Mariela Castro dietro il riavvicinamento tra Usa e Cuba?

Proprio in questi giorni ha ricordato come lo zio Fidel deve essere contento dell'appeasement. Ma a chi gioverà?

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Chi c'è dietro l'apertura delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba dopo 53 anni di crisi endemica? In pochi si sono posti questa domanda. Se pensiamo alla situazione tutt'altro che stabile dell'amministrazione americana a livello geopolitico, il fatto che il Congresso a guida repubblicana molto difficilmente porrà fine all'embargo e, infine, che non sia in discussione la chiusura di Guantanamo, è incomprensibile, scrive Augusto Rubei sul Fatto Quotidiano, come il regime cubano possa aver accettato uno “scambio” del genere. E quindi ci potrebbe essere stato lo zampino di Mariela Castro, che proprio in questi giorni ha ricordato come lo zio Fidel deve essere contento dell'appeasement con il vicino yankee...
 
 
C’è da chiedersi dunque chi, realmente, ne gioverà di questo trattato di pace firmato in bianco. La corsa al business è sproporzionata e finirà per pesare inevitabilmente sull’identità di un regime che dall’embargo aveva comunque tratto la sua ragione di esistenza. Cuba era la Cuba che tutti oggi conosciamo, e che molti hanno ingiustamente idolatrato dietro la realizzazione di un’idea perversamente di sinistra, proprio perché recintata dentro l’umiliazione del bloqueo.
A conti fatti L’Avana potrà invadere gli States con i suoi sigari, ma il contraccolpo sul fronte delle comunicazioni e della diffusione di Internet sarà devastante. L’eventuale ingresso di colossi della rete aprirà ai cubani il mondo che per decenni gli è stato nascosto. I Castro sanno che non potranno giustificare in eterno le differenze, ovvero i tappeti rossi negli edifici governativi e le case in macerie del popolo, il divieto di espatrio (solo parzialmente abolito, perché quasi nessuno, a Cuba, oggi è in grado di sostenere il solo costo delle tasse per la richiesta del passaporto) e i viaggi di piacere della figlia Mariela, come quello compiuto a 15 anni in Europa per il suo compleanno.
Ecco, appunto, Mariela Castro. Proprio lei è il terzo interrogativo. In questi giorni ha detto che lo zio dev’essere felice del risultato ottenuto, anche se la sensazione è un’altra. Sul suo ruolo nelle trattative nessuno parla, ma la nipote de la revolución già da qualche anno aveva compreso che un altro socialismo, più dialettico e inclusivo, è possibile. Ad esempio sbandierando lotte, come quella per i diritti omosessuali, che in breve tempo hanno aperto un informale tavolo di confronto con Obama per ulteriori concessioni americane.
Del resto, a Mariela è sempre piaciuto sentirsi un po’ la pecora nera della famiglia: ad agosto votò pubblicamente contro una legge del padre sulla discriminazione dei lavoratori ricevendo il plauso della comunità internazionale. Un’indole eroica, anche se sulla sua coscienza pesa non aver mai ammesso, né una sola volta, di vivere in una regimetotalitario, dove la libertà di espressione può valere pure il costo della vita.
Comodo, per una che ha sempre detto di volere una Cuba diversa. Chissà, forse questa volta ci è riuscita veramente, ignorando che il passo compiuto dagli Stati Uniti però giunge nel bel mezzo di due shock economici di vaste dimensioni, che hanno investito simultaneamente la Russia e il Venezuela, e che ora rischiano di trascinare a fondo ancheTeheran.
Dietro la buona realizzazione di un mandato presidenziale a Washington c’è sempre il “fantasma comunista“. Serviva un nuovo Paese amico. E qualcuno che svendesse Cuba. Credendo – magari onestamente – che la peggior democrazia è preferibile alla migliore delle dittature.

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