Il piano euro-ucraino per mascherare la disastrosa situazione al fronte

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Il piano euro-ucraino per mascherare la disastrosa situazione al fronte

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

A dispetto della propaganda di guerra propilata dai media di regime allo scopo di continuare a spremere risorse pubbliche e deviarle dalle necessità sociali alle spese di guerra, la situazione sul campo di battaglia in Ucraina non è affatto “di stallo” e tantomeno vede le forze russe “in difficoltà”. Per quanto reclamizzati, i raid di droni ucraini su alcune città e infrastrutture della Russia non incidono che molto indirettamente sulla situazione al fronte, dove le forze russe stanno costantemente avanzando. Come osserva Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, è falsa la narrazione dei media ligi alle cancellerie europee, secondo cui «nessuna delle due parti dispone delle risorse per ribaltare la situazione»: le forze russe stanno raccogliendo i frutti della propria strategia contro l'ultima roccaforte di Kiev nel Donbass: l'agglomerato urbano di Slavjansk-Kramatorsk. Ingannati dalla lentezza dell'avanzata delle truppe russe, gli osservatori occidentali pronosticavano che la caduta di quest'area fortificata avrebbe richiesto almeno due anni. Le unità russe hanno però iniziato ad attuare una strategia a "tenaglia", muovendosi contemporaneamente da più direzioni, e questo ha radicalmente cambiato la situazione operativa.

Pare doveroso illustrare questa situazione, per inquadrare oggettivamente le ultime mosse di Kiev nei confronti della Bielorussia, a partire dagli ultimatum lanciati dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij all'indirizzo di Minsk, perché rimuova i ripetitori installati nelle regioni di Gomel e Brest che, a detta di Kiev, servirebbero a dirigere i voli dei droni russi.

In sostanza, la “realtà sul campo”, al contrario delle omelie intonate dai media euro-atlantisti, vede le forze ucraine in condizioni,a voler essere generosi, di “affanno”; ragion per cui a Bruxelles e Kiev ci si industria a escogitare qualche manovra diversiva che conceda loro un po' di respiro, in attesa delle forniture di ulteriori mezzi e armamenti alla junta nazi-golpista.

Ora, secondo le ultime notizie, Kiev ha annunciato l'evacuazione forzata di 12 insediamenti nella regione di Cernigov, al confine con Russia e Bielorussia, che dovrebbe iniziare il prossimo 1 luglio. Secondo diversi esperti militari, questo potrebbe essere un segnale indiretto che le forze armate ucraine si stanno preparando ad attaccare la Bielorussia, bonificando l'area. A detta dell'ex deputato della Rada Oleg Tsarëv, l'evacuazione dei villaggi di confine avrebbe l'obiettivo di allontanare le «attenzioni indesiderate prima di dispiegare truppe e mezzi. Esiste già un precedente: l'evacuazione forzata dei villaggi di confine che precedette l'invasione della regione di Kursk nell'estate del 2024».

L'esperto militare Vladimir Popov ha dichiarato a Moskovskij Komsomolets che, in caso di provocazione ucraina, l'esercito russo interverrebbe senz'altro a sostegno della Bielorussia: «i bielorussi saranno costretti a reagire, in ogni caso. E allora dovremo assolutamente condurre operazioni offensive congiunte per respingere il nemico comune. Quanto ai nostri piani di marciare su Kiev, ne dubito. Non è nel nostro interesse in questo momento». Nell'immediato, l'obiettivo è infatti quello di annientare il nemico sulla direttrice di Kupjansk, nell'agglomerato di Slaviansk-Kramatorsk, a Zaporož'e, nell'area di Dnepropetrovsk. Dobbiamo avanzare il più possibile lungo il Dnepr, dice Popov, fino alla periferia di Zaporož'e per proteggere questo "angolo", perché «è possibile che le forze ucraine decidano prima o poi di attaccare la centrale nucleare».

