Forza senza consenso: la crisi terminale dell'Impero
Credits foto: Grafica X (l'uso senza consenso esplicito è vietato)
di Mario Pietri
Il 2026 non si è aperto come un nuovo capitolo della storia internazionale, ma come una nota stonata trascinata troppo a lungo, un suono che per anni era rimasto sullo sfondo – fastidioso ma tollerabile – e che ora, improvvisamente, diventa assordante, impossibile da ignorare, capace di coprire ogni altra melodia. Non un evento isolato, non una crisi improvvisa, ma la materializzazione di una deriva. L’aggressione al Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro non sono stati né un errore di calcolo né una reazione emotiva fuori controllo: sono stati un atto consapevole, teatrale, performativo, concepito per essere visto, metabolizzato, interiorizzato come messaggio politico globale.
Non si tratta di vincere, perché vincere presupporrebbe un obiettivo chiaro e un ordine da imporre. Si tratta di terrorizzare, di ricordare che l’impero può ancora colpire, anche quando non sa più bene perché lo fa. È la dimostrazione muscolare di chi sente scricchiolare le proprie ossa e, proprio per questo, le sbatte sul tavolo con maggiore violenza, sperando che il rumore venga scambiato per forza.
È qui che l’analisi deve rallentare, respirare, diffidare della superficie. L’istinto immediato – quello dei commentatori embedded e degli intellettuali organici dell’ordine morente – è leggere questi atti come segni di onnipotenza. Ma l’onnipotenza non ha bisogno di gesti così crudi, così esposti, così scopertamente illegali. L’onnipotenza governa. Qui, invece, siamo davanti a un potere che colpisce ma non affonda, che minaccia ma non conclude, che rompe regole senza essere in grado di scriverne di nuove.
L’impero evoca una Dottrina Monroe zombificata, parlando all’America Latina come a un cortile di casa che non gli appartiene più davvero, ma che non è disposto a perdere senza far rumore. Minaccia Colombia, Cuba, Nicaragua, ma non occupa, non stabilizza, non ricostruisce. Umilia il diritto internazionale con atti che lo svuotano di senso, ma non propone alcun ordine alternativo, alcuna architettura nuova, alcuna visione coerente che possa sostituire ciò che distrugge. Urla, strepita, rapisce, ma non governa più il mondo, perché governare richiede egemonia, non solo forza; consenso, non solo paura; previsione, non solo reazione.
Qui emerge il paradosso centrale di questa fase storica: la massima arroganza coincide con la perdita dell’egemonia. Più l’impero è costretto a mostrarsi brutale, più rivela la propria incapacità di dirigere il sistema internazionale. Più ricorre alla forza nuda, più ammette implicitamente che il consenso globale – quello che per decenni ha mascherato il dominio come ordine naturale – si è dissolto. Ciò che resta è un potere che si muove a scatti, che alterna iperattivismo e paralisi, che confonde il rumore con l’autorità e il terrore con il comando. Non è l’inizio di una nuova era di dominio. È il suono metallico di un’egemonia che si sta rompendo.
Trump incarna perfettamente questo tempo storico, ma non nel modo in cui vorrebbe essere ricordato. Non è il Cesare vittorioso che rientra a Roma tra gli applausi, né il fondatore di un nuovo ordine imperiale. È il giocatore compulsivo, quello che rilancia continuamente non perché sia forte, ma perché non può permettersi di ammettere – né a se stesso né agli altri – di avere in mano carte mediocri. Ogni mossa, ogni dichiarazione, ogni gesto eclatante è un’esibizione di forza che nasconde una domanda non detta, quasi implorata sotto forma di minaccia: mi credete ancora?
Il rapimento di un presidente in carica, le minacce cicliche all’Iran, le fantasie coloniali sulla Groenlandia trattata come un lotto immobiliare, le provocazioni simultanee su più teatri non sono il segno di un controllo totale dello scacchiere globale. Sono la coreografia nervosa di un potere che ha perso la capacità di stabilire priorità, che moltiplica i fronti non per dominare, ma per impedire che qualcuno si accorga del vuoto al centro. È una strategia della tensione globale, pensata non tanto per sconfiggere i nemici quanto per congelarli, paralizzarli, costringerli a reagire a un flusso continuo di stimoli, mentre sul fronte interno e su quello alleato si tenta di rassicurare un’alleanza occidentale sempre più fragile, sempre più scettica, sempre meno disposta a pagare il prezzo dell’obbedienza automatica.
Trump parla a un Occidente che non crede più davvero alla propria missione storica, ma che teme il dopo. E per questo accetta il bluff, la teatralità, la brutalità esibita come surrogato della strategia. Ma spingere fino in fondo – una guerra totale con l’Iran, uno scontro diretto con la Cina su Taiwan, un’escalation irreversibile in Ucraina – significherebbe affrontare una verità che nessuna retorica può più nascondere: gli Stati Uniti non possono permettersi una vittoria sistemica. Una vittoria vera, completa, strutturale, richiederebbe risorse economiche, coesione sociale, consenso internazionale e capacità di ricostruzione che l’impero semplicemente non possiede più.
