Dopo il New START: fine del controllo bilaterale e ritorno all’incertezza strategica

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Dopo il New START: fine del controllo bilaterale e ritorno all’incertezza strategica

Il 5 febbraio 2026 segna una data simbolica e sostanziale per la sicurezza globale: la scadenza del New START, l’ultimo trattato di riduzione delle armi strategiche rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti. Con la sua fine si chiude formalmente mezzo secolo di architettura bilaterale sul controllo degli arsenali nucleari, anche se la cooperazione reale era già da tempo svuotata. Mosca ha dichiarato di essere pronta a qualsiasi sviluppo, pur ribadendo una preferenza per il dialogo. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha sottolineato che la Russia resta aperta a negoziati, ma solo dopo un chiarimento della posizione complessiva USA. Nelle parole del Cremlino, le parti non sono più vincolate da obblighi reciproci e sono ora libere di scegliere i propri prossimi passi.

Da Washington, il presidente Donald Trump ha definito il New START “un accordo mal negoziato” e ha proposto di lavorare a un nuovo trattato “modernizzato”, piuttosto che prorogare quello esistente. Una posizione che conferma la frattura politica ormai strutturale tra le due capitali. Il vuoto normativo arriva in un contesto profondamente mutato. La multipolarità nucleare è ormai un dato di fatto, mentre armi convenzionali avanzate, dominio cibernetico e spazio extra-atmosferico hanno ridisegnato il concetto stesso di deterrenza. I limiti numerici su testate e vettori, centrali nella logica del New START, appaiono sempre più scollegati dalla realtà militare. La rottura definitiva del quadro bilaterale affonda però le radici nella guerra in Ucraina.

Nel 2022, mentre il trattato era ancora formalmente in vigore, gli Stati Uniti dichiaravano l’obiettivo di una sconfitta strategica della Russia, tentando al contempo di preservare i meccanismi di stabilità nucleare. Una contraddizione che, dal punto di vista russo, ha svuotato di senso l’intero impianto. Le preoccupazioni immediate riguardano soprattutto la trasparenza. Con la fine del trattato, cessano anche gli scambi regolari di dati e le notifiche sulle esercitazioni strategiche, aumentando il rischio di errori di valutazione e di escalation accidentale, soprattutto nei sistemi di allerta precoce. Nel medio periodo, l’assenza di limiti potrebbe accelerare i programmi di ammodernamento nucleare, in particolare negli Stati Uniti, dove nuovi missili balistici intercontinentali, bombardieri e sottomarini non saranno più soggetti a vincoli. Mosca, dal canto suo, rifiuta qualsiasi nuovo accordo che non includa anche le capacità nucleari di Francia e Regno Unito. Più in profondità, la fine del New START evidenzia un problema sistemico: il modello russo-statunitense non è più adattabile a un mondo con nove potenze nucleari.

La stabilità strategica del XXI secolo non può più basarsi solo sulla parità tra due attori, ma sulla riduzione degli incentivi al conflitto tra più centri di potere. In assenza di un nuovo quadro condiviso, resta un paradosso antico quanto la deterrenza stessa: la pace tra potenze nucleari continua a poggiare non sui trattati, ma sulla credibilità della minaccia. Un equilibrio fragile, oggi più opaco e pericoloso di ieri.


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