiani ed europei.

Sarebbe vitale e necessario un ritorno alla partecipazione effettiva dei cittadini in modo che le soggettività, individuali e collettive, come amava dire Hannah Arendt, si possano esprimere in pubblico attraverso un democratico dibattito, cioè nell’agorà della polis democratica (piazze, sezioni, circoli, tea tri, ecc.), dove discutere dei problemi della politica, della società e della vita quotidiana, non nei talk show televisivi, sempre più stereotipati e ripetitivi.

Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo cercare il modo che si realizzi la condizione necessaria per far funzionare effettivamente e in modo incisivo la democrazia che consiste nell’avere a disposizione mezzi di comunicazione indipendenti, plurali e veritieri, cosa oggettivamente difficile, visto che attualmente i mezzi di comunicazione di massa, televisivi e giornali sono in mano agli stessi che controllano e fanno profitti con l’industria bellica.

Purtroppo, oggi le politiche dell’Unione Europea, la politica degli Stati Uniti D’America, come la politica italiana, sia di centrodestra che di centro sinistra, si è fatta, da troppi anni, custode cieca e ubbidiente dell’ortodossia ideologica neoliberale e globalista. Infatti il «Il tratto che unisce le due sponde dell’Oceano Atlantico è prprio una crescente e angosciata domanda di protezione da parte di quei settori della società che non riescono a tenere il passo con le rivoluzioni in atto: la coda lunga della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, il digitale e l’intelligenza artificiale, i cambiamenti climatici con la transizione ecologica. Questi cittadini in affanno spesso si isolano, non riconoscendosi più nell’offerta politica», in P.G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, Roma-Bari 2024, p. 245.

In questo contesto è molto interessante notare come la «madre di tutte le battaglie», quella della lotta contro la disuguaglianza sociale non ha portato a grandi risultati, malgrado le nobili premesse programmatiche presenti nel dettato costituzionale. Sono proprio gli appartenenti alle classi sociali più povere a non partecipare più al voto, infatti il tanto discusso astensionismo rivela, ad un’analisi critica, il suo carattere fortemente classista finendo per ricadere e coinvolgere, in numero sempre maggiore, i ceti deboli, precari e disagiati della società, in quell’enorme spazio pubblico rappresentato dalle periferie non solo urbane ma soprattutto economico-sociali e politico-culturali. È da quel punto esatto del corpo della democrazia repubblicana che sono andati emergendo i cosiddetti sovranismi a trazione post o neofascista che tuttavia non rappresentano la causa della crisi democratica ma il più grave sintomo manifesto. Come molto bene ricorda l’autore, «la malattia di cui soffrono le democrazie mature non è il populismo in sé quanto piuttosto la profonda crisi dello Stato sociale di stampo keynesiano». Inoltre conosciamo bene quali gravi conseguenze provocano le grandi disuguaglianze economiche, ad esempio: «l’aumento dei problemi sanitari e sociali, rafforzano razzismo e violenza, ostacolano la mobilità sociale, sono responsabili dell’abbassamento del livello di istruzione e del benessere generale. L’incremento delle disparità si traduce in minore felicità collettiva, minore fiducia e coesione sociale, quindi in un indebolimento complessivo della comunità e della democrazia. Perché, di fronte ai danni che provocano ai singoli individui e alla società nel suo insieme, le disuguaglianze persistono e diventano, nell’attuale momento storico, sempre più estreme», in C. Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 7.

