Obama e la nuova enfasi sui diritti umani

E' giunto il momento che il presidente americano meriti il premio Nobel per la pace

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In Obama should end his reticence on rights, Gideon Rachman sostiene come la crisi a Gaza abbia riaperto il principale problema della politica estera americana, vale a dire il non riuscire ad affermare la sua autorità morale, ma continuare ad utilizzare un approccio da due pesi e due misure. Israele non è il solo beneficiario di questa scelta americana: le condanne feroci contro le repressioni in Siria, Libia e l'Egitto di Mubarak, infatti, stridono rispetto al silenzio verso le pari violenze perpetrate dall'alleato saudita del Bahrein contro la minoranza sciita. Silenzio anche rispetto alle violazioni dei diritti umani di sue altri alleati come Rwanda e Sri Lanka. 
Con una percezione prettamente pragmatica e realista, continua il columnst del Ft nella sua analisi, la preoccupazione americana per il rispetto dei diritti umani viene sempre bilanciata con quelle attinenti alla sicurezza nazionale – in particolare preservare alleanze, evitare conflitti, rafforzare le istituzioni interne. Quello che è necessario nel secondo mandato di Obama è che l'America affermi con più autorevolezza il rispetto dei diritti umani, la libertà politica e la protezione dei civili, come principi universali e non utilizzabili solo quando conveniente.
Nel suo primo mandato, il freddo pragmatismo di Obama è risultato un ottimo antidoto all'eccessivo moralismo di George W. Bush. Ma, secondo Rachman, Obama ha eccessivamente corretto gli errori del suo predecessore, con il risultato che si è trovato impreparato con la rivolta iraniana del 2009 e la primavera araba. Quando il presidente ha tenuto il celebre discorso del Cairo nel 2009 - invocando una migliore relazione tra gli Stati Uniti ed il mondo musulmano - molti analisti l'avevano giudicato come un punto di svolta. Rileggendolo però ora dopo la primavera araba, sottolinea Rachman, quel discorso è l'emblema del fallimento americano di aiutare la regione ad uscire dalla stagnazione politica. Obama, in particolare, deve rimpiangere il fallimento di non aver dato il supporto necessario alla rivolta “verde” in Iran nel 2009, quando la voce degli Stati Uniti è stata imperdonabilmente esitante.
Secondo Rachman, però Obama sembra intenzionato ad usare il suo secondo mandato per un cambiamento radicale d'approccio, con una maggiore enfasi all'importanza dei diritti umani nella politica estera americana. Del resto, la sua prima visita all'estero dopo le elezioni è stata in Myanmar, che gli ha dato la possibilità di riabbracciare Aung San Suu Kyi, con la sua collaboratrice, Samantha Power, che ha precisato come “sia il segnale del presidente ai paesi dove i processi di riforma non sono ancora iniziati o dove la repressione è in corso”. Anche se però in molti hanno sottolineato che il vero scopo del viaggio era la lotta d'influenza con la Cina.
Nulla alimenta più le critiche del ruolo americano nel mondo come il supporto fornito ad Israele. È giusto che l'amministrazione Obama difenda il diritto d'Israele di rispondere ai missili di Hamas da Gaza, ma il presidente avrebbe potuto mostrare maggiore vicinanza per le morte dei civili palestinesi, inclusi 30 bambini. Una delle ironie del primo mandato di Obama è che, nonostante la sua retorica liberale, i principali risultati della sua politica estera riguardano l'uccisione di Osama bin Laden e la mutilazione del vertice della leadership di al Qaeda grazie agli attacchi dei droni. Come vincitore del premio Nobel per la Pace, Obama vorrebbe lasciare un'eredità diversa nel suo secondo mandato. Una nuova enfasi su diritti umani, democrazia e protezione dei civili nel mondo – incluso Gaza – sarebbe un buon inizio. 

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