Cosa c’è dietro le immagini delle proteste?

La Primavera Araba ha risvegliato società rimaste dormienti per decenni

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Cosa c’è dietro le immagini delle proteste?

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In Vivid protests images do not tell the whole story, Fareed Zakaria affronta il tema delle proteste che ancora continuano a scuotere l’intero Mondo Arabo, spiegandoci cosa si nasconde dietro quelle immagini così vivide.
Le immagini del Consolato americano di Bengasi in fiamme, esordisce l’autore, potrebbero richiamare alla memoria il ricordo di quanto accadde a Teheran nel 1979, ma si tratterebbe di un’analogia scorretta. In Libia, infatti, il governo non sta fomentando l’antiamericanismo, al contrario, precisa Zakaria, lo sta combattendo, riconoscendo apertamente l’America come un alleato e un Paese amico. Il 50% del Paese è filo americano e le violenze sembrerebbero essere opera di un gruppo ristretto di estremisti che non ha molto seguito tra la popolazione. 
Gli episodi de Il Cairo e Bengasi, però, continua il giornalista, hanno innescato una spirale di manifestazioni, contro gli Stati Uniti e l’Occidente in generale, in tutto il Mondo Arabo. Le immagini di queste migliaia di persone scese in strada per protestare sono sì estremamente vivide,  ma poco esaustive. Zakaria passa allora ad analizzare cosa si cela dietro queste proteste e cosa accomuna alcuni dei Paesi che le hanno ospitate. Innanzitutto, ci dice il giornalista, si tratta per lo più di Paesi caratterizzati da governi deboli, soprattutto quelli che hanno da poco rovesciato le dittature. In Libia, Yemen e persino in Egitto, il governo non è più in grado di controllare la popolazione. “Il prezzo del progresso”, azzarda Zakaria. Sotto la presidenza Mubarak, infatti, tutto questo non sarebbe stato tollerato. Morsi è invece un Presidente eletto, che sta cercando di assecondare, placare e guidare la sua nazione. Zakaria ritiene, però, che il Presidente egiziano si sarebbe dovuto mostrare più audace e risoluto nel combattere le frange più estremiste presenti nella società e invece si è comportato come il “classico politico eletto”.
Tutto questo è poi una conseguenza inevitabile della Primavera Araba. Le società arabe sono rimaste paralizzate per 50 anni e ora vengono fuori in tuta la loro complessità. Ci sono degli elementi positivi, come i moderati, i liberali e i pragmatici e altri negativi, come gli estremisti e i jihadisti. Zakaria ci invita poi ad essere onesti e ammettere l’esistenza nel Mondo Arabo di quello che lui definisce il “cancro dell’estremismo”, diagnosticato da molti, lui compreso, dopo l’11 settembre 2001. Questo cancro non è stato estirpato e molti dei fattori di cui si nutre sono tuttora presenti. Bisogna allora ammettere la sua esistenza così come l’esistenza, nella regione, di moderati tendenzialmente deboli, alcune volte persino codardi, ma che bisogna sostenere. 
Se gli Stati Uniti si defileranno, gli estremisti diventeranno più forti.
Lo scontro di civiltà non è tra Occidente e Mondo Arabo, conclude Zakaria, ma esiste tra coloro che danno alle fiamme le Ambasciate americane e quanti vogliono lavorare con gli USA per la costruzione di società moderne.  

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