SUPREMATISMO E RETORICA ANTI-ISLAM E IRAN

La costruzione del mostro orientale sulla stampa italiana

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SUPREMATISMO E RETORICA ANTI-ISLAM E IRAN

 

  

di Pasquale Liguori

 

Lo scorso 3 febbraio, i due principali quotidiani italiani hanno pubblicato editoriali sull'Islam e, in particolare, sull'Iran che, pur provenendo da prospettive diverse in apparenza, condividono una struttura argomentativa profondamente problematica. L'articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e quello di Massimo Recalcati su la Repubblica costituiscono due varianti di quello che Edward Said ha definito orientalismo: una modalità di rappresentazione dell'altro che funziona come negativo speculare necessario all'autorappresentazione occidentale. Non si tratta semplicemente di analisi sbagliate o incomplete, ma di un costrutto ideologico che istituisce l'alterità radicale come conditio sine qua non per l'affermazione della propria superiorità civilizzatrice.

Entrambi gli autori operano attraverso una strategia di riduzionismo che schiaccia l'Islam politico e l’Iran su una dimensione immutabile e monolitica. Galli della Loggia si chiede se nell'Islam esista libertà, trasformando una religione praticata da oltre un miliardo e ottocento milioni di persone in un'entità omogenea, impermeabile alla storia e alle sue interne contraddizioni. Recalcati, da parte sua, descrive il governo iraniano come “un'ideologia della morte”, costruendo una dicotomia assoluta tra la vita (l'Occidente democratico) e la morte (il dispotismo orientale).

Tale operazione, ovviamente, non è neutra. Ciò che entrambi gli articoli sistematicamente omettono è la dimensione storica e politica delle dinamiche che descrivono. Prendiamo il caso dell'Iran: la Repubblica Islamica non è l'espressione di un'essenza culturale statica, ma il prodotto di una storia recente complessa che include il colpo di stato orchestrato dai servizi anglo-americani della CIA e dell’MI6 nel 1953 contro il governo democraticamente eletto di Mossadegh, decenni di sostegno occidentale allo Shah e alla sua polizia segreta (la famigerata Savak), le conseguenze della guerra Iran-Iraq e lo strangolamento economico dovuto alle pesanti sanzioni.

Questa amnesia non è casuale ma strutturale. Ricordare il ruolo occidentale nella genesi e nel consolidamento delle difficoltà a cui deve far fronte l'Iran significherebbe complicare la narrazione binaria che oppone un Occidente portatore di libertà a un Oriente intrinsecamente dispotico. Significherebbe riconoscere che le stesse democrazie occidentali hanno ripetutamente sacrificato i princìpi democratici in nome di interessi geopolitici ed economici, in particolare il controllo delle risorse petrolifere. Va poi posta una questione terminologica non secondaria: perché ostinarsi a chiamare “regime” il governo iraniano mentre definiamo “democrazie” governi occidentali che sono complici di genocidio, sostengono commerci e traffici di armi con stati teocratici e dittature, e che hanno interiorizzato secoli di colonialismo e schiavismo? La scelta lessicale non è neutra ma strumentale: costruisce categorie di legittimità che hanno poco a che fare con la valutazione oggettiva delle pratiche di governo e molto con la riproduzione di un ordine simbolico coloniale.

L'argomentazione di Galli della Loggia si articola in un doppio movimento retorico che ha le caratteristiche del gioco di prestigio. La prima mossa consiste nel blindare la democrazia come proprietà esclusiva dell'Occidente. Egli stabilisce come un fatto che “si può tranquillamente ammettere” che “per un'infinità di ragioni storico-culturali il regime democratico [...] abbia visto la luce solo in Occidente”. Con questa premessa, presentata come un'ovvietà storica, ottiene il primo risultato tattico: esclude a priori che l'Islam possa produrre forme politiche democratiche. La democrazia non è un orizzonte universale, ma un'eredità etnica.

Una volta sbarrata la porta della politica, Galli della Loggia compie la seconda mossa: sposta il tavolo della discussione su un terreno apparentemente più aperto, quello della “libertà”. Scrive: “la domanda chiave da porre all'Islam non riguarda la democrazia [...] riguarda la libertà”. Qui scatta la trappola intellettuale. Dopo averci detto che è inutile chiedere all'Islam di essere democratico (perché non è roba loro), ridefinisce la libertà esclusivamente nei termini dell'individualismo liberale occidentale - fare, dire, credere ciò che si vuole - asserendo, fatalmente, che “non esiste un solo Paese islamico [...] dove la singola persona [...] sia effettivamente libera”.

La disonestà dell'operazione sta tutta in questa tenaglia logica: l'Altro viene prima espropriato della possibilità della democrazia per ragioni storiche e poi bocciato all'esame della libertà per ragioni culturali. Il risultato è un vicolo cieco ontologico: il musulmano è strutturalmente incapace sia di autogoverno politico (democrazia) sia di autonomia individuale (libertà).

Non si tratta di una gerarchia tra concetti, ma di una strategia di inferiorizzazione radicale. Spostare l'attenzione dal processo collettivo della democrazia all’attributo individuale della libertà serve a Galli della Loggia per trasformare una questione politica in una questione antropologica. Il problema non sono più i regimi o le istituzioni, ma la “testa” del musulmano, la sua cultura, la sua religione. Questa impostazione non serve a capire l'Islam, ma a costruire un muro in Europa. Non a caso, l'autore collega immediatamente questa presunta assenza di libertà alla presenza dei migranti in Italia, chiedendosi se chi arriva da quei paesi possa condividere i nostri valori. La retorica sulla libertà si rivela per ciò che è: non un augurio di emancipazione per i musulmani, ma un criterio di esclusione per preservare la purezza dell'identità occidentale. È un suprematismo che si maschera da interrogativo filosofico: le regole del gioco sono scritte affinché l'Altro risulti sempre, inevitabilmente, inadeguato.

