Epstein. Oltre la fratria e l’eugenetica: il potere ha nomi, soldi e catene di comando
di Pasquale Liguori
L’analisi lucida può diventare una distrazione strategica senza che ci sia malafede. A volte basta un riflesso intellettuale, l’istinto di ricorrere alle categorie preferite, proprio quando bisognerebbe reggere lo sguardo sull’abisso, su ciò che facciamo fatica perfino a nominare. È questo il rischio che corrono, con tutta la loro indubbia acutezza, le letture del caso Epstein proposte in questi giorni da Ida Dominijanni su CRS Centro per la Riforma dello Stato e Francesca Coin su il manifesto.
Da quando lo scandalo è deflagrato, la narrazione mediatica preponderante ha inquadrato Epstein attraverso le lenti della devianza d'élite, della criminalità sessuale individuale, delle dinamiche patriarcali e del suprematismo dei super-ricchi. Lo sfruttamento sessuale, il traffico di minori e la pedofilia seriale costituiscono innegabilmente il crimine materiale e la facciata visibile dell'operazione. Ma circoscrivere l’intero affaire a una questione di abusi sessuali o di privilegi di classe rischia di insabbiare la natura strategica dell’infrastruttura: non l’eccesso in sé, ripugnante, bensì l’uso politico che se ne fa.
Gli interventi di Dominijanni e Coin sono, ciascuno nel proprio registro, ineccepibili. Dominijanni lavora con categorie psicoanalitiche e colloca il sistema Epstein nella logica del “godimento”: l’imperativo di oltrepassare continuamente ogni limite, morale e giuridico, fino a proporre di sostituire patriarcato con broligarchy, fratrie maschili: un potere che non conosce più legge se non quella, appunto, del godimento illimitato. Coin - attraversando Melinda Cooper - intreccia gli abusi con un delirio eugenetico di casta: Epstein che fantastica di fecondare decine di donne, Musk che immagina colonie e discendenze come polizza metafisica contro l’apocalisse e sullo sfondo una genealogia accademica del razzismo biologico che precede e attraversa la Silicon Valley. Sono letture sofisticate e politicamente motivate. E tuttavia, proprio questa sofisticazione rischia di trasformarsi in un involontario servizio reso all'insabbiamento.
Vale la pena allora chiedersi: da dove viene tutto questo, in termini operativi? Non bastano archeologie culturali e psichiche.
Le radici del caso affondano nella figura di Robert Maxwell - magnate dell'editoria britannica, padre di Ghislaine, e soprattutto asset organico del Mossad fin dalla guerra arabo-israeliana del 1948, quando facilitò il contrabbando di armamenti verso le forze sioniste eludendo gli embarghi internazionali. Negli anni Ottanta, Maxwell divenne il perno di un'operazione di intelligence tecnologica globale, distribuendo a governi, agenzie e istituzioni finanziarie di mezzo mondo una versione alterata del software Promis, modificata dall’intelligence militare israeliana per incorporare una backdoor che lo rendeva di fatto un cavallo di Troia elettronico. Quando nel 1991 il suo corpo fu ritrovato nell'Atlantico - in circostanze che molti analisti attribuiscono a un'eliminazione da parte degli stessi servizi che lo avevano arruolato - fu Ghislaine (compagna e sodale di Epstein nel traffico sessuale) a ereditarne non il patrimonio, ormai collassato, ma la rete operativa e i legami con il Mossad. Agganciandosi a Epstein, trasferì quella eredità nell'infrastruttura del ricatto sessuale, elevandola a strumento di guerra non convenzionale.
