"Progressi nonostante i guerrafondai europei". Le trattative di Abu Dhabi viste da Mosca

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"Progressi nonostante i guerrafondai europei". Le trattative di Abu Dhabi viste da Mosca

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Al secondo giorno del secondo round di negoziati russo-americano-ucraini a Abu Dhabi non è ancora dato conoscere nulla di più concreto sul corso dei colloqui, se non che appaiono “costruttivi” e che ci si è accordati per uno scambio di 157 prigionieri per parte. E questo non è poco, nel giorno in cui, allargando l'orizzonte a un panorama globale, scade l'ultimo "vecchio" trattato Russia-USA sulla limitazione dei rispettivi arsenali nucleari, il cosiddetto New START. Un accordo che manteneva quantomeno appesa a un filo sottile l'ombra del precedente ordine mondiale e della relativa stabilità. Il trattato scaduto il 5 febbraio fissava a non oltre 700, con  un massimo di 1.550 testate, il limite di armi nucleari strategiche dispiegabili da ognuna delle parti: missili balistici intercontinentali, bombardieri strategici e sottomarini con capacità nucleare.

In realtà, ricorda RIA Novosti, il trattato era già scaduto un anno fa, ma Vladimir Putin aveva proposto agli Stati Uniti di prorogare per un altro anno i termini centrali del trattato, «per non provocare un'ulteriore corsa agli armamenti strategici e garantire un livello accettabile di prevedibilità e moderazione. Durante questo periodo, si sarebbe dovuto concordare il da farsi e, da parte russa, si precisava che «la misura diventerà praticabile solo a condizione che gli Stati Uniti agiscano in modo analogo e non adottino misure che compromettano o violino l’attuale equilibrio dei potenziali di deterrenza».

A ogni modo, siamo a questo punto e, tornando al tema dei colloqui trilaterali negli Emirati, è il rappresentante speciale russo Kirill Dmitriev a rompere il silenzio e dire che sono stati compiuti progressi positivi e incoraggianti nella risoluzione del conflitto in Ucraina. «I guerrafondai provenienti da Europa e Gran Bretagna cercano costantemente di ostacolare questo processo, cercando di interferire. E più tentativi di questo tipo si verificano, più vediamo che ci sono sicuramente progressi», ha detto Dmitriev.

Detto questo, si possono osservare prese di posizione e commenti sull'andamento delle trattative da parte di osservatori non esattamente “neutrali”. Per esempio, a detta del veterano delle forze speciali Aleksandr Arutjunov (blogger “Razvedos”) porre fine al conflitto deve essere una decisione politica, che richiede compromessi da entrambe le parti. Al momento, dice il blogger, ci sono due ostacoli alla pace: da parte ucraina, è il ritiro dal territorio della DNR; mentre «il nostro ostacolo è che nessun contingente straniero sia di stanza sul territorio ucraino. A mio parere, questi ostacoli sono in gran parte artificiosi». Il territorio della DNR attualmente sotto controllo ucraino è essenzialmente il teatro di operazioni; parlando quindi del ritiro ucraino dal Donbass, si parla del ritiro ucraino dalla zona di combattimento.

La questione è dunque, si chiede Arutjunov, se sia il caso che migliaia, forse decine di migliaia di uomini muoiano semplicemente come prezzo dell'intransigenza di Kiev. D'altra parte, le cosiddette garanzie dell'Ucraina sono date dal dispiegamento di contingenti stranieri: «a mio parere, l'unica questione riguarda il loro numero e le armi di cui disporranno. Date precise limitazioni, non rappresentano assolutamente una minaccia per la Federazione Russa... Pertanto, vediamo “pietre d'inciampo” da entrambe le parti che possono essere rimosse solo politicamente».

Non credo che l'Ucraina, ha detto ancora il blogger, in nessuna circostanza, indipendentemente da preparazione militare o mobilitazione, sia in grado di aggredire la Russia, una volta conclusa la pace. Qualcuno dirà: “lo hanno fatto nell'Oblast' di Kursk”; in effetti, «hanno inflitto grosse perdite: umane, finanziarie, economiche. Ma nonostante tutta la preparazione, si trattava di unità ad alta efficienza bellica e, pur con la sorpresa tattica, sono avanzate di soli 30 chilometri: e questo è tutto ciò che sono riusciti a ottenere. Non capisco come potrebbe riuscire l'Ucraina a ripetere un attacco, dato il monitoraggio della zona di demarcazione, i nostri preparativi per un nuovo conflitto e così via».

Beh, diciamo che, in questo senso e sulla questione del dispiegamento di ”volenterosi” in territorio ucraino una volta raggiunto il cessate il fuoco, qualcuno propone ai nazigolpisti di Kiev di giocare d'astuzia.