Le delocalizzazioni degli stabilimenti dalle nazioni– come l’Italia – che avevano protezioni sindacali elevate verso paesi a basso costo del lavoro e pressoché nessuna tutela per i lavoratori (né rispetto per l’ambiente), sono diventate all’ordine del giorno; ne sono conseguite perdite occupazionali e una precarizzazione del lavoro, nell’illusoria convinzione di poter competere sul terreno dei costi di produzione anziché su quello dell’innovazione di processo e di prodotto. Tutto questo rivolgimento ha prodotto una nuova figura sociale: i “perdenti della globalizzazione”. Operai, impiegati, ma anche abitanti delle periferie della città e dei territori marginali, che avevano raggiunto un buon livello di reddito e di protezione sociale, hanno visto rapidamente messe in discussione le loro certezze e soprattutto non si sono più sentiti tutelati dalla politica e dalle istituzioni, a loro volta balbettanti nell’affrontare le ricadute negative della globalizzazione nelle economie mature, anche perché abituate a ragionare e ad avere potere di decisione e intervento solo su dimensione nazionale e non su scala planetaria», in F. Fornaro, Una democrazia senza popolo. Astensionismo e deriva plebiscitaria nell’Italia contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino 2025, pp. 151-152.

La nuova «società di mercato», in fondo il vero prodotto finale della globalizzazione e della finanziarizzazione del capitalismo, ha così finito per prevalere, determinando drammaticamente, in molti, un’estesa «perdita di status» e una «paura del futuro», che ha avuto effetti economici e psicologici devastan ti soprattutto rispetto al rapporto con la partecipazione politica.

In questa situazione, ritiene Fornero, i sempre più numerosi «perdenti della globalizzazione» si sono sentiti traditi, anche con ragione oggettiva, in primo luogo da chi avrebbe dovuto difenderli dalla «mondializzazione dei fattori di produzione e dagli effetti devastanti della crisi economica del 2008, che ha visto la cancellazione del 13% della produzione mondiale e del 20% degli scambi commerciali e l’avvio di una fase di depressione che è durata più a lungo di quella del 1929» (p. 153).

Oggi purtroppo L’unione Europea rimane sostanzialmente “un gigante economico ma un nano politico”. L’Unione Europea, in buona sostanza, ha tradito le grandi aspettative che avevano portato alla sua nascita, in parti colar modo l’accettazione passiva del sistema economico del neoliberismo. Invece di incrementare l’Europa dei popoli e la democrazia partecipativa, de liberativa e consapevole dei suoi cittadini con una maggiore partecipazione alle decisioni: «I banchieri centrali … hanno preferito salvare gli istituti di credito che investire nella formazione, nella sanità e nella lotta ai cambia menti climatici. Così hanno contribuito ad aumentare la concentrazione del le ricchezze, perché i più ricchi beneficiano della crescita dei titoli di borsa e immobiliari consentita dalle acquisizioni dei titoli e dal denaro pubblico, mentre il risparmio delle persone meno abbienti è schiacciato dall’inflazione. Le regole europee di libera circolazione dei capitali si sono rivelate così estreme che perfino il Fondo monetario internazionale ha deciso di reintrodurre alcune forme di controllo dei capitali. Le nuove regole europee hanno anche contribuito ad aggravare il dumping fiscale (quando uno stato offre tasse più basse per attirare aziende e persone straniere): riduzione senza limiti dell’imposta sulle aziende, sviluppo dei paradisi fiscali, imposizione fiscale», in Thomas Piketty, Uno sguardo al passato per ripensare all’Europa, in “Internazionale”, n. 1548, 2/8 febbraio 2024, p. 38.

Ecco perché si deve invertire questa tendenza, per fare in modo che l’Europa democratica contrasti fortemente il ridimensionamento, se non proprio l’abolizione, della “politica” democratica in atto, vale a dire contrastare tutte le tendenze che negli ultimi anni rendono verosimile il diffuso comune sentire della inutilità della partecipazione e del voto. Infatti, ben conosciamo il dato di fatto che la democrazia non è possibile senza l’effettiva partecipazione dei cittadini e senza spazio di comunicazione libera, non manipolata e un agire politico libero e consapevole. Si deve contrastare la trasformazione degli Sta ti e delle istituzioni in dispositivi burocratici di sola gestione economica, per giunta ispirata a politiche di privatizzazione e austerità, perché questo significherebbe avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare, cosa che in realtà è avvenuta negli ultimi decenni. Oggi i tecnocrati europei vorrebbero sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i “presunti nemici”.