Se l'orientalismo di Galli della Loggia è politico, quello di Recalcati è patologizzante e, forse, ancora più insidioso. Dietro il lessico psicanalitico, il suo articolo opera una brutale riduzione dell'Iran a caso clinico, trasformando un conflitto geopolitico e sociale in una diagnosi di psicopatologia di massa. La sua definizione del governo iraniano come “ideologia della morte” e “patriarcato folle” non è un'analisi, ma una sentenza che disumanizza l'avversario. Recalcati costruisce una dicotomia manichea: da una parte c'è la “Vita”, incarnata dall'Occidente e dal desiderio; dall'altra la “Morte”, incarnata dall'Oriente islamico e dalla sua Legge. In questo scenario da incubo, l'iraniano non è un soggetto politico razionale, ma la comparsa di un dramma irrisolto, schiacciato da un “Padre titanico” che “odia la vita”.

Il passaggio più rivelatore - e intellettualmente più violento - è quello sulla democrazia. Recalcati scrive che la democrazia non deve essere “esportata colonialmente” (una excusatio non petita), per poi affermare subito dopo che essa è “un'esigenza propria della soggettività umana nel tempo della sua piena maturità psichica”. Le implicazioni di questa frase sono devastanti. Recalcati sta dicendo che la democrazia liberale occidentale non è una forma di governo tra le tante, ma lo stadio finale e “sano” dell'evoluzione mentale umana. Di conseguenza, chi vive fuori da questo schema non è semplicemente oppresso politicamente, ma è psichicamente immaturo, fermo a uno stadio infantile o patologico dello sviluppo umano. È la riproposizione della vecchia gerarchia antropologica ottocentesca: noi siamo gli adulti della storia, razionali e “destituiti dall'Uno”, loro sono i bambini – cioè a dire, i selvaggi - in balia di un padre padrone, incapaci di accedere alla civiltà.

Inoltre, la sua enfasi sull'“odio per le donne” come pilastro del governo iraniano omette completamente il fatto che milioni di donne iraniane vivono, lavorano, studiano, amano e trasformano quotidianamente le strutture in cui sono inserite. Ridurre la loro esperienza a pura vittimizzazione passiva sotto un “patriarcato folle” significa negare la loro agency, la loro capacità di autodeterminazione. È un orientalismo che si maschera da femminismo ma che in realtà infantilizza le donne non-occidentali trasformandole in oggetti bisognosi di salvezza piuttosto che soggetti politici autonomi.

Insomma, per Recalcati, nelle date condizioni da lui passate in rassegna, l'intero popolo iraniano è condannato a una prigionia eterna nella propria “cultura di morte”, da cui può essere salvato solo - presumibilmente - dall'intervento terapeutico (in pratica, militare) dell'Occidente “maturo”.

È necessario interrogarsi sulla funzione politica di questi articoli nel momento presente. La loro pubblicazione simultanea sui due principali quotidiani italiani non è casuale ma sintomatica di un bisogno ideologico profondo: in un momento di crisi delle democrazie liberali occidentali, segnato dall'ascesa di movimenti autoritari interni, dalla crescente disuguaglianza economica, dalla crisi ecologica e dall’erosione dei diritti conquistati attraverso decenni di lotte, l'immagine dell'Altro dispotico e anti-democratico serve a ricompattare l'identità occidentale e a deviare le critiche.

Quando in Italia il governo restringe il diritto di manifestazione e sciopero, criminalizza il dissenso, attacca la magistratura e limita l'autonomia universitaria, quando in Francia il governo forza leggi di bilancio aggirando il voto del Parlamento, quando negli Stati Uniti si assiste a tentativi di sovvertire i risultati elettorali e alla legittimazione di milizie paramilitari anti-migranti, la retorica sull'Islam dispotico permette di dire: “Ma noi siamo comunque migliori di loro”. La democrazia occidentale diventa così un'identità da difendere formalmente piuttosto che una pratica realizzata.

Galli della Loggia e Recalcati, con i loro articoli, non stanno facendo un'operazione di analisi politica ma di legittimazione ideologica. Stanno producendo il discorso che permette all'Occidente di continuare a presentarsi come portatore di valori universali mentre perpetua aggressioni militari per affermare un dominio economico messo in crisi da un ordine multipolare. Stanno fornendo la cattiva coscienza necessaria per accettare le contraddizioni del presente: possiamo bombardare paesi in nome della democrazia, imporre sanzioni che affamano popolazioni in nome della “sicurezza”, perché comunque “loro” – l'Islam, l'Iran, l'Oriente – sono ontologicamente peggiori di noi.

Una critica seria dovrebbe partire dall'ascolto delle voci islamiche nella loro pluralità e complessità, dovrebbe riconoscere le responsabilità storiche occidentali e dovrebbe rifiutare la strumentalizzazione retorica delle difficoltà che attraversa, ad esempio, l’Iran per fini di propaganda identitaria occidentale.

Non possiamo affrontare la questione della democrazia e della libertà attraverso una logica binaria che oppone un Occidente illuminato a un Oriente oscurantista. Questa logica è stata e continua ad essere uno strumento di dominio, non di emancipazione.

Solo quando avremo il coraggio di abbandonare la logica suprematista che struttura i discorsi di Galli della Loggia e Recalcati, solo quando riconosceremo che la democrazia non è un possesso occidentale ma una conquista sempre precaria e sempre da rinnovare, solo allora potremo costruire forme di solidarietà autentica con tutte le istanze genuine di libertà, ovunque esse avvengano. Comprese quelle che si svolgono nel cuore stesso delle nostre presunte democrazie.

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