Dieci anni di carcere per un intervento accademico: il caso del professor Alexander Gaponenko in Lettonia

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Dieci anni di carcere per un intervento accademico: il caso del professor Alexander Gaponenko in Lettonia


di Gianni Ventola Danese, San Pietroburgo

 

Il 27 gennaio 2026 il tribunale distrettuale di Riga ha condannato a dieci anni di reclusione e tre anni di libertà vigilata il professor Alexander Gaponenko, economista settantaduenne e attivista per i diritti umani. Le accuse: «Assistenza a uno Stato straniero in attività dirette contro la Lettonia» e «incitamento all’odio nazionale ed etnico». Docente presso l’università della Lettonia, Gaporenko ha svolto anche attività didattica e di ricerca in qualità di Direttore dell’Istituto di Studi Europei. 

Secondo l’accusa, la partecipazione del professore a una conferenza online organizzata a Mosca dall’Istituto dei Paesi della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti, l'organizzazione intergovernativa nata nel 1991 dopo la dissoluzione dell'URSS per favorire la cooperazione tra ex repubbliche sovietiche) - intitolata “L’etnocidio della popolazione  russa nei Paesi baltici” - avrebbe contribuito agli interessi geopolitici della Russia contro la Lettonia. La difesa ha invece sempre sostenuto che si tratta di un processo politico, che punisce una documentata analisi accademica critica delle politiche linguistiche e culturali dello Stato baltico. Il caso sta rapidamente assumendo un valore simbolico che va oltre la vicenda personale: libertà di parola, libertà accademica e confini tra dissenso e reato sono oggi al centro di uno scontro che interroga l’intera Europa.

Gaponenko è stato arrestato il 13 febbraio 2025. Secondo il primo resoconto giornalistico, uomini armati e incappucciati hanno fatto irruzione nella sua abitazione di campagna in serata, immobilizzandolo e conducendolo in custodia. All’epoca aveva 70 anni. Soffre di patologie croniche: malattia renale, ipertensione e altre complicazioni legate all’età. Ha compiuto 71 anni in carcere e ora, a 72 anni, è ancora detenuto. Le immagini diffuse dal Servizio di sicurezza lo mostrano ammanettato, trattenuto contro un muro. Un trattamento che rappresenta già un primo segnale di sproporzione nell’azione repressiva dello Stato lettone.

Il cuore dell’accusa è un intervento di circa dieci minuti tenuto il 4 febbraio 2025 in videocollegamento a una conferenza organizzata dall’Istituto dei Paesi della CSI. Il contributo dell’accademico metteva in discussione la politica linguistica lettone e la relativa chiusura delle scuole russe, metteva in risalto il divieto dell’uso del russo nei media statali. La base argomentativa era di natura puramente scientifica e comprendeva svariati documenti ufficiali di organismi internazionali, quali OCSE e  ONU che avrebbero segnalato tali discriminazioni.

Tuttavia, la procura dello stato baltico avrebbe costruito un castello accusatorio secondo  il quale il professore avrebbe diffuso “dichiarazioni false” sulla persecuzione dei russofoni, descritto i lettoni come ostili alla minoranza russa, contribuito agli interessi geopolitici della Russia e fornito assistenza a uno Stato straniero attraverso una piattaforma digitale. Si deve fare presente che in base una recente statistica chi viene portato in giudizio il Lettonia con queste accuse nel 99,9% dei casi viene condannato. Un dato statistico che denuncia l’assenza di un vero dibattimento giudiziario dal momento che, in base ad ampi margini di interpretazione dei fatti e della legge, i giudici hanno facoltà di considerano automaticamente la critica politica su determinati argomento come “incitamento all’odio” e “attentato all’unità dello Stato”. 

Durante l’udienza del 23 gennaio 2026, l’avvocata Imma Jansone ha costruito la difesa attorno ai cosiddetti Principi di Rabat — adottati nel 2012 e promossi dall'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), forniscono linee guida fondamentali per bilanciare il diritto alla libertà di espressione con il divieto di incitamento all'odio nazionale, razziale o religioso. Pertanto sono stati forniti tutti gli elementi a dimostrazione del fatto che il contesto era accademico e non politico, e che di conseguenza la platea era ristretta. Non solo. Nel breve intervento del professore mancava qualsiasi invito alla violenza, non vi erano espressioni umilianti verso il popolo lettone e le critiche erano rivolte alle politiche statali, non a un gruppo etnico.