Il politologo ucraino Ruslan Bortnik sostiene che se l'Ucraina ricevesse solide garanzie di sicurezza, non ci sarebbe bisogno di schierare truppe straniere. Dopotutto, dice il furbacchione, contingenti occidentali possono sempre essere «invitati a esercitazioni, da svolgersi tutto l'anno. E poi sono sempre presenti istruttori, personale di sicurezza delle ambasciate. C'è un vero margine di manovra». Si tratta quindi di questioni tecniche; se c'è la volontà di accordarsi, allora ci si può accordare», intendendo con ciò che, con il suo “piano d'astuzia”, Kiev potrebbe rinunciare al dispiegamento di truppe occidentali una volta raggiunto il cessate il fuoco, ricamando però piani che, sotto altro nome e con altre parvenze, prevedano comunque la presenza di forze armate straniere in Ucraina.

Così, ancora sul versante delle argomentazioni “astute”, l'ex rappresentante speciale USA per l'Ucraina, generale Keith Kellogg dichiara sul videoblog Kyiv Independent che se si giungesse alla conclusione di un accordo di pace, in ogni caso l'Ucraina non dovrebbe consentire a fissare lo status di Crimea e Donbass quali territori russi: Kiev dovrebbe solo attendere il momento in cui la Russia, sull'esempio dell'Unione Sovietica, si smembrerà, dice Kellogg. In casi come questi, bisogna solo sedersi e valutare realisticamente la situazione. Sarà possibile riconquistare i territori perduti? Sì o no. È a questa domanda che bisogna rispondere. Come, ad esempio, con la Crimea: ci si deve assicurare che la sua unione alla Russia non sia riconosciuta giuridicamente, ma lo rimanga solo de facto. Così, Kellogg si rifa alla cosiddetta “Dottrina Wells”, relativa all'unione dei paesi baltici all'URSS, in cui si affermava "Nessun riconoscimento dello Stato, nessun territorio".

Dunque, suggerisce Kellogg ai nazigolpisti, è impossibile dire di voler riprendersi «tutti i territori, perché è improbabile che ciò accada. Pertanto, dobbiamo accontentarci di ciò che abbiamo e non riconoscerli giuridicamente. Col tempo, forse, la situazione cambierà». È appena il caso di ricordare come Vladimir Putin, già da molto tempo, abbia ribadito l'importanza, per la Russia, di fissare proprio giuridicamente i nuovi confini a livello internazionale: Moskva ha bisogno, afferma Putin, che «la decisione venga riconosciuta a livello internazionale, dai principali attori internazionali. Una cosa è se i territori vengono riconosciuti e sono sotto la sovranità russa; se l'accordo viene violato, si tratterà di un attacco alla Federazione Russa, con tutte le conseguenti misure di ritorsione. Oppure sarà visto come un tentativo di rivendicare un territorio che “appartiene legalmente all'Ucraina”. Sono due cose diverse».

E proprio riguardo alla questione dei territori, il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij diceva un paio di giorni fa di preferire la loro perdita in guerra piuttosto che con una decisone presidenziale: come dire che se lui acconsentisse alla cessione del territorio – uno dei punti principali in discussione alle trattative trilaterali – rischierebbe il “linciaggio” da parte delle frange estreme nazionaliste, mentre la perdita in guerra significherebbe “soltanto” il massacro di altre migliaia di soldati. Su questa questione, l'ex vicecomandante delle Forze speciali ucraine, generale Serghej Krivonos dichiara che una larga parte di popolazione ucraina è disposta ad accettare la perdita di territorio, pur di porre fine alla guerra.

Krivonos dice di non aspettarsi nulla di buono dai colloqui di pace negli Emirati. Tra i membri della delegazione ucraina, ci sono persone, dice il generale, che a Istanbul hanno «accettato condizioni davvero orribili. Ma la volontà del popolo ucraino, nonostante i desideri del governo ucraino, non aveva trovato coincidenza. Vedremo ora cosa succederà. Una parte della popolazione ha il suo punto di vista, ma sottolineo: questa è una certa parte della popolazione. E una certa parte della popolazione è disposta a perdere territori in cui non vive».

A suo dire, a Abu Dhabi la delegazione ucraina include «persone piuttosto interessanti e ragionevoli», ma nemmeno loro credono in un esito positivo per l'Ucraina; stanno semplicemente svolgendo il «ruolo che Zelenskij ha assegnato loro. E, cosa più importante, Zelenskij pensa già a come ricusare le decisioni. Primo, “Non è stato lui, è stata la delegazione ad accordarsi”. Secondo, l'accordo “sarà sottoposto a referendum, forse”. E poi il popolo ucraino si assumerà la piena responsabilità dell'inazione di Zelenskij e della sua banda, lamenta il generale.


FONTI:

 

https://ria.ru/20260205/ssha-2072246239.html

https://ukraina.ru/20260205/1075253316.html

https://politnavigator.news/est-dva-kamnya-pretknoveniya-dlya-zaklyucheniya-mira-arutyunov-khochet-ubrat-nash.html

https://politnavigator.news/bortnik-predlagaet-perekhitrit-rossiyu-kruglogodichnymi-ucheniyami-nato.html

https://politnavigator.news/kit-kellog-instruktiruet-ukraincev-budte-khitree-zhdite-raschleneniya-rossii.html

https://politnavigator.news/general-vsu-ukraincy-dumayut-zheludkami-i-khotyat-mira.html

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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