Mentre in realtà la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei sono razionalmente contrari alla guerra e all’aumento delle spese militari, soprattutto perché comportano il taglio delle spese sociali. Di contro i politici al potere tagliano le spese sociali e aumentano sconsideratamente le inutili e dannose spese in armamenti, questo è diventato uno dei motivi che negli ultimi anni ha fatto aumentare l’astensionismo elettorale.

Bisogna opporsi fermamente al riarmo dell’Europa voluto dagli euroburocrati. Non c’è difesa europea possibile senza una pace vera e duratura. Non c’è Unione Europea senza la democrazia e il voto libero e capace di incidere dei cittadini europei su tutte le questioni importanti. È arrivato ora il momento di rispolverare il motto del filosofo Kant: “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” Dobbiamo essere felici di sapere che la maggioranza degli italiani usi la propria intelligenza e si dichiari contro la guerra e l’inutile riarmo.

Oggi è fondamentale invertire la rotta e tornare a favorire la crescita sociale e egualitaria europea anche perché come sostiene l’economista Thomas Piketty: «Gli Stati Uniti non sono più un paese affidabile. Per alcuni non è una novità. La guerra in Iraq nel 2003 – con più di centomila morti, la destabilizzazione della regione e il ritorno dell’influenza russa – aveva già mostrato al mondo le conseguenze dannose della tracotanza militare statunitense. Ma la crisi attuale è inedita, perché chiama in causa il cuore stesso della potenza economica, finanziaria e politica del paese, che sembra disorientato, governa to da un leader instabile e imprevedibile, senza alcun contrappeso in grado di ristabilire la democrazia. Per ragionare su quello che succederà in futuro, bi- sogna rendersi conto della portata della svolta in corso. Se i trumpiani stanno portando avanti una politica così brutale e disperata è perché non sanno come reagire all’indebolimento economico del loro paese. A parità di potere d’acquisto, cioè in termini di volume reale di beni, servizi e macchinari prodotti ogni anno, il Pil della Cina nel 2016 ha superato quello degli Stati Uniti. Oggi lo supera del 30 per cento e raggiungerà il doppio del Pil statunitense entro il 2035. La realtà è che gli Stati Uniti stanno perdendo il controllo del mondo», in T. Piketty, Gli Stati Uniti hanno perso il controllo del mondo, in “L’Internazionale”, del 18 aprile 2025, n. 1610, p. 38.

Oggi più che mai c’è «bisogno di “politica” nel senso forte del termine, perché solo così possiamo promuovere quella cultura comune, quel modo condiviso di rapportarsi alla sfera della convivenza entro uno stesso spazio pubblico … senza il quale non si costruisce quella che è la base di ogni aggregazione politica … la tensione verso il consegui mento del bene comune», in P. Pombeni, Lo stato e la politica. Quando contano nel mondo globale di oggi, Il Mulino, Bologna 20202, p. 165.

Tornare a pensare ad una società politica italiana e europea libera, demo cratica partecipativa, con al primo posto una istruzione adeguata veramente per tutti, con tutti i diritti sociali garantiti, dove le persone siano veramente uguali, e ognuno possa sviluppare le sue capacità per potere vivere con dignità.  Ma per farlo si devono ridurre le disuguaglianze, causate dalle politiche di austerità volute dall’ideologia neoliberista, cosi da ridare speranza per il futuro. Un possibile mondo futuro in una società con grandi investimenti in istruzione, composta da persone pensanti, libere e autonome dove si riescano a mettere da parte i personali egoismi individuali per raggiungere in modo solidale quella che più si avvicina, come ha prospettato il filosofo e sociologo Jürgen Habermas, la “migliore soluzione possibile” dei problemi del vivere insieme che riguardi effettivamente il bene e le esigenze effettive comuni di tutte le persone, di tutti i componenti la società senza nessuna differenza.

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