Mentre ci si interroga su broligarchy e stirpe dei superiori, i documenti declassificati dal Dipartimento di Giustizia americano il 30 gennaio 2026 dicono qualcosa di molto specifico e documentato. Un rapporto riservato dell'FBI, redatto dall'ufficio di Los Angeles nell'ottobre 2020 e ora desecretato, trascrive la deposizione di un informatore sotto copertura: Epstein era, a suo giudizio, un agente del Mossad a tutti gli effetti, addestrato come spia sotto la supervisione diretta dell'ex Primo Ministro Ehud Barak. È la parola di una “Confidential Human Source” - ma è la parola che il Dipartimento di Giustizia ha tenuto classificata per cinque anni. Lo stesso informatore ha descritto come Alan Dershowitz - avvocato di Epstein, paladino mediatico del sionismo - venisse sistematicamente contattato da operativi del Mossad per debriefing dopo ogni conversazione telefonica con il finanziere.
Barak ed Epstein si sono incontrati almeno 36 volte tra il 2013 e il 2017. In quegli anni Epstein era già un condannato per prostituzione minorile. La missione israeliana presso l’Onu a New York aveva preso il controllo operativo dell'appartamento di Epstein alla 66esima strada - lo stesso in cui Barak alloggiava - installando sistemi di sorveglianza con consolle di controllo remoto gestita dal consolato. Un'indagine di Drop Site News e Al Jazeera, basata su e-mail interne del Dipartimento di Giustizia, certifica che ufficiali dell'intelligence militare israeliana soggiornavano gratuitamente in quell'appartamento anche quando erano in servizio attivo al Ministero della Difesa di Tel Aviv, con le parcelle ospedaliere newyorkesi saldate da Epstein.
Non siamo nel campo delle ipotesi. Siamo nel campo delle e-mail, dei log di volo, delle deposizioni giurate, dei verbali FBI.
A monte di tutto questo c'è una struttura finanziaria identificabile. Les Wexner - cofondatore nel 1991 del Mega Group insieme all'erede dei Seagram Charles Bronfman, il circolo esclusivo dei venti miliardari americani il cui ruolo di lobbying e le cui connessioni con gli apparati israeliani sono stati documentati da ex analisti della National Security Agency (NSA) - aveva ceduto a Epstein, con procura generale, il controllo totale su un patrimonio di 1,4 miliardi di dollari. In questo mese di febbraio, il deputato Ro Khanna ha rivelato ufficialmente di aver visionato documenti riservati dell'FBI in cui Wexner è formalmente identificato come "co-cospiratore non incriminato" nell'indagine federale sulla rete di Epstein.
Con quei capitali, Epstein ha avuto accesso a mondi che non sono il bordello del lusso, ma l’industria della sicurezza, delle tecnologie dual-use finanziando, ad esempio, Carbyne, startup di sorveglianza militare guidata da Barak e da ex comandanti dell'Unità 8200 - la NSA israeliana. Secondo l'inchiesta di Whitney Webb, avrebbe partecipato al finanziamento iniziale di Palantir, il colosso della sorveglianza globale di Peter Thiel. Ha agito come broker per contratti di sicurezza interna in Costa d'Avorio e Mongolia, vendendo capacità estrattive del Mossad a governi compiacenti. Ha donato sistematicamente ai Friends of the Israeli Defence Forces - l'ente che permette a magnati stranieri di "adottare" battaglioni come il Netzah Yehuda, sanzionato per torture e omicidi di civili palestinesi - e al Jewish National Fund, spina dorsale finanziaria della colonizzazione della Cisgiordania.
Epstein non era il capo di un'orda di maschi incontrollati. Era il braccio coercitivo di una costellazione imperialista in cui capitale, apparati e lobby si integrano con obiettivi precisi, documentati.
La critica ai testi di Dominijanni e Coin non è di merito, ma di prospettiva. Una cautela che con tutta umiltà mi autoprescrivo: quando si adottano categorie analitiche - per quanto utili, vere - che però non sono sufficienti a contenere l’intero oggetto, si finisce per ridurre l’oggetto alla misura delle categorie.
È giusto riconoscerlo: nella tradizione teorica in cui si muovono entrambe le autrici, patriarcato, broligarchy e delirio eugenetico costituiscono struttura profonda che genera quei potenti e li fa agire in quel modo. In questa condivisibile lettura, il Mossad, la lobby sionista, la macchina del ricatto sarebbero manifestazioni di una logica più acuta: quella del dominio maschile che si riproduce attraverso il controllo dei corpi, del denaro e degli Stati.