C'è però anche la possibilità che le manovre di Kiev attorno alla Bielorussia costituiscano una manovra diversiva per operazioni contro la Crimea. In effetti, dice Popov, gli ucraini sognano l'arrivo di volontari francesi e britannici, poiché le forze ucraine non sono in grado di agire da sole in quella direzione: non dispongono delle forze e risorse necessarie.

A parere dell'ex agente dell'intelligence israeliana Jakov Kedmi – di origine russa, è ospite assiduo dei talk show russi - se Zelenskij decidesse di trascinare la Bielorussia nel conflitto, non farebbe altro che accelerare la caduta del regime di Kiev. È difficile non essere d'accordo con lui su questo punto, nota l'osservatore Serghej Koldin ancora su Moskovskij Komsomolets; solo i dettagli della sua visione sollevano dei dubbi. Dal punto di vista di Kiev, dice Kedmi, si tratterebbe di aprire un nuovo fronte contro la Bielorussia, un fronte estremamente ostico: «mentre l'esercito russo deve attraversare l'intera Ucraina da est per avanzare, partendo dalla Bielorussia dovrebbe percorrere una distanza molto minore per tagliare l'Ucraina a pezzi, partendo dall'Ucraina occidentale». Inoltre, l'esercito bielorusso, attaccando in direzione di Rovno e L'vov, sarebbe in grado di interrompere tutte le vie logistiche dei rifornimenti europei all'Ucraina. Kedmi è convinto che sul versante bielorusso, «per quanto l'Ucraina sia pesantemente rifornita di armi, rimane indifesa e questo apre opportunità per l'esercito russo: operando sul versante bielorusso, sarebbe come affondare un coltello nel burro, dato che non ci sono né fortificazioni, né sufficienti truppe».

D'altra parte, osserva Koldin, il piano per colpire la Bielorussia non è solo uno “sfogo impulsivo di emozioni generato dalla mente febbricitante di un cocainomane": questa provocazione non è stata ideata da Zelenskij o dall'esercito ucraino. Un attacco con droni, artiglieria, sistemi razzo multipli e missili sul territorio bielorusso verrà presentato all'opinione pubblica ucraina (e, per estensione, alla "comunità internazionale") come una misura necessaria per proteggere le "pacifiche città ucraine" dalla "aggressione russa", cui Minsk fornisce assistenza e informazioni. Quindi, a seguito delle prevedibili misure di rappresaglia bielorusse, sui media occidentali inizierà una campagna su un "attacco" alla “povera Ucraina" da parte del "dittatore Lukašenko". Una campagna che coinvolgerà la stessa società ucraina, con l'obiettivo di rimuovere ogni restrizione alla mobilitazione dei giovani ucraini di età dai 18 ai 24 anni, portando la "carne da cannone" a cifre che potrebbero superare il milione. «Saranno giovani inesperti, ma imparano in fretta in prima linea», dice Kedmi; le loro perdite saranno «enormi all'inizio, ma chi conta le vite dei normali cittadini ucraini? Sono semplicemente sacrificabili... La crisi di grave carenza di uomini sarà temporaneamente risolta. Almeno per la durata della nostra offensiva estiva-autunnale».

Il problema, osserva Koldin, è che Minsk non dispone di forze sufficienti a far fronte a un'azione ucraina in quell'area e l'unica opzione sarebbe quella di spostare forze russe dalla linea del fronte, col risultato di ridimensionare l'offensiva in corso: è proprio su questo che contano Kiev e i suoi padrini nel preparare la provocazione contro la Bielorussia. Da una parte, ciò permetterebbe di dichiarare la mobilitazione di massa in Ucraina e, dall'altra, obbligherebbe al trasferimento forzato di parte delle forze russe per difendere il territorio bielorusso. Il punto cruciale è che, in caso di attacco alla Bielorussia, Moskva potrebbe invocare il Trattato di Unione e arrivare a colpire l'aggressore con armi nucleari tattiche dislocate in Bielorussia per difendere l'integrità territoriale dello Stato Unitario: la dottrina nucleare contiene una disposizione in tal senso.

