Lo spettro giapponese di sfondo per il futuro dell'Italia

L'aspetto più incredibile della crisi attuale è quello che ancora non è accaduto

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Lo spettro giapponese di sfondo per il futuro dell'Italia

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Da quando la crisi economica è iniziata nel 2008, in Italia il Pil è diminuito dell'8%, un milione di lavoratori hanno perso il loro posto di lavoro ed i salari reali sono sotto crescente pressione. Nel sud, un giovane – specialmente se donna – che viene pagata in tempo con regolare contratto è una rarità. E, nonostante questo, argomenta Federico Fubini in Europe’s Japan?, con un governo di coalizione incapace di indirizzare le preoccupazioni ed i problemi del paese, l'aspetto più incredibile della crisi attuale in Italia è quello che ancora non è accaduto: i cittadini non hanno ancora riempito le strade per chiedere il cambiamento. 
Durante la crisi, la società italiana è rimasta incredibilmente ferma: la natura sottomessa delle poche proteste pubbliche stridono con quelle degli altri paesi europei in difficoltà – come Grecia, Spagna, Portogallo ed Irlanda. Ed anche la Svezia ha conosciuto alcuni scontri quest'anno ed il Regno Unito nel 2011.
L'assenza di sfoghi della rabbia popolare in Italia può essere parzialmente spiegato, secondo Fubini, dai risparmi costruiti dalle generazioni precedenti. L'esperienza del Giappone di oltre 20 anni di stagnazione economica offre lezioni importanti per i paesi democratici in crisi con una popolazione anziana. Durante i decenni perduti, i leader giapponesi hanno avuto pochi incentivi ad intraprendere i cambiamenti necessari perché gli elettori non facevano le pressioni necessarie. E la ragione è profondamente radicata nel tasso demografico del paese: la società giapponese è una delle più anziane, con circa il 40% della popolazione ha oltre 54 anni ed un'età media di 45.8.
I cittadini più anziani possiedono i risparmi maggiori e sono chiaramente più ostili al cambiamento, così come coloro che sono vicino al pensionamento ed hanno poche possibilità di perdere il loro lavoro in un'economia non competitiva. Le persone anziane chiaramente non preferiscono vivere in un paese intrappolato nella crisi, ma, sostiene Fubini, sono più focalizzati sul potere d'acquisto che sulle riforme. 
Al momento l'Italia ha la terza popolazione più vecchia al mondo – il 33% hanno oltre 55 anni e la media è 44.2. Come in Giappone, gli anziani hanno ampi risparmi: nel Piemente, ad esempio, coloro che hanno oltre  €350,000 di patrimonio hanno una media di 66 anni. 18.6 milioni di italiani ricevono inoltre benefici pensionistici – anche se 11 milioni ottengono meno di mille euro al mese – mentre solo in 12 milioni hanno un contratto lavorativo full-time.
Come in Giappone, il malessere italiano si è acuito con la crescita delle disparità generazionali. Il sistema di tassazione è squilibrato a favore dei risparmiatori: al 12.5% di imposte sui guadagni dai bond governativi si contrappone il 50% che le imprese devono pagare quando rischiano il loro capitale per lanciare nuove start up. In modo similare, in Italia le tasse sugli immobili sono il 2% circa della rendita complessiva dello stato, comparato con il 4% della media Ocse, i proprietari di terre pagano il 15% sulle rendite; mentre i lavoratori non qualificati ne esborsano il 23% sul loro reddito. 
Nella lotta tra rendite e produzione è la prima a prevalere da un punto di vista politico. Secondo un sondaggio EMG, solo il 60% degli italiani tra i 18 ed i 34 anni dichiara che andrà a votare alle prossime elezioni, comparato con il 72% di quelli oltre i 55. I pensionati hanno la più alta propensione al voto (73%), studenti ed i disoccupati la più bassa. 
Non è sorprendente, prosegue Fubini nella sua analisi, che i politici assecondino le esigenze della massa elettorale maggiore. Ma questo crea un circolo vizioso: mentre i giovani ed i lavoratori diventano sempre più alienati al processo politico, i governanti continuano ad attuare politiche contrarie ad i loro interessi, allontanandoli ulteriormente dalle urne.
Gli sviluppi recenti in Giappone, conclude Fubini, offrono tuttavia una speranza: le preoccupazioni crescenti per l'ascesa della Cina hanno incoraggato gli elettori giapponesi a supportare il primo ministro Shinzo Abe ed il suo programma di riforma coraggiosa noto come Abenomics. I suoi risultati potranno essere giudicati tra qualche anno ma il mandato per rinvigorire l'economia stagnante era necessario. La questione è che tipo di shock sarebbe necessario per motivare gli italiani ad un simile cambiamento: non è stato certo l'adozione dell'euro nel 1999 che non ha aumentato la competitività sui mercati emergenti, né ha fermato il declino del paese. Ma, a meno che inizio a chiedere che i loro leader indirizzino le sfide economiche del paese invece di evitarli, l'Italia è destinata ad un decennio, o forse due, “perso” sulla falsa riga del Giappone.  

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