Il pubblico ministero ha ribadito invece l’aspetto geopolitico del caso: la Lettonia, confinante con la Russia, si troverebbe in una posizione “speciale” che impone una soglia più alta di attenzione verso narrazioni considerate ostili. Ed è proprio la cosiddetta “soglia di attenzione” ad essere un elemento non quantificabile e che potenzialmente rischia di generare una evidente arbitrarietà dell’azione penale dello Stato. Infatti, come ci si aspettava visti anche i numerosi precedenti, il tribunale ha infine accolto integralmente la richiesta dell’accusa comminando una condanna a dieci anni di carcere. Dieci anni. Non è un refuso. Dieci anni per un webinar accademico di dieci minuti.

L’Istituto dei Paesi della CSI parla apertamente di “terrorismo legale” e di “prigioniero di coscienza”. Chiede l’intervento del Consiglio d'Europa, dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e della Corte europea dei diritti dell'uomo. Lo Stato lettone, al contrario, sostiene che la libertà di parola non può essere usata come copertura per azioni che favoriscono uno Stato considerato ostile, anche se nessuno ha ancora saputo spiegare come le parole del docente abbiano potuto “favorire” un qualsiasi stato straniero.

Il caso, che nei media europei non ha praticamente avuto alcuna esposizione, riguarda una questione vitale e più ampia per la democrazia che riguarda la libertà accademica in Europa. Se un’analisi, anche dura, delle politiche linguistiche può essere qualificata come incitamento all’odio, il rischio è che il confine tra dissenso legittimo e reato penale diventi estremamente labile.

Il caso Gaponenko sembra indicare una tendenza ed un salto di qualità nel controllo delle opinioni dei cittadini europei. Criticare il governo equivale a colpire la nazione? A destabilizzarla, sovvertirla e metterne in pericolo la sua stessa esistenza? L’uso di una lingua minoritaria può essere interpretato come atto politico ostile? E soprattutto, il contesto geopolitico può giustificare restrizioni estese alla libertà di espressione, un po’ come già sperimentato con le libertà personali durante il contesto della pandemia da Covid-19?

Il messaggio implicito della sentenza sembra chiaro e inquietante: nell’Europa, nel “giardino fiorito”, partecipare a piattaforme considerate vicine alla Russia può comportare conseguenze penali severe. In questo senso, il processo assume un valore deterrente. Non riguarda solo un uomo di 72 anni, ma l’intera comunità accademica e civile che si occupa di diritti delle minoranze, di analisi geopolitica, di Storia. La pericolosa conseguenza di questo approccio è la trasformazione del diritto penale in strumento di controllo politico: non più repressione di atti violenti, ma prevenzione del dissenso.

Va ricordato che la Lettonia è membro dell’Unione Europea ed è quindi vincolata alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La sentenza potrebbe pertanto essere oggetto di un ricorso internazionale, ma se la condanna venisse confermata nei gradi successivi, il caso potrebbe consentire l’arresto e l’incarcerazione di cittadini europei per sole esigenze di sicurezza nazionale, rimandando la motivazione solo a un determinato contesto geopolitico.

Intanto, l’ora 72enne Gaponenko resta in carcere a scontare la sua condanna. Durante una delle ultime udienze è stato condotto in aula scortato da tre guardie armate in passamontagna. Ha ringraziato i presenti e ha chiesto solo di poter continuare a comunicare con colleghi e studenti.

Di fronte agli ultimi atti repressivi della libertà di pensiero avvenuti in Europa, ricordiamo ad esempio le sanzioni personali all’analista svizzero Jacques Baud con l’accusa di propaganda filorussa, in molti si aspettano una risposta della società civile, una risposta che non riguarda soltanto un anonimo tribunale di Riga. Riguarda l’idea stessa di democrazia sulla quale abbiamo deciso di costruire questa Europa.

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