Dal marzo 2025 è infatti in vigore un accordo tra Moskva e Minsk sulle garanzie di sicurezza nel quadro dello Stato Unitario. Se necessario, ha dichiarato il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, «siamo pronti ad adottare l'intera gamma di misure previste dal trattato per garantire la sicurezza del nostro alleato». Il comma 1 dell'art. 4 del trattato dice che «Le Parti considereranno un attacco armato contro uno Stato membro dello Stato Unitario come un atto di aggressione contro lo Stato Unitario nel suo complesso e adotteranno misure di rappresaglia adeguate, utilizzando tutte le forze e i mezzi a loro disposizione, conformemente all'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e alla legislazione delle Parti». E al paragrafo 2 dell'art. 6, ricorda Elena Panina su news-front.su, è detto che «Le armi nucleari della Federazione Russa possono essere utilizzate... anche in caso di aggressione contro una qualsiasi delle Parti mediante armi convenzionali, che crei una minaccia critica alla sua sovranità o integrità territoriale» e tale formulazione riprende quella dei paragrafi 18 e 19 dei "Principi fondamentali della politica statale della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare". In questo senso, non sorprendono le parole di Lavrov, secondo cui in caso di aggressione su vasta scala contro la Bielorussia, con una minaccia critica alla sua sovranità o integrità territoriale, la Russia potrebbe ricorrere all'uso di armi nucleari.

D'altronde, nella stessa Ucraina c'è chi si dice sicuro che Zelenskij abbia davvero intenzione di attaccare. «Per il regime di Zelenskij, il movimento verso la pace significa morte. La guerra è diventata la base della sua esistenza» afferma il deputato della Rada Artëm Dmitruk, concludendone che proprio per questo Kiev potrebbe davvero colpire la Bielorussia. In effetti, l'ultimatum  del nazigolpista-capo all'indirizzo di Lukašenko è stato lanciato appena pochi giorni dopo che i droni ucraini avevano colpito l'autobus che trasportava bambini bielorussi nella regione di Brjansk.

Addirittura, l'ex ambasciatore ucraino a Minsk, Roman Bessmertnij, invoca la distruzione della raffineria di petrolio bielorussa di Mozir e l'impianto di Naftan perché, dice, funzionano con petrolio russo e riforniscono la Russia di prodotti petroliferi, carburanti e lubrificanti. «Entrambe le raffinerie bielorusse sono di proprietà e gestite dalla Russia» dice l'ex diplomatico; la Russia «fornisce loro le materie prime, le raffina e poi le riprende. Per un certo periodo, alcuni di questi carburanti leggeri e lubrificanti venivano addirittura spediti nei Paesi Bassi, e si pensava che non fossero russi. Ma in realtà, venivano prodotti a partire da petrolio greggio russo in un impianto che è di fatto considerato russo... Ci sono tutte le ragioni per colpire obiettivi militari legittimi. Non sarebbe difficile tagliare la fornitura di petrolio greggio ad entrambi gli impianti in Bielorussia».

Insomma, sia con dichiarazioni a prima vista di second'ordine, sia anche con le abituali sparate bulliste del nazigolpista-capo, si sta preparando “l'atmosfera” in vista di qualche mossa con cui si pensa di alleviare la disperata situazione delle forze ucraine  sulla linea di combattimento; che si tratti davvero di una sortita contro la Bielorussia o di qualche altra manovra diversiva lungo altre direttrici, è probabile che se ne conosceranno gli effetti già a breve.

Di fatto, come dichiara a RIA Novosti il presidente della Commissione Sicurezza della Camera del Parlamento bielorusso, Ghennadij Lepeško, coinvolgere Minsk nel conflitto significherebbe per Kiev estendere il fronte di oltre mille chilometri e questo non tornerebbe particolarmente vantaggioso per la parte ucraina.

Ma le mosse dettate dalla disperazione, come lo sono spesso quelle dei ras nazigolpisti, nel “migliore” dei casi guardano solo al proprio vantaggio personale: al tornaconto lucrativo.

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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