La nuova Belt and Road: più tecnologia e investimenti nel Sud globale
La Belt and Road Initiative cinese sta entrando in una nuova fase, molto diversa da quella dei grandi progetti infrastrutturali che ne hanno caratterizzato gli inizi. Nel primo semestre del 2026, gli investimenti cinesi nei 150 Paesi aderenti hanno raggiunto 49,8 miliardi di dollari, mentre i contratti di costruzione hanno toccato quota 76,5 miliardi, il dato più alto per un primo semestre dall'avvio dell'iniziativa nel 2013. Sono oltre 30 gli accordi superiori al miliardo di dollari, compreso un contratto da 8 miliardi per una ferrovia negli Emirati Arabi Uniti. Il motto della fase pandemica, quello dei progetti «piccoli e belli», appare ormai superato.
La trasformazione riguarda soprattutto la struttura del capitale e la natura degli investimenti. Pechino sta privilegiando fondi azionari congiunti, cofinanziamenti attraverso istituzioni finanziarie straniere e soprattutto il crescente ruolo delle imprese private. La quota delle aziende cinesi private nelle attività legate alla Belt and Road è passata dal 12,5% del 2020 al 47,7% nei primi sei mesi del 2026. Non si tratta più soltanto di costruire porti, ferrovie o grandi dighe, ma di creare fabbriche, catene di approvvigionamento, joint venture e trasferimenti tecnologici.
Parallelamente, l'energia verde è diventata uno dei principali terreni di espansione. L'impegno cinese in energie rinnovabili e idroelettrico è quasi raddoppiato, arrivando a circa 20,1 miliardi di dollari nel primo semestre, mentre le rinnovabili rappresentano ormai il 56% dell'intero coinvolgimento cinese nel settore energetico. Ma la transizione non è ancora completa. I combustibili fossili continuano a ricevere investimenti e in molti Paesi del Sud globale mancano studi di fattibilità e infrastrutture di rete sufficienti per trasformare la domanda di energia verde in grandi progetti industriali. È qui che emerge il significato politico della nuova strategia cinese. Pechino respinge infatti l'accusa di voler «ritirare la scala» dello sviluppo ai Paesi del Sud globale e sostiene, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning, di voler invece «costruire scale» affinché possano avanzare. La cooperazione cinese, evidenzia Pechino, passa dalla fornitura di tecnologie e attrezzature industriali a costi competitivi, dalla condivisione di competenze e dalla costruzione di piattaforme capaci di collegare i Paesi del Sud globale ai mercati egiziano, europeo, africano e mediorientale.
La nuova Via della Seta appare quindi meno dipendente dal credito sovrano e più concentrata su tecnologia, energia, industria e catene produttive. Una trasformazione che riduce il peso dei grandi progetti simbolici e punta a rendere la presenza cinese più profonda e, soprattutto, più integrata nei processi di sviluppo del mondo multipolare.
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