Ciò che può fare, al massimo, è infliggere danni, creare instabilità, frammentare, sabotare, ritardare l’inevitabile. Può vincere battaglie simboliche, non guerre storiche. Può far saltare tavoli, ma non apparecchiarne di nuovi. Può distruggere regole, ma non scriverne altre che vengano accettate come legittime. In questo senso, Trump non è l’eccezione: è il volto scoperto di una struttura che ha esaurito la propria funzione egemonica.
Il problema, per Washington, è che il mondo non aspetta che l’impero si riorganizzi. Accelera. E lo fa in modo disordinato, pericoloso, asimmetrico, senza un centro unico di gravità. Il vuoto lasciato dall’egemonia non produce equilibrio, ma attrito: tra potenze regionali, tra blocchi emergenti, tra interessi incompatibili che prima venivano contenuti sotto un ombrello imperiale e che ora si muovono liberamente, urtandosi, sovrapponendosi, sperimentando.
In questo attrito non nasce immediatamente un nuovo ordine. Nasce una fase intermedia, instabile, ad alta entropia, in cui ogni attore testa i limiti degli altri, mentre l’impero, incapace di guidare, tenta disperatamente di rallentare il tempo con colpi dimostrativi e bluff permanenti. È in questo spazio che il mondo entra in una sequenza di scosse simultanee: in Asia orientale la deterrenza diventa isterica, con la Corea del Nord che fonda la propria sopravvivenza esclusivamente sul rapporto di forza e la Cina che, attorno a Taiwan, non invade ma dimostra di poterlo fare, umiliando strategicamente gli Stati Uniti. Il rischio non è la guerra pianificata, ma l’incidente irreversibile, l’errore che diventa struttura.
In Europa orientale l’Ucraina resta una guerra che non deve finire. La Russia non cerca l’apocalisse, ma non la teme più come prima, e questo, in un mondo nucleare, è già di per sé un segnale inquietante. L’Europa rimane incastrata, retrovia di un conflitto che consuma senza decidere, mentre l’impero promette sostegno “finché servirà”, sapendo che la guerra è diventata un dispositivo di sopravvivenza politica, non uno strumento per la pace.
In Medio Oriente l’Iran resta il nodo centrale. Colpirlo significherebbe rompere uno dei pilastri dell’equilibrio emergente dei BRICS, aprendo una catena di reazioni che nessuno controllerebbe più. Per questo l’impero minaccia, accerchia, provoca, ma non affonda. La Palestina continua a essere il sacrificio rituale, il luogo dove il diritto internazionale viene sospeso senza più fingere disagio, accelerando la perdita definitiva di credibilità morale dell’Occidente agli occhi del Sud globale.
In America Latina, infine, il Venezuela entra in una fase di destabilizzazione aperta, mentre Washington spera che il caos faccia il lavoro che l’invasione non può più fare. Ma il continente non è più quello del passato: è più fragile, ma anche più consapevole del prezzo della subordinazione. Brasile, Messico, i blocchi regionali oscillano tra prudenza e insofferenza, in un 2026 carico di nuvole nere.
In questo quadro, l’Italia guidata da Giorgia Meloni sceglie la posizione più miope: quella del vassallo zelante. Non mediatore, non ponte, ma amplificatore disciplinato di una strategia americana che non mira più alla stabilità, bensì al rinvio del proprio declino attraverso il caos. L’endorsement a María Corina Machado, quando persino Trump aveva già preso le distanze da quella pedina, resta il simbolo di una subalternità priva di intelligenza strategica: sostenere una linea già superata significa non contare abbastanza nemmeno per sapere che il copione è cambiato. È l’Italia che applaude mentre le decisioni vengono prese altrove.
Gramsci parlava di chiaroscuro. Qui siamo esattamente lì. Il vecchio ordine è morto, il nuovo non è ancora nato, e in questo spazio intermedio la forza sostituisce il diritto perché il diritto non obbedisce più. I servi dell’impero continuano a giustificare l’ingiustificabile, convinti che la propaganda possa sostituire l’egemonia.
Ma la storia non si ferma. Non rallenta. Accelera. E quando un impero senza egemonia guida il mondo con mosse schizofreniche e bluff permanenti, il rischio non è solo il suo declino, ma il trascinamento dell’intero sistema internazionale in una fase di instabilità permanente.
Il problema non è se l’impero cadrà. Il problema è quante macerie produrrà mentre finge di stare ancora in piedi.
E quando il bluff sarà chiamato, non ci sarà nessun ritorno all’ordine precedente. Solo il silenzio dopo il rumore.
Mario Pietri
Mondo Multipolare

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