Tuttavia, qui e ora, il problema non è stabilire quale sia la radice ultima del potere - se le pulsioni fratriarcali o le strutture di intelligence. È una disputa ontologica che rischia di paralizzare l'analisi politica concreta. Ciò che è urgente e praticabile è identificare i meccanismi specifici, i finanziatori, le catene di comando - perché è lì che si concentra un intervento non rinviabile nell'epoca che attraversiamo. Il delirio eugenetico descrive chi erano quegli uomini, non perché Wexner li finanziasse, non perché il Mossad li coprisse e con quali meccanismi di ricatto. Una radice, per quanto reale, non si estirpa se non si conosce la pianta.
Al di là di propositi e solidità teorica, il risultato pratico nei due interventi editoriali rischia di convergere con quello che produce l'establishment mediatico atlantista con ben altri mezzi e ben altre intenzioni. Ci sono redazioni che equiparano i legami documentati con il Mossad a ipotetici coinvolgimenti russi, mettendo sullo stesso piano prove e suggestioni. Testate che bollano le inchieste sui legami israeliani come retorica antisemita, chiudendo il caso prima ancora di aprirlo. Così, in questo panorama di nebbia e diluizioni, possono scivolare, loro malgrado, anche gli editoriali colti che affrontano i temi delle fratrie maschili e dell'eugenetica.
Va detto con chiarezza, a costo di passare per il "trombone pontificante" di cui parla Dominijanni nel suo articolo, perché il tempo dei giri di parole è finito: la clava dell'antisemitismo viene sistematicamente agitata per paralizzare l'analisi critica sulla lobby sionista, sulle politiche dello Stato di Israele e sui suoi apparati di intelligence. Chi critica l'AIPAC viene accostato a chi odia gli ebrei. Chi cita i legami documentati tra Epstein e il Mossad viene accostato al complottismo. Questa operazione retorica è essa stessa una forma di potere e smascherarla non è antisemitismo, è inchiesta. Il confine è netto: si tratta di apparati di Stato, di scelte politiche, di strutture di potere identificabili, non di collettivi etnici o religiosi.
Ed è un confine che chiunque voglia costruire una cultura politica autenticamente resistente, antimperialista deve tenere con lo stesso rigore con cui denuncia chi trasforma l'accusa di antisemitismo in uno scudo per mettere a tacere ogni critica. Non sono fronti alternativi, ma convergenti per densità politica e intellettuale.
C'è un'ultima questione che non si può eludere. Le stesse strutture di potere che Epstein serviva - la lobby sionista, l'apparato militare israeliano, il capitale americano che li finanzia - sono le stesse che oggi finanziano i bombardamenti sulla Striscia, che progettano la trasformazione di Gaza in una Riviera del Medio Oriente espropriata, che sostengono l'annessione coloniale della Cisgiordania. Gli archivi del ricatto di Epstein e il fosforo bianco su Gaza sono prodotti dello stesso sistema. Trattarli come scandali separati significa perpetuare il carattere palesemente depoliticizzato di quelle manifestazioni oceaniche e colorate che qualche mese fa riempivano le piazze senza scalfire nulla e che si sono dissolte senza lasciare traccia. Una cultura della resistenza reale non può permettersi questa separazione.
Un movimento politico degno di questo nome deve saper unire la denuncia degli abusi sessuali come strumento di potere alla critica radicale della lobby che ha finanziato quegli abusi. Deve saper tenere insieme la parola di donne e minorenni vittime di Epstein e la parola dei sopravvissuti di Gaza. Deve avere la pazienza di costruire cultura politica e il coraggio di nominare il potere con tutti i suoi nomi, anche quando quei nomi fanno paura, anche quando qualcuno agita la clava e chiede silenzio.

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