Caso Ilva, l’Italia è davvero a un bivio

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Caso Ilva, l’Italia è davvero a un bivio

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di Paolo Maddalena*
 

Il caso Ilva, che si aggiunge a quello di Whirlpool e di Alitalia, dimostra che ormai il nostro paese è nelle mani avide e ciniche delle multinazionali.
 

ArcelorMittal, chiedendo l’immunità penale e la riapertura dell’altoforno 2, per continuare nell’affitto e poi nel conseguente acquisto dell’Ilva, dimostra per tabulas che essa non vuole assolutamente seguire le prescrizioni del piano ambientale e non ha nessuno scrupolo di lucrare sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto.
 

È evidente che per l’Ilva economia e salute sono entità inconciliabili. E che per Lei ha valore solo il suo personale guadagno. Essa specula sull’eroismo dei lavoratori che, pur di portare a casa un misero salario, non esitano a rischiare la propria salute e la propria vita.
 

L’errore sta a monte. Il nostro governo e il nostro Parlamento non avrebbero mai dovuto privatizzare le fonti di produzione di ricchezza nazionale e, in particolare, le acciaierie di Taranto, Piombino e Genova, eliminando così la possibilità, nei casi di cicli economici sfavorevoli, di trasferire in parte gli operai da una fabbrica all’altra e, se del caso, anche dal settore siderurgico ad altri settori produttivi.


Ingannevole e deplorevole è stato l’atteggiamento della televisione, della stampa e di buona parte dei politici, i quali, assecondando le intenzioni di ArcelorMittal, hanno fatto apparire come una “mazzata” la minaccia della chiusura della fabbrica, addossandone la colpa alla forza politica che aveva tolto, con legge, l’immunità penale. Quasi che la vita dei lavoratori e dei tarantini non avesse nessun valore nei confronti dell’attività della fabbrica stessa.


A questo punto l’Italia è davvero a un bivio: o si capisce che dobbiamo sottrarci al potere cinico e intransigente delle multinazionali, o non abbiamo più alcuna possibilità di salvare, non solo l’ambiente, ma addirittura la salute e la vita dei nostri concittadini.


È arrivato il momento che gli italiani si sveglino e escano dal loro torpore, evitando di farsi ingannare dalle menzogne di tutti quei politici, nel caso di specie Salvini e Renzi in testa, che ancora vedono nella nostra subordinazione alle multinazionali l’unica via d’uscita.


Senza pensare che questa via d’uscita conduce direttamente alla povertà, alla schiavitù e alla morte.
 

È assurdo che si faccia di tutto per pregare, senza un minimo di dignità, le multinazionali straniere a restare in Italia, donando loro i profitti che spetterebbero agli italiani.


Il territorio, dove ha sede questa industria, è italiano, e in virtù dell’articolo 42, comma 2, della Costituzione, l’abbandono di questo sito da parte della multinazionale in questione comporta il venir meno di qualsiasi diritto da parte di essa, nonché il ritorno della fabbrica nella piena disponibilità dello Stato italiano, il quale non deve pagare assolutamente nulla alla società che specula in modo tanto palese sui nostri beni e sulla salute dei nostri cittadini e deve anzi chiedere il risarcimento dei danni conseguenti al chiusura dell’azienda.

Il problema è stabilire quanta produzione di acciaio occorre nel momento attuale, e ridimensionare l’azienda nei limiti del dovuto. Tutto il resto, come avvenuto nella Rhur deve essere riconvertito in altre attività che producono egualmente reddito senza danneggiare l’ambiente e la salute, occupando nel contempo tutti i lavoratori.
 

Occorrono oggi decisioni coraggiose e limpide. E soprattutto è necessario uscire dalla china pericolosa nella quale si è ficcato il governo, mostrando la sua debolezza nei confronti delle prepotenze delle multinazionali straniere.


La soluzione è soltanto una: nazionalizzare le imprese per tutelare la salute, il lavoro e l’ambiente.


Le risorse economiche finora sono state impiegate per finalità inutili e soltanto per rendersi graditi alla pancia degli elettori.


Adesso le risorse vanno trovate, anche mediante una richiesta di un prestito nazionale, per riportare in campo lavorativo l’utilità sociale, la libertà, la sicurezza e la dignità umana. Lo impongono gli articoli 41 e 42 della Costituzione Italiana Repubblicana e Democratica.


*Già Giudice costituzionale eletto nel 2002  

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